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La Francia non blinda del tutto la porta che la separa dalla Russia sul fronte economico. E l’Eliseo non manca di essere a favore, nei limiti del possibile, a questa strategia.

Nei giorni scorsi Le Figaro ha sottolineato che secondo fonti governative transalpine venerdì scorso il presidente Macron avrebbe voluto incontrare i massimi dirigenti di quindici gruppi industriali francesi operanti in Russia assieme a Bruno Le Maire, ministro dell’Economia, Didier Guillaume, titolare dell’Agricoltura e Agnès Pannier-Runacher, Segretario di Stato all’Industria. Tema: la posizione da tenere nei confronti di Mosca. Tra i presenti, nota StartMag, “Frédéric Oudéa di Société générale, Catherine McGregor di Engie, Guillaume Faury di Airbus, Ross McInness di Safran, Stéphane Israël di Arianespace, Patrice Caine di Thales, Cristel Bories di Eramet, Benoît Potier di Air Liquide e Yves Claude di Auchan”: Macron ha sottolineato la difficoltà del momento e la necessità di stringere i denti, ma anche le motivazioni che hanno impedito alla Francia una disconnessione totale che sarebbe rovinosa per entrambi i Paesi.

I risultati non si sono fatti attendere: “la catena di supermercati Auchan, l’azienda di fai-da-te Leroy Merlin e la società di articoli sportivi Decathlon continuano a operare in Russia. Auchan possiede 311 punti vendita nel paese, Leroy Merlin ne ha 112 e Decathlon 60”. E aspettano tutti il ritiro dei concorrenti occidentali. TotalEnergies, l’azienda di Stato dell’oil&gas, ha annunciato che non investirà in nuovi progetti ma ha frenato sul ritiro e la disconnessione energetica dalla Russia.

Depotenziati nei fatti i proclami dello stesso Le Maire, che nelle settimane scorse ha proposto di indurre al tracollo l’economia russa, Macron ha impostato una strategia realista. In sostanza, la Francia non cede all’emotività. A che pro una fuga di massa dalla Russia capace solo di disaccoppiare definitivamente Occidente e Mosca? In che misura poter ricostruire la necessità di indirizzare investimenti, know-how e capacità produttive? Soprattutto, come rimpianzzare le quote di mercato e come separare il contingente, ovvero la fase di rivalità sistemica, e l’indirizzo di lungo periodo, che parla di una convergenza economica euro-russa? L’unica alternativa sarebbe un nuovo Ttip con gli Stati Uniti, che metterebbe di fatto in secondo piano la potenza industriale francese, già marginalizzata in parte in vari settori dallo strapotere tedesco. E nell’ottica dell’autonomia strategica europea immaginata da Parigi l’economia e l’industria giocano un ruolo fondamentale.

Con furbizia e astuzia la Francia, dunque, si unisce alle sanzioni solo fin dove non creano ulteriori problemi al suo sistema-Paese. Così come fa la Germania sull’energia, la Francia mette davanti a tutto il proprio interesse nazionale. L’Italia teme di doverlo dire esplicitamente, ma non si comporta diversamente: Intesa, Unicredit, Generali Pirelli mostrano ancora bandiera nella Federazione Russa. La diplomazia economica segue binari paralleli a quelli della politica: ma spesso può mantenere aperti canali cruciali per il dialogo.




Ma la politica spesso si deve scontrare con pressioni internazionali di ben altro calibro e la questione di Renault lo simboleggia. La casa automobilistica di Boulogne-Billancourt aveva deciso di non chiudere i suoi stabilimenti in Russia dopo averli sospesi temporaneamente per una carenza di materiali di subfornitura. “Abbiamo ripreso l’attività e la produzione nel nostro stabilimento” che costruisce la versione moderna della Lada, la storica vettura sovietica, sottolineava nella giornata di ieri un manager della filiale russa del gruppo citato da Il Sole 24 Ore. La mossa avrebbe avuto valenza strategica non secondaria dato che il primo azionista del gruppo è lo Stato francese, che detiene il 15,01% delle quote.

“La casa della Losanga guidata dal ceo italiano Luca de Meo (ex numero uno di Seat, gruppo Volkswagen) aveva sospeso le operazioni di assemblaggio delle Lada – marchio simbolo per l’industria automotive russa – alla fine di febbraio, costretta da serie difficoltà sul fronte delle forniture di componenti”, nota Il Sole. La sua scelta di riprendere a produrre mandava un messaggio forte.

Dal 2016 Renault agisce in Russia attraverso il produttore automobilistico AvtoVAZ, la cui società controllante è Lada Auto Holding. per due terzi in mano al gruppo francese e per il 32,3% in mano a Rostec, partner stretto di Pirelli nel Paese, conglomerato della difesa e della meccanica nazionale guidato dal boiardo putiniano Sergej Chemezov. Attraverso la sua casa madre, le partecipate locali e i gruppi controllati, come Dacia, Renault vende il 30% delle auto immatricolate ogni anno in Russia e realizza nel Paese l’8% dei suoi profitti. In quest’ottica sarebbe logico pensare che il gruppo, tornato nel 2021 all’utile (888 milioni su 46,2 miliardi di euro di fatturato) non voglia privarsi della preziosa cedola che il lavoro in Russia di 40mila dipendenti consente di produrre.

Ma Volodymir Zelensky ha cambiato le carte in tavola. Nel suo intervento da Kiev all’Assemblea Nazionale della giornata di ieri  Zelensky ha lanciato il suo pesatissimo j’accuse contro la scelta di molti gruppi francesi, facendo nomi espliciti. “Le aziende francesi – ha ammonito il leader di Kiev nel suo intervento in videocollegamento – devono lasciare il mercato russo. Renault, Auchan, Leroy Merlin e altri devono cessare di essere sponsor della macchina da guerra della Russia”.

In seguito si è aggiunto all’affondo il capo della diplomazia ucraina, il Ministro degli Estreri Dmytro Kuleba. Inserendosi in scia a Zelensky ha chiesto su Twitter un boicottaggio globale della Renault, pubblicando un fotomontaggio del “posizionamento” del gruppo, una vecchia pubblicita’ con l’attore Kevin Spacey, accusato di violenza sessuale, e una foto di un civile davanti a un’auto distrutta e la scritta “Sponsor della guerra di Putin”.

Dopo l’attacco, il colosso dell’automotive ha annunciato la sospensione delle attività del suo stabilimento di Mosca. Una manovra che mostra la pressione a cui sono sottoposti i colossi industriali francesi. E Emmanuel Macron deve tenere conto anche di questo dato di fatto. La sua strategia avrà successo? Per ora si tratta di uno stop, di un colosso importante ma non unico attore transalpino in Russia. Ma visto l’atteggiamento di altri Paesi come la Germania, l’evasione di più sistemi-Paese europei dalle sanzioni a Mosca pare destinata a farsi, nel complesso, sempre più sistemica. Casi come Renault appaiono di fatto, in molti casi, destinati a essere più l’eccezione che la regola. Specie quando in gioco c’è la Francia.

 

 

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