La scorsa settimana, il colosso petrolifero Saudi Aramco ha annunciato il lancio del più grande progetto di sviluppo per l’estrazione di shale gas al di fuori degli Stati Uniti. Secondo quanto ha dichiarato a Reuters l’amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser, la compagnia ha infatti ricevuto il via libera dal governo di Riad all’enorme progetto di estrazione di gas di scisto nel giacimento di Jafurah, situato in prossimità delle coste del Golfo Persico e poco lontano dal bacino di Ghawar, attualmente il più grande giacimento petrolifero conosciuto al mondo.

Stando alle stime di Aramco il progetto prevede un investimento da 110 miliardi di dollari e, se dovesse avere successo, sarebbe una vera rivoluzione nell’ambito dello shale gas e del mercato petrolifero.

Una notizia che a Washington ha fatto certamente discutere, dato che l’estrazione del gas di scisto dal sottosuolo dell’Arabia Saudita potrebbe rappresentare un nuovo round della sfida all’indiscussa leadership degli Stati Uniti nell’estrazione di gas di scisto e permetterebbe alla più grande compagnia petrolifera al mondo di consolidare ancora di più la sua posizione sui mercati internazionali.

Il progetto nel giacimento di Jafurah

La major petrolifera controllata dalla casa reale saudita e considerata il fiore all’occhiello dell’impero finanziario del principe Mohammed Bin Salman, ha speso diversi anni (e miliardi) a trovare un modo per estrarre il gas di scisto dal sottosuolo della penisola araba e adesso, con l’avvio dell’imponente progetto nel giacimento di Jafurah, pare aver trovato finalmente quello che cercava.

Aramco ha perforato circa 150 pozzi dal 2013 al fine di preparare il piano di sviluppo per le attività estrattive nel bacino di Jafurah. Ma per poter procedere alla frantumazione delle rocce nel sottosuolo, il processo noto come fracking, era necessario un elemento essenziale: l’acqua.

L’estrazione di scisto attraverso il fracking prevede infatti il pompaggio di enormi quantità di acqua e sabbia al fine di frantumare le rocce e poter così estrarre il gas “intrappolato” in profondità. Un motivo, questo, per cui l’Arabia Saudita non era mai riuscita a competere con gli Usa nella corsa allo shale gas.

Aramco è però riuscita a trovare una soluzione a questo problema. Nasser ha infatti rivelato che gli ingegneri della compagnia petrolifera sono riusciti a effettuare i procedimenti di fracking utilizzando l’acqua del mare, rimuovendo così l’unico grande ostacolo rappresentato proprio dalla mancanza di approvvigionamento idrico nel deserto. “Sta iniziando una shale revolution in Arabia Saudita”, ha dichiarato Nasser in un’intervista.

“Molte persone hanno affermato che il fracking non funziona al di fuori degli Stati Uniti perché è un processo che utilizza molta acqua e noi non siamo ricchi di acqua. Ma stiamo usando l’acqua di mare e questo rende l’estrazione dello shale gas conveniente da un punto di vista commerciale”.

La fortuna ha poi giocato una ruolo fondamentale a favore di Saudi Aramco. Il bacino di Jafurah si trova infatti in una posizione estremamente strategica. Oltre ad essere in prossimità delle coste del Golfo e poter disporre dell’accesso preziosissimo all’acqua, il giacimento è anche situato vicino al più grande bacino petrolifero del mondo, quello di Ghawar, gestito dalla stessa Aramco. Un fattore fondamentale, perché significa che lo sviluppo di Jafurah potrà contare sui collegamenti, gli impianti di stoccaggio e buona parte di tutte le altre infrastrutture già esistenti sul territorio e gestite dalla stessa compagnia.

Si intuisce, dunque, perché la scommessa da oltre 110 miliardi di dollari nel progetto parta già con tutte le carte in regola per avere successo.

Perché lo shale gas è così importante per l’Arabia Saudita?

Per Saudi Aramco i vantaggi di questo progetto sono chiarissimi. I guadagni derivanti dall’estrazione dello shale gas aiuterebbe non poco le finanze del gruppo, che dal giorno della quotazione in borsa sta lottando per ottenere uno spazio di manovra sufficiente a stabilizzarne il prezzo sul Tadawul (il principale indice finanziario di Riad) e attirare nuovi investitori esteri.

Il progetto stesso potrebbe infatti essere una buona occasione per iniziare nuove partnership e allacciare preziosi contatti con le compagnie occidentali. Aramco ha fatto sapere che appalterà diversi lavori sui campi a grandi aziende internazionali e che queste saranno probabilmente coinvolte anche nella gestione stessa del giacimento.

Quello che invece risulta meno facile da comprendere è perché il più grande Paese produttore di petrolio sia così interessato a investire miliardi nella complessa estrazione dello shale gas dal sottosuolo.

La risposta è però piuttosto semplice ed è uno dei principi su cui si basa il commercio internazionale: non utilizzare per l’uso domestico quelle risorse che possono essere rivendute (a caro prezzo) all’estero.

Ecco perché, per l’Arabia Saudita, incrementare l’approvvigionamento di gas domestico e porre fine alla combustione del petrolio nei suoi impianti di generazione di energia per soddisfare il fabbisogno interno al Paese, costituisce un vantaggio commerciale non indifferente.

Ridurre la quantità di petrolio “bruciato” per produrre l’energia necessaria al Paese, sostituendolo col gas naturale (molto più efficiente dal punto di vista energetico), renderebbe disponibili milioni di barili di greggio per l’esportazione. Allo stesso tempo, permetterebbe all’Arabia Saudita di avere anche un maggior margine di influenza sul prezzo dell’oro nero, eliminando il potenziale effetto di rimbalzo che i rincari del greggio avrebbero sulla spesa pubblica interna.

Con lo sviluppo di Jafurah questa ipotesi non sarebbe più un miraggio, ma una opzione utilizzabile già entro pochi anni. Aramco prevede infatti che la produzione del giacimento, che dovrebbe partire dall’inizio del 2024, raggiungerà circa 57 milioni di metri cubi standard di gas al giorno già entro il 2036, compresi circa 12 milioni di metri cubi standard al giorno di etano, che rappresentano circa il 40% della produzione attuale.

La sfida agli Stati Uniti

Ma la “shale revolution” dell’Arabia Saudita, come la definisce Aramco, ha anche a che fare con la necessità per la potenza del Golfo di riacquistare un ruolo predominante nel contesto energetico globale.

Il principale esportatore mondiale di petrolio ha cercato per anni di riprendersi la quota di mercato sottratta dai produttori di petrolio di scisto negli Stati Uniti. L’industria dello shale oil negli States, partita in mezzo a enormi difficoltà, tra costi esorbitanti e criticità ambientali, le stesse che hanno recentemente stroncato sul nascere la corsa allo shale gas nel Regno Unitoin appena un decennio ha sviluppato la capacità di pompare milioni di barili al giorno dalle formazioni rocciose del sottosuolo americano.

A partire dal 2014, lo shale oil ha portato un vero e proprio boom nella produzione domestica degli Stati Uniti e, ad oggi, circa un terzo della produzione on-shore di greggio nel Paese è costituita proprio dal petrolio di scisto.

Da quell’anno l’Arabia Saudita ha combattuto una guerra dei prezzi volta a far fallire l’industria dello scisto americano, ma senza ottenere alcun risultato. Tanto è vero che oggi gli USA sono diventati molto più indipendenti dal punto di vista del fabbisogno di petrolio e ciò ha contribuito a disinnescare quasi totalmente l’arma petrolifera che l’Arabia Saudita insieme alle altre potenze dell’OPEC minacciava di usare contro il mondo occidentale.

Ma ora che Aramco ha adottato con successo le sofisticate tecniche di fracking sviluppate nei campi statunitensi, la sfida allo shale gas americano è ufficialmente riaperta.

Se Aramco dovesse raggiungere i suoi obiettivi di sviluppo nel settore del gas di scisto grazie all’enorme progetto di Jafurah, l’Arabia Saudita diventerebbe ufficialmente il terzo produttore di gas al mondo già entro il 2030, appena dietro a Stati Uniti e Russia. A quel punto, anche il ruolo politico di Riad avrebbe certamente un altro peso sullo scacchiere internazionale.

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