La compagnia di estrazione svedese Lkab ha annunciato nella giornata del 13 gennaio la scoperta del più grande deposito europee di terre rare nella regione di Kiruna, cittadina nel Nord del Paese vicino al confine con la Norvegia.

Il ministro dell’Industria del governo svedese di centrodestra Ebba Busch ha dichiarato che “l’elettrificazione, l’autosufficienza e l’indipendenza dell’Ue da Russia e Cina inizieranno nella miniera”. Propositi importanti per una nazione che vuole essere avanguardia comunitaria nella transizione energetica e che richiama al fatto che nella partita odierna per le tecnologie di frontiera la sfida del controllo dei giacimenti dei materiali critici è la vera sfida.

La scoperta del colosso di Stato svedese aggiunge prospettive all’autonomia di sistema europea e dà un indirizzo chiaro alla politica industriale del Vecchio Continente che ha la prima, credibile speranza di autonomia strategica sul fronte delle terre rare, decisive per la realizzazione di dispositivi come le batterie e gli accumulatori. Ma non sarà un processo breve. Lkab, nota Deutsche Welle, “prevede di presentare una domanda per una concessione di sfruttamento nel 2023, ma ha aggiunto che probabilmente ci vorranno almeno 10-15 anni prima di poter iniziare a estrarre il deposito e la spedizione al mercato”.

Il fatto sta nella necessità di dover approntare una logistica per lo sfruttamento a pieno titolo del giacimento, ricercare in profondità nel sottosuolo il materiale grezzo, estrarlo e distribuirlo al mercato. Le terre rare si trovano in depositi legati a formazioni rocciose sopraelevate o sottomarine che devono essere esplorate in forma invasiva per estrarre i preziosi elementi.

La “rarità” di questi elementi non sta infatti nella loro scarsità nella crosta terrestre, ma nella carenza di giacimenti sfruttabili in tempi brevi e ottimali. Ragion per cui la scoperta di Lkab appare capace di aprire a prospettive operative tutt’altro che secondarie. Anche se del giacimento, chiaramente, andranno valutate portata, prospettive estrattive e dinamiche di mercato.

Le prime stime parlano di un milione di tonnellate: bisognerà capire quante di queste terre rare saranno estraibili in forma non eccessivamente costosa in tempi ragionevoli e se effettivamente l’impianto avrà le dimensioni dei più grandi giacimenti che si trovano in Cina, Russia, Australia o si preferirà, per accelerare i tempi, operare su scala e matrice più ridotta.

In secondo luogo, va sottolineato il fatto che molto dipenderà dall’atteggiamento del governo di Stoccolma verso la sua politica industriale futura. La Svezia ha un colosso delle tlc attivo nel 5G e nelle reti di ultima generazione come Ericsson pronto a essere alimentato con i nuovi prodotti dell’estrazione nazionale, ma a sua volta è perfettamente inserita nel mercato mondiale e non è detto che voglia mettere, in futuro, al servizio dell’industria europea le sue terre rare. La geoeconomia insegna che chi ottiene un controllo strategico su una risorsa è preso da un comprensibile “sacro egoismo” che può uscire allo scoperto se, al momento dell’entrata in opera del giacimento, la percezione di una minaccia russa o cinese sarà meno cogente.

In terzo luogo, c’è il problema ambientale legato al processo industriale. La Svezia è una delle nazioni a più alta attenzione verso il tema della sostenibilità e l’enorme costo ecologico dell’estrazione di terre rare non potrà non suscitare polemiche nel contesto della civile nazione nordica. Inoltre, nessuno ha fatto i conti senza l’oste della collettività locale di Kiruna, città in passato al centro dell’industria del ferro svedese, le cui attività in passato hanno costretto a spostare di ben 3 km le case della città a causa degli effetti sul terreno dovuti all’attività mineraria. Dunque, parliamo di una grande opportunità strategica per l’Europa che sarà, però, in piena disponibilità svedese negli anni a venire. E prima di abbandonarsi a facili entusiasmi circa una presunta “indipendenza” bisognerà capire come Stoccolma vorrà sfruttare (e se vorrà farlo) questo giacimento. E soprattutto se al momento dell’entrata in operatività del giacimento l’Europa avrà le politiche industriali necessarie a sfruttarne il potenziale. Dieci-quindici anni, in questa fase, sono un orizzonte troppo lungo per provare a rispondere a tali domande.

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