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L’ascesa e il consolidamento del populismo in giro per l’Europa? Tutta colpa della Cina. Uno studio pubblicato nel 2017 da due ricercatori dell’Università Bocconi sosteneva questa tesi tanto suggestiva quanto originale. All’epoca furono in molti a storcere la bocca di fronte alla teoria di Colantone e Staing, eppure oggi appare evidente il ruolo chiave delle esportazioni cinesi nel malcontento del popolo. Fin qui i rapporti economici tra Stati occidentali e Dragone sono stati asimmetrici e a un solo verso, per la gioia di Pechino e il dolore di Unione Europa e Stati Uniti. Ma adesso la situazione deve cambiare.

Creare un rapporto economico a doppio senso

Nei giorni in cui Xi Jinping era in Italia per siglare il memorandum d’intesa per l’ingresso dell’Italia nella Via della Seta, il Presidente Mattarella ha sottolineato la priorità dell’accordo. In poche parole: creare una rapporto economico a doppio senso tra Italia e Cina. Un rapporto capace di sostituire quello monodirezionale che ha sempre visto Pechino esportare una marea di merce e importare le briciole. Ed è proprio questo meccanismo che, secondo lo studio di Colantone e Staing, avrebbe causato eventi imprevedibili in giro per il mondo. La Brexit, l’elezione di Trump, i successi di Lega, Movimento 5 Stelle e il propagarsi di nazionalismi di matrice populista. Ciò che conta sono gli equilibri commerciali, e quando qualcuno vince c’è sempre chi perde. Il perdente può reagire male, ribellandosi allo status quo.

L’aumento degli squilibri

I politici in carica farebbero bene a rileggersi The trade origins of economic nationalism, perché potrebbero trarre diversi insegnamenti utili per non ripetere errori grossolani. Prima di tutto scoprirebbero che a scuotere l’elettorato non è stata tanto l’immigrazione, o lo straniero, bensì la crisi di interi settori economici. Dagli anni Novanta a oggi la maggior parte dei governi progressisti occidentali si è affidata al liberalismo inclusivo. Una ricetta che ha generato squilibri enormi e che non è mai riuscita a livellare gli effetti nefasti della globalizzazione.

L’effetto Cina

Più nel dettaglio – riporta il paper – le aree geografiche specializzate in manifattura, tessile ed elettronica hanno subito shock economici e occupazionali enormi. Ed è in queste zone che i partiti populisti e nazionalisti hanno potuto prosperare. Ma chi è che ha dato il colpo di grazia all’economia occidentale? L’effetto Cina, o meglio le importazioni cinesi che hanno gradualmente cannibalizzato interi settori economici. Le aziende, multinazionali in primis, hanno poi delocalizzato in Asia, provocando disoccupazione. Con l’aumentare delle importazioni dalla Cina all’Europa – e Stati Uniti – è cresciuto anche il consenso dei partiti populisti. Inoltre laddove l’import Made in China ha fatto breccia, abbiamo assistito a un calo occupazionale nella manifattura.

Accordarsi con Pechino

La guerra dei dazi mossa da Trump a Xi Jinping cerca in qualche modo di bloccare l’emorragia sopra descritta. In parte la mossa della Casa Bianca ha avuto successo, provocando un piccolo cortocircuito nel motore economico cinese. Ma alla lunga ha pesato l’effetto boomerang. Molte aziende occidentali, infatti, dipendono dai mercati cinesi. O addirittura producono oltre la muraglia. Per evitare di lasciare campo aperto alla Cina – e bloccare l’ascesa dei populismi – l’unica soluzione logica è penetrare nel mercato cinese. Se i Paesi occidentali iniziassero a esportare le loro merci in Cina con la stessa intensità dell’export cinese in occidente, ci sarebbe più convenienza per tutti. Ecco perché servono accordi commerciali seri e mirati.

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