Buona parte delle ricerche andate a buon fine per l’accelerata sperimentazione di più vaccini contro il Covid-19 e finanziate da contributi pubblici e privati in uno sforzo scientifico senza precedenti per l’industria farmaceutica hanno contribuito a produrre antidoti per il Sars-Cov-2 efficaci e disponibili in tempi brevi.

Lo sforzo delle compagnie e dei governi è stato senza precedenti: Pfizer, ad esempio, ha investito 2 miliardi di dollari nella ricerca, ha ampliato le linee produttive, ha usufruito dell’asse con la tedesca Biontech per lo sviluppo del suo vaccino a mRna, ha sviluppato strutture logistiche e capsule speciali per il trasporto di un prodotto non conservabile a temperatura frigo. Non c’è alcuno scandalo nel dire che questo ha, comprensibilmente, causato un ritorno notevole sugli incassi della compagnia: da 42 miliardi di dollari di fatturato nel 2020 il gruppo prevede di salire a almeno 59-61 miliardi grazie al contributo extra del vaccino, da cui nel 2021 incasserà circa 15 miliardi di dollari.

Il successo globale di Pfizer

Il margine di Pfizer sul vaccino va dal 25 al 30%, e nei piani dell’ad Albert Bourla esso dovrà essere mantenuto e incentivato garantendo un miglioramento delle economie di scala, della logistica e della proiezione di un antidoto rivelatosi, ad ora, decisivo per le campagne vaccinali dei Paesi in testa alla corsa: gli Usa, ovviamente, a cui si aggiungono in Europa il Regno Unito e la Serbia, in Asia Israele e gli Emirati Arabi, in Africa il Marocco e in Sud America il Cile. Stati che hanno usufruito della capacità di Pfizer di mantenere attiva la capacità produttiva sui livelli promessi.

Una questione fondamentale sarà capire come saranno destinati questi profitti dopo che la fase della pandemia sarà passata: nella strategia esplicita di gruppi come Pfizer c’è l’obiettivo di spuntare al rialzo i prezzi quando il Covid-19 sarà affrontato non più come questione emergenziale ma con un taglio di patologia ricorrente e contro cui prevedere richiami annuali.

Lee Fang, giornalista di The Intercept, ha segnalato sul suo profilo Twitter l’intervento di un alto funzionario Pfizer che fuga molti dubbi sul tema e apre a un importante dibattito sul fronte dei legami tra sanità, finanza e società odierne.

Frank D’Amelio, direttore finanziario di Pfizer, è intervenuto alla Global Healthcare Conference della britannica Barclays ponendo sul tavolo riflessioni importanti in un intervento che Fang ha trascritto e messo a disposizione sul portale Document CloudD’Amelio nell’intervento alza fino al +41% le prospettive operative dei ricavi di Pfizer nel 2021 e indica nel 25% il ritorno stimato sui vaccini anti-Covid. Sul target di 15 miliardi di incassi, D’Amelio prevede 3,75 miliardi di dollari di utili legati al siero contro il Sars-Cov-2. Utili che non cambieranno destinazione nonostante la natura emergenziale del contesto pandemico e che D’Amelio prevede destinati a alimentare un robusto dividendo (healthy dividend) che Pfizer mira a incrementare guardando alla “finestra di opportunità” che si aprirà qualora il Sars-Cov-2 diventasse endemico.

L’incidente comunicativo di Pfizer

Se ce ne fosse ulteriormente la necessità, smontiamo il campo immediatamente da qualsiasi complotto: Pfizer non fa profitto sul vaccino “al buio”, lo ha sempre dichiarato con trasparenza e questa è una precisa scelta aziendale, che possiamo discutere senz’altro (complici i finanziamenti pubblici ricevuti dall’alleata Biontech in Europa) ma che non nasconde alcun piano occulto o secondo fine. Al contempo, però, l’eccessiva franchezza di D’Amelio, ai vertici di una delle multinazionali farmaceutiche più rilevanti al mondo, spiazza e imbarazza in una fase in cui il Covid galoppa nel mondo, l’Europa ha superato la quota di 900mila morti e nel pianeta i decessi sono oltre 2 milioni e mezzo.

Come quando si parlava delle problematiche legate alla segretezza degli accordi tra Stati e multinazionali, anche in questo campo non si può fare a meno di chiedere a chi si interessa della questione vaccinale di essere come la moglie di Cesare: al di sopra di ogni sospetto. E il fatto che D’Amelio parli, nel medesimo intervento, dei successi ottenuti sul fronte della garanzie di forniture rapide e celeri ai Paesi richiedenti (da 1,3 miliardi di dosi previste Pfizer conta di arrivare a 2), della creazione di contenitori refrigerati capaci di mantenere i vaccini a temperature basse per un periodo di sei mesi e della logistica non è una toppa in grado di coprire completamente l’incidente comunicativo della questione dividendi.

Il limiti nell’approccio dell’azienda

Non è infatti opportuno sentire un alto manager del settore farmaceutico parlare del vaccino anti-Covid come di un qualsiasi business e dei risultati della sua vendita come a una parte come le altre del bilancio della compagnia. La necessità di vedere un ritorno ai consistenti investimenti realizzati è un conto, il mero gioco contabile e finanziario un altro: la pubblicazione di dichiarazioni di questo tipo, le critiche di Fang e la sostanziale freddezza con cui D’Amelio ha letto i numeri dei risultati di Pfizer rischiano di gettare un’ombra di discredito sull’azione dei colossi farmaceutici.

Dando fiato alle trombe di chi avvelena i pozzi del dibattito, ritiene i vaccini una mera questione di business, crea caos comunicativo. Anche affermazioni pragmatiche compiute dal manager di Pfizer alla conferenza sulla possibilità di una terza dose di controllo (“vogliamo stare al passo con le varianti. Valuteremo quindi una terza dose del nostro vaccino, un richiamo, per capire la durata dell’immunità e l’efficacia contro queste varianti”) o di richiami periodici (“è sempre più probabile che avvenga una rivaccinazione annuale”) rischiano di finire nel calderone delle accuse generalizzate.

Le anime dell’industria farmaceutica

Non possiamo, in questo contesto, non sottolineare l’esistenza di una problematica continuità tra il sistema economico-finanziario e il mondo dell’industria farmaceutica, con quest’ultima divisa al suo interno tra due anime. La piattaforma operativa, essenziale per la salute pubblica e decisiva per la lotta al Covid, rivelatasi in tutto il mondo in grado di produrre risultati eccellenti, da un lato; la piattaforma borsistica e di capitale, che segue le logiche dei mercati e le aspettative di azionisti e investitori, dall’altro.

Big Pharma, in fin dei conti, non è l’industria farmaceutica, motore di investimenti, occupazione, ricerca e progresso, in sé e per sé, quanto la somma di piattaforme finanziarie che vi ruotano attorno. Nel capitale di Pfizer esse sono rappresentate dai grandi investitori che partecipano al suo capitale: i primi tre detentori di quote sono il Vanguard Group (7,59%), Ssga Fund Management (5,01%) e BlackRock (4,87%), mentre al suo interno si trovano anche altri attori di peso come Wellington e il fondo sovrano norvegese.

In una fase che vede grandi capitali in movimento e una borsa in dilatazione, è chiaro che questi investitori cerchino a tutti i costi la remunerazione e ritorni su scale sempre crescenti. Ai regolatori e ai governi che firmano contratti con Pfizer e gruppi simili, dunque, la palla: risulta etico vincolare i previsti profitti sul vaccino alla distribuzione di dividendi? Non sarebbe meglio ottenere la garanzia che i margini sull’antidoto anti-Covid siano spesi per alimentare ricerche, assunzioni, abbattimento del costo del vaccino stesso? Ne beneficerebbero, in ultima istanza, il business e l’immagine della compagnia. Dopo il problematico caso AstraZeneca su scala globale l’ultima cosa che serve è una nuova ondata di immotivata sfiducia sui vaccini anti-Covid. Alle compagnie produttrici parte dell’onere per evitare di dar sponda a queste ondate irrazionali.

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