Il prossimo 26 settembre andrà in esaurimento il Central Bank Gold Agreement (Cbga), il principale trattato internazionale che dal 1999 regola le dinamiche del mercato dell’oro tra le principali istituzioni finanziarie europee, che hanno deciso di non rinnovarlo indirizzandolo verso la soppressione definitiva.

A darne l’annuncio è stata, nei giorni scorsi, la Bce, che assieme a altre 21 istituzioni, principalmente europee, è firmataria del Cbga, trattato nato nel 1999 per contenere gli effetti potenzialmente distorsivi sul mercato aurifero che sarebbero derivati dall’annunciata decisione del Regno Unito di vendere quasi il 60% delle sue riserve. Nel primo Cbga, rinnovato poi su base quinquennale, fu posta in vigore la decisione di consultazioni periodiche tra i firmatari per coordinare le loro azioni nel mercato dell’oro, principalmente sul lato delle vendite, fissate al di sotto del tetto delle 400 tonnellate annue.

Una serie di clausole limitanti erano cadute nelle due revisioni del Cbga, nel 2009 e nel 2014, portando di fatto all’abolizione di ogni limite alle vendite ma non al superamento dell’impegno a coordinare eventuali operazioni sul mercato. La fine del Cbga suona come un “liberi tutti” in una fase in cui l’oro è protagonista delle dinamiche economico-finanziarie sia come bene rifugio che come asset d’investimento dai rendimenti maggiori di numerosi titoli che hanno visto le loro cedole abbattute dal “Qe globale” in corsa. E a suonare la carica della corsa all’oro fino a quotazioni record largamente superiori ai 1.300 dollari l’oncia sono state proprio numerose banche centrali.

La corsa globale all’oro

Come scrive Il Sole 24 Ore“A livello globale le riserve auree stanno crescendo ininterrottamente dal 2010 e l’anno scorso ci sono stati acquisti netti da primato: oltre 650 tonnellate, il massimo da quando nel 1971 era stata decretata la fine del Gold Standard”. Nel primo trimestre dell’anno in corso le banche centrali hanno ulteriormente accelerato effettuando acquisti netti di oro per 145,5 tonnellate, il 68% in più del 2018, per una spesa di circa 6 miliardi di dollari. Siamo in una fase di vero e proprio boom. “Ad accumulare lingotti sono soprattutto i Paesi emergenti, a cominciare da Russia e Cina, i cui acquisti – spinti dalla volontà di diversificare dal dollaro – sono stati un fattore determinante nello scatenare il rally che di recente ha spinto le quotazioni del metallo sopra 1.400 dollari l’oncia, al record da sei anni. Le banche centrali dell’Eurozona, che possiedono quasi la metà delle riserve auree mondiali, non stanno partecipando alla corsa all’oro. Ma ormai da anni non vendono che quantità irrisorie, perlopiù destinate al conio di monete”.

L’oro e il suo mercato hanno raggiunto un livello sufficiente di maturità e liquidità per non essere più vincolati a limiti formali, secondo i decisori finanziari europei. I quali avrebbero l’occasione di dare una minima base geoeconomica e rafforzare politicamente l’euro, moneta che rischia di affondare sotto il peso delle sue contraddizioni e della sua debolezza come simbolo di autorità, giocando sagacemente sul campo aurifero e ampliando il raggio della de-dollarizzazione che, è bene ricordarlo, vede i Paesi coinvolti sperare in una presa di consapevolezza da parte delle economie del Vecchio Continente. Puntare sull’oro come diversificazione rispetto a titoli di Stato e dollari potrebbe essere una strategia vincente, ma manca nell’Europa odierna qualsiasi reale volontà politica. E la decisione di abbattere i limiti del Cbga rischia di trasformarsi in una semplice decisione finanziaria volta a favorire gli investitori e non nella premessa di una vera strategia di lungo termine.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.