La crisi del gas degli ultimi mesi ha riaperto il dibattito in sede di Unione Europea sulla vulnerabilità e sulla dipendenza dall’estero dell’euromercato dell’energia. La Russia sopperisce mediamente a poco più di un terzo del fabbisogno di gas naturale dell’Ue, ma la situazione varia da stato a stato e aumenta di problematicità andando verso est, dove alcuni membri dipendono integralmente, in maniera totale, dalle importazioni di gas naturale di Gazprom.

Emanciparsi dalla dipendenza dai prodotti energetici di origine russa non è semplice, perché trattasi di una condizione venutasi a creare dopo decenni di rapporto simbiotico, emblematizzata dalla rete molecolare e stratificata di gasdotti che uniscono le due Europe, ma le crescenti pressioni provenienti dagli Stati Uniti – la dottrina della dominanza energetica – e l’aumentata voglia di diversificazione della dirigenza comunitaria stanno gettando le fondamenta per il cambiamento.

Tra le nazioni interessate a cogliere l’attimo, ad accrescere il loro peso, oltre agli Stati Uniti, figurano il Qatar e l’Azerbaigian. Ma è quest’ultimo che, per ragioni di interconnettività infrastrutturale e vicinanza geografica, ha più possibilità di trarre maggiori vantaggi.

Il via libera della Nato

Il 15 febbraio, sullo sfondo della cocente crisi ucraina, ha avuto luogo una telefonata tra Jens Stoltenberg, il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, e Ilham Aliyev, il presidente dell’Azerbaigian.

Il motivo della telefonata è stato reso pubblico da Stoltenberg non appena ha posato la cornetta: sicurezza energetica degli stati membri dell’Alleanza. Il segretario generale della Nato ha utilizzato dei termini positivi per descrivere la conversazione, parlando dell’Azerbaigian come di “un fornitore affidabile di energia per l’Europa” e definendo “buona” la telefonata.

Nello specifico, oltre ad aver ringraziato Baku per aver incrementato il flusso di gas verso il Vecchio Continente, Stoltenberg ha parlato con Aliyev “di sicurezza regionale e del rafforzamento militare della Russia in e attorno all’Ucraina, incluse le implicazioni per i mercati energetici”.

La telefonata, indicativa del rapporto cordiale intercorrente con l’Alleanza Atlantica, segue di pochi giorni le celebrazioni per il trentesimo anniversario dello stabilimento di relazioni diplomatiche tra Baku e Kiev – occasione utilizzata dal governo azerbaigiano per discutere del loro miglioramento – e di due mesi la visita di Aliyev al quartier generale della Nato, avvenuta lo scorso 14 dicembre.

Il piano di Baku

Le dichiarazioni di Stoltenberg non giungono inaspettatamente. Il presidente azerbaigiano, già a inizio anno, aveva preannunciato che avrebbe dedicato una parte dell’agenda del 2022 all’approfondimento dei rapporti con l’Unione Europea, alla quale l’Azerbaigian è legato da un accordo di partenariato e cooperazione del 1999. E qualche mese prima, il 18 luglio, la visita a Baku di Charles Michel aveva in qualche modo funto da evento precorritore di tale corso politico.

Le dichiarazioni di Aliyev e la diplomazia di Michel hanno dispiegato pienamente il loro potenziale a inizio mese, il 4 febbraio, quando la capitale azerbaigiana ha ospitato l’Ottava riunione miniteriale del Consiglio consultivo del Corridoio meridionale del gas. Un evento capace di attrarre le delegazioni di 18 Paesi, in larga parte europei, e magnetizzare la presenza di personaggi-chiave dell’Ue, come Kadri Simson (eurocommissario per l’energia) e Oliver Varhelyi (eurocommissario per il vicinato e l’allargamento).

Le dichiarazioni di Stoltenberg, in sintesi, vanno inquadrate all’interno del più ampio contesto di riposizionamento dell’Azerbaigian nel mercato energetico eurasiatico, reso possibile dal possesso di riserve accertate di gas pari a 2,6 trilioni di metri cubi e dall’amplificazione dei corridoi di trasporto del gas che, partendo dal Caucaso meridionale, giungono nel Vecchio Continente.

Rivolgersi ai rifornitori azerbaigiani, ad ogni modo, può rivelarsi utile come palliativo nel breve termine, per limitare l’impatto di una riduzione dei flussi dalla Russia, ma l’Ue ha un solo modo di vincere la battaglia della sicurezza energetica: puntare su fonti energetiche domestiche di tipo rinnovabile, come il nucleare, il solare, l’idroelettrico, il geotermico, il marino e l’eolico.

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