L’agenda energetica dell’amministrazione Biden è sempre più “trumpiana”. Il viaggio di Biden in Medio Oriente sta dando ulteriori conferme a questo dato di fatto.

Biden in Israele per la guerra del gas

Dopo aver deciso di dare semaforo verde a nuovi permessi estrattivi sul petrolio, dopo aver raffreddato l’iniziale entusiasmo sulla transizione green per gli eccessivi costi e la spirale inflattiva e, in ultima istanza, riscoperto il piano di energy dominance di The Donald per sfidare con il gas naturale liquefatto l’oro blu russo nel mercato europeo (e non solo), con il suo viaggio in Medio Oriente Biden ha aggiunto un’altra pedina: la riscoperta del gas del Mediterraneo allargato e del Golfo come strumento di contrasto all’agenda energetica russa. Oggi vera croce per gli alleati europei degli Stati Uniti.

Nella sua visita in Medio Oriente Biden ha, in un primo momento, toccato gli Stati cruciali per il mercato petrolifero globale, Arabia Saudita e Emirati Arabi, a cui ha chiesto di immettere più greggio nel mercato per depotenziare le entrate che arrivano alla Russia dall’oro nero e per calmierare un’inflazione divenuta ruggente in patria: come riporta La Stampa, Biden “punta a 750mila barili in più al giorno da Riad e 500mila dagli Emirati, che dovrebbero arrivare sui mercati prima delle elezioni midterm di novembre, ammesso che riescano ad avere un impatto immediato sui prezzi e quindi sull’esito del voto”. Allo stesso tempo, però, “Washington vuole anche aiutare l’Europa a raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia, e ciò impone di lavorare sul gas oltre al petrolio”. C’è proprio l’oro blu al centro del viaggio di Biden nel terzo Paese visitato, Israele.

Tel Aviv è centrale per Washington per costruire un‘agenda euromediterranea dell’energia capace di rendere l’Europa indipendente dal gas russo. E proprio da Israele parte l’agenda “neo-trumpiana” di Biden, che dopo aver consolidato i rapporti con gli storici alleati del Golfo ritorna in visita nello Stato partner numero uno della regione avendo in mente un progetto preciso: EastMed.

Biden rispolvera EastMed

Il gasdotto progettato da Israele, Cipro e Grecia per creare un network capace di connettere l’oro blu del giacimento israeliano Leviathan al mercato europeo includendo, nel quadro delle alleanze, anche l’Egitto nuovo partner energetico di Tel Aviv è stato fortemente supportato dall’amministrazione Trump.

Il 2 gennaio 2020 ad Atene gli esponenti dei tre Paesi partner nel progetto hanno formalizzato la realizzazione del consorzio EastMed. Il summit di Atene è il naturale proseguimento di diversi incontri avvenuti nella primavera precedente in occasione della significativa visita dell’allora Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo. L’ex direttore della Cia ha fortemente sponsorizzato l’assedio del fronte Sud all’egemonia energetica russa nei mesi in cui Tel Aviv, Nicosia e Atene hanno definito la rotta di EastMed e la sua proiezione geopolitica.

La riscoperta odierna del progetto si inserisce nel quadro di una rinnovata attenzione americana per il fronte Sud della Nato e, soprattutto, per gli scenari mediorientali. Nella cui architettura securitaria Israele può giocare un ruolo sul gas complementare a quello dei Paesi del Golfo sul petrolio. L’agenda Biden è sostanzialmente la riproposizione emergenziale dell’agenda Trump-Pompeo: trasformare Israele nel pivot energetico del Grande Mare. Per farlo, dovranno essere però risolte diverse sfide.

Integrare l’Egitto, una sfida chiave

La prima partita è quella della completa integrazione dell’Egitto nei progetti energetici macroregionali. Esso offre al gas israeliano una seconda “via d’uscita” capace dunque di fare da contrafforte a East Med. Parliamo della possibilità che parte del gas israeliano vada verso Il Cairo, contribuendo alla sua resilienza energetica, per essere immesso o nella rete locale o nei terminal per la liquefazione e il trasporto via nave sotto forma di Gnl.

Washington punta forte su questo complemento di tali progetti. Capaci di guardare al vero obiettivo, l’Europa. Giusto un mese fa, mercoledì 15 giugno l’Unione europea ha concluso un memorandum d’intesa con Israele ed Egitto sul tema gas. L’accordo prevede l’aumento delle esportazioni di gas naturale di Leviathan verso il Vecchio continente tramite liquefazione in Egitto in attesa che i lavori di EastMed prendano piede.

Libano, gas per la pace?

Perché ciò accada, Israele lavora al potenziamento dei collegamenti via pipeline con l’Egitto. Incidentalmente in grado di coinvolgere un ulteriore attore: il Libano.

I giacimenti israeliani (Leviathan in primis, ma anche Tamar) che potrebbero contenere quasi 35 trilioni di metri cubi di gas si trovano nell’offshore del Paese al confine marittimo con il Paese dei Cedri. Stabilizzare l’annosa disputa con Beirut è per Tel Aviv vitale: ciò consentirebbe di mettere in sicurezza le attività di estrazione dalle possibili incursioni di Hezbollah, che non sono mancate in passato, e di fare dell’energia il ponte per una nuova relazione con il Paese confinante, con il quale non intercorrono relazioni diplomatiche.

Il Libano, dal 2010 in avanti, contesta la mancata definizione in forma precisa dei confini marittimi tra i due Paesi. Beirut mira a assicurarsi una parte minima ma sostanziale per la sua crescita economica del tesoro energetico del Mediterraneo Orientale. Gli Usa sono pronti a fare da mediatori tra i due Paesi. Il funzionario del dipartimento di Stato Usa Amos Hochstein, inviato di Biden per il Libano, si è recentemente recato nella regione e ha spiegato in un’intervista ad Al Hurra che la priorità della sicurezza energetica regionale può guidare un accordo.

“In questo quadro”, ha scritto Gabriele Carrer su Formiche, va letta la firma di Libano, Egitto e Siria “su un accordo che prevede il trasporto dall’Egitto al Libano attraverso la Siria (e la Giordania) di 650 milioni di metri cubi di gas naturale all’anno. Oggi la maggior parte delle zone del Libano ha solo due ore di elettricità al giorno e gli ospedali e gli alberghi sono costretti a utilizzare generatori. L’accordo potrebbe alleviare almeno in parte la crisi elettrica nel Paese. Ma richiede ancora l’approvazione della Banca Mondiale, che si è impegnata a finanziarlo, e degli Stati Uniti per la conformità al regime di sanzioni contro la Siria”.

Il Libano è solo uno dei due Paesi con cui Tel Aviv, spalleggiata da Washington, vuole rilanciare le relazioni diplomatiche grazie al gas. L’altro, vitale per Israele, è la Turchia.

Il grande gioco sul gas della Turchia

La Turchia è la grande avversaria, storicamente, di EastMed. Contesta il fatto che si possa fare con il gasdotto concorrenza a TurkStream e la valorizzazione strategica di Cipro, con cui ha dispute territoriali per la questione della parte Nord dell’Isola di Venere sotto controllo di Ankara.

Ed è proprio per non urtare Ankara che nel gennaio scorso gli Usa hanno ritirato l’appoggio alla nuova pipeline su cui ora ritornano di gran carriera. Un cortocircuito politico che segna l’indispensabile natura di Ankara come partner strategico della Nato. La Turchia può in quest’ottica essere accontentata con un interconnettore capace di plasmare un suo aggancio a Leviathan e Tamar. La distensione avviata dall’ex premier di Tel Aviv Naftali Bennet può in tal senso aiutare.

Grecia e Cipro, nuove avanguardie Usa

Atene, timorosa dell’assertività turca, ha promosso un grande dinamismo regionale. La geopolitca energetica ricopre un ruolo importante e Atene sta promuovendo una trasversalità degli accordi che si unisce alla sempre più convinta presenza in ambito Nato come attore garante del fianco Sud. Le alleanze riguardano il gas ma non solo. Nell’ottobre 2021, ha scritto Emmanuel Karagiannis del King’s College di Londra, “il Primo Ministro greco Kyriakos Mitsotakis e l’egiziano Abdel-Fattah el-Sisi firmarono un accordo per costruire un collegamento elettrico sottomarino che passi per la nuova zona economica esclusiva greco-egiziana. Questo progetto è volto a collegare l’Europa e l’Africa attraverso la costruzione di un cablaggio sottomarino della potenza totale di 2000MW in entrambe le direzioni. Insieme ad altri collegamenti simili sviluppati nella regione, tra cui quelli tra Italia e Bulgaria, quello tra Egitto e Grecia potrebbe trasformare quest’ultima in un centro energetico di energia a basso costo ed ecosostenibile”. Ponendo le basi perché lo scenario di alleanze interregionali delineato da EastMed e sognato da Israele prenda piede.

Cipro, in quest’ottica, non è membro della Nato ma per gli Usa e Israele ha grande valenza securitaria: l’Eastern Mediterranean Security and Energy Partnership Act del 2019 passato dal Congresso Usa è stato rimesso in piedi dall’amministrazione Biden per fornire assistenza securitaria all’Isola di Venere. L’aiuto di Israele alle forze armate greche, parimenti, è visto da Cipro come un’assicurazione sulla vita.

Il ruolo dell’Italia

Last but not least, l’Italia. Vero attore abilitante dell’architettura securitaria con cui gli Usa vogliono, attorno a Israele, plasmare una nuova grande strategia energetica per il Mediterraneo capace di far concorrenza alla corsa del gas russo verso l’Europa.

Roma può giocare un ruolo come polmone occidentale di questa strategia,come del resto intuito da Mario Draghi e Naftali Bennet, premier uscenti o già usciti dai rispettivi esecutivi, nel loro ultimo incontro. La partecipazione dell’Italia con Edison a EastMed, precisamente al tratto finale Igi-Poseidon in arrivo in Puglia, può dargli tutt’altra caratura. L’acquisto del 25% del gasdotto della pace Israele-Egitto da parte di Snam e la partecipazione di Roma alla corsa al gas dell’Egitto col maxigiacimento Zohr di Eni può rinsaldare i legami.

La diversificazione energetica e la transizione aggiungono ulteriore sostanza. Ma il dato di fondo è politico: la valorizzazione geostrategica del Mediterraneo è un’opportunità che l’Italia non può farsi sfuggire. Il potenziamento dell’asse con Israele può darci visibilità e forza in chiave regionale e, con il sostegno Usa, unire sicurezza nazionale e regionale in ambito economico ed energetico. Ciò che maggiormente conviene all’Italia, del resto, è fare del Grande Mare uno spazio di cooperazione, commercio e stabilità. E questo può accadere anche grazie al gas.

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