Senza vendite di gas e altri idrocarburi l’economia russa durerebbe poco. Lo sostiene un attento conoscitore del contesto, Andrei Illarionov.  60 anni, una lunga carriera nelle istituzioni di Mosca, Illarionov è stato consigliere economico di Vladimir Putin dal 2000 al 2005 e dal 2021 è fellow al Center for Security Policy di Washington. Intervistato dalla Bbc, Illarionov ha dichiarato che “se i Paesi occidentali provassero ad attuare un vero embargo sulle esportazioni di petrolio e gas dalla Russia, scommetterei che probabilmente entro un mese o due, le operazioni militari russe in Ucraina, probabilmente cesserebbero. Sarebbero fermate”, ha affermato lo studioso e oppositore di lungo termine del presidente russo.

Illarionov ha rotto con Putin nel 2005, poco dopo i tragici fatti della scuola di Beslan liberata con violenza dai militari russi che assaltarono i terroristi ceceni che l’avevano messa sotto sequestro. Liberista convinto, critico del matrimonio tra apparati e Stato nell’economia russa, Illarionov sottolinea la dipendenza di Mosca dalle esportazioni energetiche. L’ex fellow del Cato Institute nota come in questo contesto le sanzioni occidentali stanno, per ora, finanziando la guerra in Ucraina più di quanto stiano lavorando per contrastarla: “se a marzo dell’anno scorso i ricavi della Russia derivanti dalle esportazioni di petrolio e gas non raggiungevano i 10 miliardi di euro, il mese scorso le entrate russe avevano superato i 15 miliardi”, ha notato. Su Inside Over di recente abbiamo sottolineato come tra gas, petrolio, carbone, grano e metalli vari la guerra, con il rincaro dei prezzi, sta portando a Mosca diverse entrate per difendere il cambio e rafforzare la sua riserva di valuta pregiata. Al contempo, però, dall’inflazione alla crisi dell’automobile diversi indicatori parlano di un’economia reale che scricchiola. Mosca vive in questa fase un’accentuazione del suo dualismo economico.

Illarionov propone di imporre uno shock all’economia russa imponendo l’embargo totale alle importazioni energetiche dell’Occidente. L’analista russo è “sicuramente un profondo conoscitore di questa realtà”, nota in un confronto con Inside Over Carlo Stagnaro, direttore della ricerca dell’Istituto Bruno Leoni, per il quale non c’è dubbio che “un embargo collettivo delle importazioni russe metterebbe Mosca in ginocchio”.



L’embargo chiaramente creerebbe, per Stagnaro, contraccolpi all’economia europea “più nell’immediato che nel medio termine”. Anche per Francesco Manta, economista ed esperto di geopolitica russa, “l’opinione è verosimile, dato che buona parte delle entrate di Mosca derivano dagli idrocarburi” e addirittura si potrebbe pensare che i tempi di fine della guerra in caso di incentivazione della guerra economica potrebbero essere più rapidi di quelli prospettati da Illarionov.

L’Europa e l’Occidente possono dunque sfoderare con sicurezza l’opzione nucleare? No, troppo presto, nota Manta, attualmente impegnato come docente di International Management alla Libera Università Mediterranea di Bari. “Porrei la questione su un piano interno all’Unione Europea. Bisogna chiedersi cosa significa interrompere in questo momento in assenza di diversificazione le importazioni energetiche dalla Russia”: tale scelta si sostanzierebbe in un blocco dell’economia. La guerra economica vedrebbe entrambe le parti in causa danneggiate perchè nel momento in cui le industrie strategiche e i settori più energivori dell’economia si fermano il problema è enorme. In Italia “già nell’era Covid abbiamo visto una contrazione del Pil del 9%. Cosa succderebbe” se “bloccassimo completamente il nostro Paese?”, si chiede retoricamente Manta. Certo, abbiamo delle riserve, ma non “per andare lontano” o per raggiungere i target di diversificazione.

Pensiamo al solo caso italiano. Su queste colonne abbiamo stimato tra i quattro e i cinque anni necessari per sostituire circa 26,5 dei 33 miliardi di metri cubi importati annualmente dalla Russia. E per Manta “dobbiamo valutare anche il nostro orizzonte temporale di resistenza”. In aggiunta non vanno dimenticati gli effetti che un embargo su gas e petrolio avrebbe su “tutta una serie di terre rare e metalli” essenziali per l’industria europea e italiana hi-tech, su cui le scorte sono tali da soddisfare esigenze concentrate su un breve orizzonte temporale. Essenzialmente il problema è legato alla dinamica sottolineata di recente da Draghi col celebre dualismo tra pace e condizionatori: “Draghi ha semplificato molto”, chiosa Manta, “ma l’interrogativo è preciso: dobbiamo girarci dall’altra parte e far sì che la guerra continui tutelando la nostra sopravvivenza economica” oppure “fare una scelta di tipo collettivistico e pensare al bene della comunità internazionale stringendo i denti per un tempo indefinito? Sicuramente è molto più pronto Putin a sostenere gli effetti di una guerra sotto questo profilo rispetto a noi”.

Non bisogna dimenticare che molti di questi metalli che potrebbero essere travolti dalla guerra economica totale con la Russia “sono cruciali per la transizione energetica”, terre rare in primis. In una fase in cui “ci siamo trovati a riaprire le centrali a carbone e non riusciamo a sostenere con gli stessi ritmi la decarbonizzazione a livello italiano ed europeo” una sfida totale con la Russia dovrebbe esser portata nella piena consapevolezza di ciò che questo significa per tali paradigmi.

In sostanza premere il bottone nucleare sul piano economico rischia di creare un effetto valanga, ed è per questo che né la Russia ha ancora interrotto le forniture né l’Europa decretato l’embargo. La guerra economica ha, per fortuna solo metaforicamente, dinamiche simili a quelle di un conflitto nucleare: il fallout di un’azione ricade anche sull’attaccante. Il professor Massimo Amato, dialogando con Il Giornale, lo ha ricordato, parlando sia dell’indebolimento della fiducia nel dollaro che le sanzioni occidentali hanno provocato che dell’effetto sfiduciante creato dalla Russia dopo le parole di Vladimir Putin sulla richiesta di rubli per il gas. E in quest’ottica va compreso come la proposta di Illarionov genererebbe effetti sistemici a ogni livello. Al di là della critica per la visione di un economista che, tra le righe, ammette di esser pronto a sostenere la caduta in rovina del suo stesso popolo pur di far cadere Putin, opzione che non va meditata a cuor leggero, c’è un dato politico che lascia presagire come la guerra economica indiscriminata rischierebbe di alzare le tensioni a un livello senza precedenti. Portando a una crisi economica sistemica e a una fine della globalizzazione e della fiducia ad essa associata per come le avevamo conosciute. Opzioni che comporterebbero sicuramente un aggravio delle tensioni geopolitiche tra i grandi blocchi di potenza globali.

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