Che succederebbe se la Russia staccasse all’Europa le forniture di gas? La situazione sarebbe problematica per molti Paesi, Italia e Germania in testa, e l’ipotesi comincia a diventare plausibile mentre si avvicina la data-vertià dell’1 aprile, giorno in cui Mosca inizierà a richiedere i pagamenti energetici unicamente in rubli.



La cosiddetta disruption, l’interruzione delle forniture di gas russo, non è dunque solo un caso di studio accademico, ma un’ipotesi concreta che è sul tavolo. In Italia le consegne di gas russo sono comprese tra i 29 e i 33 miliardi di metri cubi annui e questo significherebbe senz’altro un problema sistemico non indifferente. Oltre al 40% di gas (155 miliardi metri cubi), l’Ue deve a Mosca anche il 27% del petrolio e il 46% del carbone, che nel 2021 hanno sommato 148 miliardi di euro di entrate per le casse russe e che oggi, con i prezzi gonfiati, garantirebbero una cedola quotidiana compresa tra gli 800 milioni (stime del governo tedesco) e il miliardo (ipotesi del Ministero della Transizione Ecologica italiano gudiato da Roberto Cingolani) di euro.

Se la Russia dovesse, da un giorno all’altro, bloccare le forniture della più strategica di queste materie prime, il gas, all’Europa creerebbe problemi non controbilanciabili con analoghe mosse su petrolio o carbone: innanzitutto, per i legami stretti tra i sistemi energetici che è fortemente dipendente dalla geografia dei gasdotti che corrono attraverso il Vecchio Continente; in secondo luogo, perché prenderebbe in contropiede Paesi che si trovano di fronte a una crisi sostanziale nei livelli di stoccaggio dell’energia; infine, a causa dell’effetto-slavina che genererebbe sui mercati finanziari.


E vi è da dire che sul profilo strategico, economico e politico la disruption creerebbe un problema non indifferente e di sistema ai Paesi europei.

In primo luogo, Mosca scaricherebbe sull’Europa una acuta volatilità legata al boom dei prezzi e alla complessità delle sue conseguenze sull’inflazione e i tassi di crescita delle economie nazionali già gravate dalla crisi del Covid.

In secondo luogo, la Russia imporrebbe ai Paesi europei una minaccia strategica non indifferente aprendo una forte conflittualità sui Paesi membri dell”Unione Europea che condizionerebbe le strategie di acquisto comune e centralizzato e, al contempo, provocherebbe un contraccolpo di ampio respiro a causa dell’incentivazione della gara per le forniture di prodotti come il Gnl, su cui nelle ultime settimane Stati come Italia e Germania si stanno già scontrando.

Terzo punto sono le ricadute sociali. Secondo La Stampa, in particolar modo, in Italia c’è la concreta minaccia di razionamenti di gas: “esistono piani del governo per introdurre misure di flessibilità sui consumi di gas (come l’interrompibilità nel settore industriale, che agisce per brevi periodi settimanali in caso di picchi della domanda) e sui consumi di gas del settore termoelettrico, dove esistono misure di riduzione del carico in modo controllato e misure di contenimento dei consumi in tutti gli altri settori”. Potrebbe, in quest’ottica, “essere imposta una riduzione della temperatura dei riscaldamento domestico e degli uffici pubblici, oltre ad altre misure di risparmio energetico” con l’obiettivo di arrivare a un livello efficace di scorte entro l’inverno. A febbraio erano attorno al 45% contro un livello medio di stoccaccio pari all’80% negli anni scorsi.

Il quarto punto da non sottovalutare è la possibilità di una crisi di durata prolungata: Roberto Cingolani ha parlato a inizio guerra russo-ucraina di forniture dimezzate in tre mesi, ma lo scenario ora appare più complessoLa Stampa cita come possibilità per un’indipendenza dal predominio russo nel gas su un orizzonte triennale, oltre i trenta mesi con cui Cingolani inizialmente perorava l’azzeramento delle forniture da Mosca. Si potrebbe arrivare, tra nuovi impianti Gnl, raddoppio del Tap e EastMed, a uno scenario di quattro-cinque anni.

Ma neanche la Russia ha tutte le certezze di poter colpire senza conseguenze. La guerra economica ha, per fortuna solo metaforicamente, dinamiche simili a quelle di un conflitto nucleare: il fallout di un’azione ricade anche sull’attaccante. Il professor Massimo Amato, dialogando con Il Giornale, lo ha ricordato: il diktat della Russia (niente rubli, niente gas), non sembra una battaglia credibile. “I contratti non lo prevedono e la minaccia di chiudere le forniture sarebbe una mossa che danneggerebbe in primis la Russia stessa, che sarebbe ancora più esposta sul fronte finanziario, privata sia di euro e dollari da un lato che di rubli dall’altro”, perdendo inoltre l’effetto sistemico dell’indebolimento della fiducia nel dollaro che le sanzioni occidentali hanno provocato.

Inoltre, la Russia non può rinunciare serenamente alle entrate sicure che la disruption provocherebbe, dato che il mercato europeo è fondamentale e Paesi come la Cina, importatori interessati, potrebbero accettare un proseguimento delle forniture da Mosca a prezzi ribassati dato il surplus di offerta.

Dunque è fondamentale capire che la manovra di distacco delle forniture energetiche russe dall’Europa creerebbe una situazione di caos per entrambe le parti in cui non è detto che sia l’Occidente la parte perdente. E non dimentichiamo che è stato il policy mix tra l’incasso di valuta pregiata e la gestione monetaria di Elvira Nabiullina, governatrice della Bank of Russia, a salvare per ora la Russia dal default. Tranciare la prima fonte di entrate getterebbe Mosca nell’abisso del default. Una manovra suicida che nessuno, dalle parti del Cremlino, vuole permettersi.

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