A partire da martedì i Paesi affacciati sul Baltico hanno iniziato ad osservare da vicino quanto sta accadendo lungo le condutture Nord Stream 1 e Nord Stream 2. Si tratta dei due gasdotti che portano il gas russo in Europa. Opere quindi strategiche e fondamentali per l’approvvigionamento energetico del Vecchio Continente. Tra lunedì e martedì almeno tre esplosioni hanno danneggiato le condutture e, a largo dell’isola danese di Bornholm, sono ancora oggi ben visibili le chiazze generate in superficie dalla fuoriuscita di gas.

Sull’accaduto ci sono varie ipotesi, tutte o quasi riguardanti atti di sabotaggio. Polonia e Ucraina hanno accusato apertamente la Russia di essere coinvolta nei danneggiamenti, l’Ue ha parlato di un’inchiesta delicata già partita per trovare i responsabili. Mosca, dal canto suo, ha negato ogni possibile coinvolgimento.

Le esplosioni in mare aperto

Il Nord Stream 1 e il Nord Stream 2 sono composti da due linee di condotte entro cui scorre il gas estratto in Russia e venduto da Mosca ai clienti europei. Dalla cittadina di Vyborg le tubazioni si immergono nel Baltico, per agganciarsi alle linee del vecchio continente in territorio tedesco. Il Nord Stream 1 è entrato in funzione tra il 2011 e il 2012, il Nord Stream 2 invece, pur completato, non è stato mai utilizzato. A febbraio, nell’ambito delle misure sanzionatorie decise contro la Russia per via delle tensioni in Ucraina, il governo tedesco di Olaf Scholz ha deciso di accantonare l’imminente inaugurazione delle nuove condutture.

Lunedì 26 settembre, nelle acque sovrastanti i due gasdotti, è stato notato un qualcosa si strano. Alle ore 2:03 i centri di sismologia svedesi hanno registrato una scossa di magnitudo 1.9 della scala Richter. Un altro tremore è stato catturato dai sismografi alle 19:04, ha magnitudo 2.3. L’epicentro in entrambi i casi è stato fissato nei dintorni dell’isola danese di Bornholm. Peter Schmidt, membro dell’istituto sismico svedese, ha spiegato ai media locali che da subito la sorgente delle scosse non è apparsa naturale: “Si è trattata – si legge nelle sue dichiarazioni – di un’enorme emissione di energia che interpretiamo come proveniente con la massima probabilità da una forma di detonazione”.

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Infografica di Alberto Bellotto

É stato questo il primo segnale che qualcosa sotto le acque del Baltico era successo. Ma ancora forse nessuno aveva ricollegato gli episodi a problemi nei gasdotti. Martedì però le società che gestiscono le infrastrutture hanno notato una repentina perdita di pressione nelle stazioni di pompaggio. A questo punto ad emergere è stato il sospetto di un grave danneggiamento dei gasdotti e di una serie di esplosioni in grado di far disperdere il gas in mare.

La conferma è arrivata dalle immagini trasmesse dalle autorità danesi in cui, a largo di Bornholm, sono ben visibili le chiazze generate dalla fuoriuscita di gas. Gli accertamenti hanno individuato almeno quattro falle. Due sono state localizzate dalla marina danese nella propria zona economica esclusiva e, in particolare, una riguarda il Nord Stream 1 e una il Nord Stream 2. Una terza falla è stata invece accertata dalle autorità svedesi nelle acque di propria competenza lungo il percorso del Nord Stream 1. C’è poi una quarta falla, sempre in acque svedesi, resa nota da Stoccolma solo nelle ultime ore. Al momento non è stato comunicato in quale dei due gasdotti quest’ultima falla è presente.

A preoccupare maggiormente sono comunque i danni relativi al Nord Stream 1, il quale seppur non in funzione al momento delle esplosioni, conteneva grandi quantità di gas. La conduttura era chiusa da agosto per via di lavori di manutenzione da parte di Gazprom, il gigante russo dell’energia. Lavori poi tramutati in un ulteriore stop, stavolta a tempo indefinito, deciso il 2 settembre ufficialmente per “una perdita d’olio presso l’unica turbina in funzione presso la stazione di compressione di Portovaya”, così come riportato dalla società.

Le conseguenze delle esplosioni

Le deflagrazioni si sono verificate a circa 80 metri di profondità e hanno provocato una fuoriuscita di gas tutt’ora in corso. Secondo le autorità danesi, la fuoriuscita potrebbe durare almeno una settimana. Il consorzio Nord Stream AG, gestore degli impianti, ha indicato nel prossimo lunedì il giorno in cui probabilmente le fuoriuscite finiranno e i tecnici potranno ispezionare da vicino le tubazioni. In corrispondenza dei tratti di mare interessati dalle esplosioni, è possibile vedere imponenti chiazze, con diametri che vanno dai 200 ai 1.000 metri, formate dalla dispersione del gas uscito dalle condutture.

I primi accertamenti condotti da Copenaghen e dai tecnici giunti sul posto, hanno individuato danni imponenti e considerati “senza precedenti”. Non sono stati rilasciati dati certi in tal senso, visto che le indagini sono ancora in corso, ma sembrerebbe che la riparazione dei danni potrebbe richiedere anni di lavoro. E c’è chi, in ambienti diplomatici, ha parlato anche di guasti irreversibili. Comunque la si veda, l’unica cosa certa è che, nella migliore delle ipotesi, il gas russo non potrà andare direttamente in Germania per molto tempo.

Le ipotesi

I governi di Danimarca e Svezia hanno ufficialmente parlato di sabotaggio o comunque di esplosioni non generate da incidenti. A Copenaghen e a Stoccolma sono state avviate delle indagini per provare ad accertare dinamiche e responsabilità dell’accaduto. “Le fughe di gas – ha dichiarato il premier danese Mette Fredricksen – non sono un incidente, si tratta azioni deliberate”. La posizione dei due governi più interessati dalle esplosioni è oramai condivisa a livello generale. Anche il governo tedesco ha parlato di “attacchi mirati”, mentre l’idea di aprire indagini contro sabotatori è emersa anche all’interno dei palazzi che ospitano la sede della commissione europea.

Di sabotaggio ha parlato ufficialmente anche il Cremlino: “Occorre un’indagine urgente – ha dichiarato il portavoce della presidenza russa, Dmitry Peskov – le notizie sono davvero allarmanti e riguardano la sicurezza energetica dell’intero continente”. Dagli Stati Uniti il primo commento è stato affidato al Segretario di Stato, Antony Blinken: “Le prime informazioni indicano che siano state causate da un attacco – ha detto – ma si tratta solo di prime notizie”.

Di chi è la responsabilità?

Assodato che l’ipotesi dell’incidente è stata scartata e che a farsi avanti è l’idea del sabotaggio, in che modo potrebbe essere stato portato avanti l’attacco contro i gasdotti? E, soprattutto, da chi? Ucraina, Polonia e Lituania hanno subito accusato i russi, con Mosca rea secondo i governi in questione di voler ricattare l’Europa e provocare l’inverno energetico nel continente. Le indagini però sono soltanto all’inizio e l’impressione è che occorrerà aspettare ancora a lungo prima di avere dati significativi. A Berlino, così come a Washington e a Bruxelles al momento si è molto cauti nel lanciare specifiche accuse.

Anche perché l’intreccio di sospetti e possibili moventi in questa storia è molto fitto. Chi ha accusato il Cremlino ha puntato sulla volontà russa di ricattare l’Europa. Non solo, ma secondo il ministro della Difesa lituano, Arvydas Anusauskas, facendo saltare in aria il Nord Stream “Mosca sta aiutando Gazprom a evitare di pagare miliardi di euro di responsabilità finanziarie”. Ma dalla capitale russa hanno tenuto a ricordare che Gazprom, essendo proprietaria dell’impianto, sarà la società più direttamente coinvolta nella vicenda. Il portavoce Peskov ha poi lanciato una velata accusa agli Stati Uniti: “Stiamo assistendo a enormi profitti dai fornitori di Gnl statunitensi che hanno moltiplicato le loro forniture al continente europeo. Sono molto, molto interessati a ottenere questi super profitti in futuro”.

Negli ambienti diplomatici poi non è passato inosservato il fatto che, poche ore dopo la rilevazione degli incidenti nel Mar Baltico, in Polonia si è tenuta la cerimonia di inaugurazione del Baltic Pipe. Si tratta di un nuovo gasdotto capace di trasferire gas dalla Norvegia alla Polonia, passando dalla Danimarca. Alla cerimonia erano presenti il presidente e il premier polacco, Andrzej Duda e Mateusz Morawiecki, il premier danese Mette Frederiksen e il ministro dell’energia norvegese, Terje Aasland. Un indizio ricollegabile alla vicenda Nord Stream per alcuni, semplice coincidenza per altri.

Sulla stampa internazionale, il New York Times ha lanciato l’ipotesi di un ordigno lasciato da un sottomarino oppure di una bomba sganciata da una nave o da un aereo. Sempre sul quotidiano della Grande Mela, alcuni analisti hanno parlato di azioni architettate da russi non vicini al Cremlino. Un’ipotesi avente come base l’idea secondo cui il presidente Vladimir Putin avrebbe tutto l’interesse a preservare i gasdotti in suo controllo.

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