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Molto si parla in questa fase del ritorno al nucleare italiano come fonte di approvvigionamento energetico ideale per superare la crisi energetica. Meno della questione, critica, degli approvvigionamenti strategici della risorsa chiave di materiale fissile, l’uranio, necessaria a far funzionare eventuali nuovi reattori.

I reattori nucleari spesso impiegano nelle economie avanzate dieci anni o più per essere autorizzati e costruiti, e dopo l’entrata in vigore possono funzionare per sei o più decenni. Il combustibile nucleare viene sostituito in un reattore al massimo ogni 18 o 24 mesi. L’uranio può richiedere più di un anno per essere estratto, macinato, convertito in una forma gassosa, arricchito in uranio fissile-235 e trasformato nelle barre di combustibile che vengono calate nei reattori durante l’attività delle centrali.

La disponibilità di combustibile nucleare per le centrali si fonda dunque su due necessità. Da un lato, quella di materia grezza. Dall’altro, quella di prodotti lavorati e pronti per l’immissione nelle centrali. Da questo passaggio si alimenta, dunque, la corsa al nucleare. Lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina ha mostrato la salienza di Mosca nel controllare questi approvvigionamenti strategici, tanto che nemmeno gli Stati Uniti hanno ad ora potuto sanzionare il materiale fissile fabbricato dal loro rivale.

Detentrice del 6% delle riserve globali, la Russia con circa il 43% della capacità di arricchimento operativa su scala globale è però centrale nella catena del valore dell’uranio, detenendo secondo quanto sottolinea la World Nuclear Association una capacità produttiva di uranio per centrali maggiore di quello di Francia, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito messi insieme.

Anche sull’uranio si combatte una battaglia geopolitica, dunque e l’Italia, qualora tornasse al nucleare, non potrebbe fare a meno di fare i conti con i colli di bottiglia degli approvvigionamenti. Quali Paesi sarebbero più centrali per Roma in caso di ritorno al nucleare? Vediamo i casi di due produttori importanti di elettricità tramite nucleare come Usa e Francia. Washington importa da un ampio gruppo di Stati le circa 22mila tonnellate di fabbisogno annuo. La Russia è terza con il 16% del totale dietro Kazakistan e Canada (22% ciascuno) e davanti a Australia (11%), Uzbekistan (8%) e Namibia (5%).

La Francia e il suo produttore di uranio di punta, Orano Corp., (una società che è stata inizialmente costituita nel 2017 come filiale di Areva. a seguito di un processo di ristrutturazione) sommano a una discreta produzione interna dal Niger, ex colonia e feudo transalpino, è al quinto posto nel mondo in termini di riserve di uranio (con riserve comprese tra 404mila e 421mila tonnellate). Nel frattempo, nota Resource World, un’altra nazione dell’Africa occidentale, il Mali, potrebbe diventare un altro campo di battaglia per i produttori globali di uranio entro il prossimo decennio. La Francia importa circa i nove decimi delle 8.700 tonnellate di uranio arricchito per le centrali che servono al suo complesso nucleare.

Buona parte della produzione mineraria è dunque sotto controllo o di attori ad oggi ostili (Russia) o di Paesi con una catena del valore già prenotata da altri big globali, dal Kazakistan al Canada. Il presidio francese in contesti come il Niger rende difficile, senza produrre scontri, infiltrazioni eventuali dell’Italia. Restano Paesi remoti come l’Australia, alleato sicuramente affidabile, incognite come la Namibia, buchi neri come il Congo.

Per l’Italia nei prossimi anni questo potrebbe essere il collo di bottiglia più complesso. Anche perché la produzione interna sarebbe incerta. Ad oggi, anzi, in Italia esiste solo una miniera d’uranio attivamente sfruttabile. Parliamo del sito bergamasco di Novazza, una frazione del comune di Valgoglio in Val Seriana, a circa 40 chilometri a nord-est di Bergamo: si tratta di un piccolo giacimento con 2.500 tonnellate di uranio confermate che alcune fonti riportano potenzialmente ampliabile fino a 4.800. La scoprì mezzo secolo fa l’Eni, ma dopo il referendum anti nucleare del 1987 fu chiusa. Nel 2006 la Metex, una società australiana, fece domanda alla Regione Lombardia per ottenere la concessione ad estrarre l’uranio, che il Pirellone valutò salvo poi fare marcia indietro dopo il no delle comunità locali.

Ex miniera di Novazza (Fotogramma)

Difficile pensare che Novazza possa essere messa all’opera nei prossimi anni. Anzi, la sua stessa modesta dimensione, oggi constatabile visitando il sito che è esempio dell’archeologia industriale nazionale, segnala la grandezza della partita geopolitica che Roma dovrebbe giocare per alimentare il suo sistema nucleare. E che inserirebbe una volta di più il Paese nel grande gioco delle materie prime. In potenziale contrasto con gli stessi alleati.

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