Sarà il gas naturale il protagonista della lotta alla crisi energetica nel Regno Unito di Boris Johnson. E anche per il petrolio non è ancora suonata la campanella dell’ultimo giro. Sono queste le principali novità delle ultime settimane nella politica di Londra, alle prese con il rischio di una crescente inflazione che rischia di frenare la strategia “nazional-liberista” di Johnson: investimenti pubblici in infrastrutture e rafforzamento del potere d’acquisto dei cittadini da un lato, sdoganamento della finanza della City attraverso la deregulation dall’altro.

Recentemente, infatti, il regolatore nazionale dei mercati elettrici Ofgem ha segnalato che dal prossimo 1 aprile scatterà un rincaro delle tariffe del 54% che, nota Oil Price, potrebbe causare un rincaro annuo di tra 693 e 740 sterline (da 828 a 884 euro) annuo per la spesa energetica delle famiglie. Inserendosi in un trend dominante di crescente inflazione nel quadro di un vero e proprio inverno dello scontento caratterizzato dal calo del potere d’acquisto dei cittadini britannici. Anche la Regina Elisabetta potrebbe essere tra i 22 milioni di cittadini britannici che vedranno un conto salato a fine anno: la gestione energetica dei palazzi di proprietà della famiglia reale come Buckingham Palace, complice le problematiche economie di scala, rischia di arrivare a raddoppiare il suo costo annuo da 2 a 4 milioni di sterline nel 2022 (da 2,39 a 4,78 milioni di euro). Tutto questo mentre le compagnie energetiche macinano profitti record: il Jersey Evening Post ricorda che British Petroleum è arrivata a segnare 9,5 miliardi di sterline (11,35 miliardi di euro) di utili per il 2021, in controtendenza con i 4,22 miliardi di perdite del 2020.

Cosa si è trovato a dover gestire BoJo? Uno scenario a rischio deterioramento. Da un lato, le compagnie come Bp volano grazie al caro-bollette e c’è il rischio che questi profitti non generino investimenti e occupazioni; dall’altro il Partito Laburista che guida l’opposizione suona la carica contro il governo conservatore chiedendo extra-tasse sui profitti. In mezzo, c’è la popolazione, principalmente la classe media, che rischia di pagare il prezzo della crisi. Da qui l’accelerazione sul gas: una svolta pragmatica per alleviare i costi della crisi sul breve periodo, mobilitare investimenti produttivi dal settore privato, salvare le prospettive di transizione.

A novembre 2020 il premier aveva ben altri piani, come esplicitato in un editoriale firmato per il Financial Times: Johnson prevedeva in primo luogo di trasformare il Regno Unito in una vera e propria “Arabia Saudita dell’energia eolica” entro il 2030, di mobilitare mezzo miliardo di sterline in investimenti per l’idrogeno verde, di riformare il programma nucleare basandolo su centrali più piccole e gestibili, di rilanciare la produzione di batterie e auto elettriche nel Paese puntando alla possibilità di mettere al bando entro fine decennio le auto a benzina o diesel. Ora si cambia registro: come nota StartMag, infatti, il gas è stato rilanciato dopo che gli allarmi dell’autorità nazionale Oguk avevano sottolineato come ci fosse il rischio che senza nuovi permessi l’output gasiero nazionale sarebbe crollato del 75% entro il 2030. Dopo un crollo del 64% (da 107,8 a 39,5 miliardi di metri cubici) per l’esaurimento di molti giacimenti dal 2003 in avanti questo significherebbe la fine di un settore che, nonostante il restringimento, “fornisce il 73% dell’energia del Regno Unito e soddisfa il 47% della sua domanda di gas naturale”. E in quest’ottica “Rishi Sunak, Cancelliere dello Scacchiere, ha chiesto al Segretario agli Affari e all’Energia Kwasi Kwarteng di accelerare le licenze per sei campi mentre crescono i timori sull’impatto economico dello zero netto entro il 2050”.

Gli eroi di Ken Loach, le tute blu operaie dell’ex “Muro Rosso” laburista fautrici della Brexit e del trionfo elettorale conservatore del 2019 attendono nuove certezze e nuove prospettive economiche dopo anni di crisi aggravati dalla pandemia. La transizione ecologica non è stata mai ritenuta da Johnson la panacea, ma un settore dove le prospettive di crescita sono maggiori che altrove. Risulterebbe tuttavia impensabile sacrificare le prospettive del Paese e della ripresa del Regno a una crisi energetica di breve periodo. Londra sceglie la via del pragmatismo mentre si fa strada, parallelamente, l’idea di intervenire per depotenziare la mina dei prezzi crescenti. E dopo la Spagna, che ha tagliato le tasse contro il caro-bollette, e la Francia, in cui Macron ha unito in un ampio disegno politico la transizione energetica dal gas al nucleare un altro grande Paese britannico sceglie una via strategica precisa e non ideologica contro lo tsunami energetico in atto: una lezione anche per l’Italia, Paese energivoro ove la batosta può essere più dura. E in cui ancora latita la volontà di tornare a sfruttare il prezioso gas nazionale.

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