La Germania torna sui suoi passi e promuove il carbone per rispondere al ricatto energetico russo. E, ironia della sorte, a farlo è il ministro dell’Economia e vicecancelliere Robert Habeck, assieme al ministro degli Esteri Annalena Baerbock maggiore esponente dei Verdi nel governo di Olaf Scholz. A parole nulla di nuovo sul fronte della strategia tedesca di decarbonizzazione che mira a eliminare la più inquinante delle fonti fossili entro il 2030. Nei fatti, dopo l’Italia, l’altro grande Paese europeo dipendente dal gas russo riattiva le centrali a carbone silenti per ovviare al rischio di una crisi energetica e alla minaccia di uno stop delle forniture da Mosca.

Habeck e Baerbock stanno vivendo nei mesi della guerra russo-ucraina un grande contrappasso per il loro comportamento giacobino sull’energia. Habeck è stato il principale fautore dello stop a Nord Stream 2 ma ha poi dovuto ammettere che senza gas russo la Germania rischia povertà di massa e crisi sociale. Baerbock ha bloccato, spingendo Scholz a fare lo stesso, la tassonomia verde dell’Unione Europea per l’inclusione del nucleare voluta dalla Francia ma in seguito il suo compagno di partito ha spinto per il ritorno del carbone.

Per sostituire il gas russo Schozl si sta muovendo su più direzioni. In primo luogo, nota La Stampa, “punta sul gas liquefatto”, dato che “in Germania sono già in costruzione due terminal Gnl galleggianti nel mare del Nord da mettere in rete sulla terraferma entro il prossimo inverno. In contemporanea si sono individuati due siti, a Wilhelmshaven e a Brunsbüttel, dove costruire impianti di rigassificazione, mentre altri due sono in programma. In secondo luogo il cancelliere guarda all’Africa e in particolare a Paesi come il Senegal per nuove forniture in prospettiva capaci di rompere la dipendenza dal gas russo; terzo punto è l’accelerazione sulla transizione, che però sconta il caos legato ai rincari delle materie prime. Visto che Berlino sta dismettendo gradualmente il nucleare e deve affrontare una fase delicata anche sulla sostituzione del petrolio russo, ecco emergere la via del carbone.

All’inizio della guerra in Ucraina, preventivamente, Habeck ha annunciato la creazione di riserve strategiche di carbone nel tentativo di ridurre la dipendenza della Germania dal gas russo. Queste consentiranno alle centrali elettriche di funzionare per trenta giorni d’inverno senza alcuna consegna. Ora che sul carbone la Germania intende sostituire la Russia con altri importatori come l’Australia questa risorsa è una delle poche su cui una faticosa autonomia strategica da Mosca sia possibile da conseguire. Ora di fatto la Germania sta lavorando alla riattivazione delle centrali elettriche alimentate a carbone che dovrebbero essere chiuse quest’anno e il prossimo, mantenendo l’intento del 2030 per lo stop definitivo ma concedendo una moratoria di fatto.

Berlino cavalca un trend che, come dimostra il caso italiano, è in via di definizione anche nel resto d’Europa e porterà, secondo le stime della Commissione, i consumi di carbone a crescere del 5% nei prossimi cinque anni. Il portale Balkan Energy News segnala altri due casi: “la Romania sta riavviando le sue centrali elettriche a carbone inattive per ridurre la dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio dalla Russia”, a cui Bucarest assegna il ruolo di principlae minaccia, mentre “la Grecia ha deciso di aumentare la produzione di carbone del 50% quest’anno e di far funzionare la sua ultima centrale a carbone Ptolemaida 5, attualmente in costruzione, fino al 2028. Fino a poco tempo fa si ipotizzava che il progetto potesse essere interrotto o almeno passato al gas dopo alcuni anni.

Il caso tedesco è sicuramente però il più emblematico per il suo valore politico e simbolico. A farsi artefici di tutte le inversioni di marcia sulla transizione sono infatti i ministri dei Verdi. Più realisti del re nel promuovere questa svolta, che tutto sommato libera la strada a Scholz su una parte consistente della sua agenda di governo, in cui avrà bisogno di minore margine di mediazione con i suoi Socialdemocratici e i Liberali (Fdp). Ora però per Berlino si pongono molti dilemmi: punterà a diventar hub energetico europeo nel mondo “post-russo” guidando la sostituzione delle importazioni da Mosca? Concederà un sostanziale liberi tutti sulla transizione? O si limiterà a rientrare nei ranghi dopo l’emergenza? Certamente c’è un certo grado di incoerenza tra il ritorno del carbone e lo stop alla tassonomia verde prospettata dalla Francia di Emmanuel Macron. Per Berlino sarà sempre più difficile tenere il piede in due scarpe senza compromettere la sua centralità europea anche in questa agenda e, di conseguenza, la sovrapposizione tra sicurezza energetica e obiettivi ambientali. Un contraccolpo che politicamente rischia di essere pagato dagli ecologisti di governo, celeri a rimangiarsi le promesse davanti alla realtà dei fatti.

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