Destinazione Europa: il gas naturale liquefatto made in Usa si prepara a prendere la rotta del Vecchio Continente dopo la visita di Joe Biden per il summit Nato e l’inizio del durissimo braccio di ferro con la Russia. Biden, il presidente ecologista che trivella più petrolio di Donald Trump, si prepara ad essere il nemico delle energie fossili che rafforzerà, per fini geopolitici, la strategia di energy dominance di The Donald.

Secondo i dati forniti dalla United States Energy Information Administration (EIA) nello scorso anno gli Usa si sono classificati al primo posto come fornitori di gas naturale liquefatto all’Europa, coprendo il 26% delle forniture e quasi raddoppiando le consegne: da meno di un miliardo a 1,85 miliardi di metri cubi nel passaggio dal 2020 al 2021. Tale quota rappresenta però un margine residuale dei consumi europei: la sola Italia, per fare un metro di paragone, consuma mediamente circa 70 miliardi di metri cubi l’anno. E del resto il fatto che molto vicina al Qatar, secondo (24%) si classificasse la rivale Russia, che ha resistito inserendosi nella partita del Gnl, ultima frontiera della “guerra fredda del gas”, segnala che la necessità americana (e europea) è duplice. In primo luogo, soppiantare le forniture russe di Gnl; in secondo luogo, aumentare apertamente la quota di gas americano nel mercato Ue.



Il Gnl a stelle e strisce occupa una parte importante della nuova strategia europea per rompere la dipendenza energetica da Mosca, che oggigiorno può essere utilizzato come ricatto geopolitico oltre che come fonte diretta di finanziamento alle operazioni che si vorrebbe contrastare a mezzo sanzioni. ” Il nodo è gordiano, ma i legami energetici con la Russia vanno sciolti”, nota l’analista geopolitico Gianni Bessi su Il Messaggero. “Su questo si stanno muovendo l’Europa, l’America e con loro l’Italia”, Paese che potrebbe diventare un “hub per portare il gas anche verso altre parti del Continente, a partire dalla Germania”.

Tre questioni fanno dell’Italia un hub ideale per il Gnl. In primo luogo la proiezione mediterranea del nostro Paese fa sì che il lungo profilo costiero si presti allo schieramento di navi rigassificatrici e rigassificatori offshore lungo l’intero arco della penisola; in secondo luogo, Roma può trovarsi a cavallo delle forniture di Gnl americane, qatariote e africane così da trovare tre direttrici su cui spalmare gli investimenti necessari; infine, ha il know-how e le imprese che possono costruire tale strategia: nel nuovo piano industriale Eni guarda all’Africa, mentre Snam ha già avuto mandato dal governo Draghi di acquistare navi rigassificatrici. “Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha quantificato tra 16 e 24 miliardi di metri cubi l’anno quelli che potrebbero arrivare in Italia grazie alla nuova capacità di rigassificazione”, nota Bessi. Piombino e Ravenna, simmetrici nei due mari Tirreno e Adriatico, appaiono gli hub ideali per schierare queste nuove infrastrutture, a cui però bisognerà aggiungere un potenziamento delle reti attualmente in essere e nuovi impianti.

In Italia sono allo stato attuale attivi tre rigassificatori: uno a terra a Panigaglia (La Spezia) e due in mare, a Livorno e a Porto Viro (Rovigo), mentre recentemente il Corriere della Sera ha rivelato che l’Italia potrebbe realizzare nuovi impianti a Gioia Tauro, in Calabria, tramite Sorgenia; e a Porto Empedocle, in Sicilia, tramite Enel. L’analista e consigliere regionale dell’Emilia-Romagna suggerisce anche la strategica città siciliana di Augusta, vicino Siracusa, dove Eni ha importanti attività, come ulteriore punto da tenere in considerazione.

Per quanto riguarda la capacità produttiva ancora non sfruttata Bessi sottolinea che “ci sarebbero ancora disponibili circa 4,5 miliardi di metri cubi all’anno, di cui però 2,5 miliardi di metri cubi all’anno nel sito di Panigaglia, che ha un vincolo derivante dalla possibilità di attracco di sole navi di piccola taglia. Il punto da chiarire riguarda soprattutto gli operatori che dovranno acquistare il gas da immettere nella rete: sarà aggiuntivo o sostitutivo di quello russo?”. Dilemma importante se ricordiamo il fatto che il Gnl ha un costo relativo al metro cubo doppio rispetto a quello importato via gasdotto e fino a dodici volte superiore rispetto a quello estratto dai pozzi italiani (che costa 5 centesimi al metro cubo) il cui rilancio deve essere la priorità.

Esiste un’opzione che permetterebbe di mettere a sistema tutte le dinamiche in questione. L’Italia può pensare a sostituire il gas russo sia con il Gnl che con nuove importazioni via gasdotto (si pensi al potenziamento del Tap) e lo sfruttamento dell’offshore nazionale alla condizione di pensare a una via per trasformarsi in un hub per l’intero sistema europeo. La Germania, l’Austria e gli altri Stati oggi impossibilitati a differenziare la loro strategia di fornitura dovrebbero necessariamente guardare a Roma e al Mediterraneo e valorizzare la strategia dell’Italia. Tanto più che questo potenzierebbe il ruolo di Roma di fronte ad altri attori: Bessi nota che dall’altra sponda del Mediterraneo “impianto di liquefazione situato a Dalmietta, in Egitto, di proprietà della società Segas (50% Eni), con una capacità di 7,56 miliardi di metri cubi all’anno e fermo dal novembre del 2012, ha ripreso la produzione a marzo 2021”. La grande corsa delle navi gasiere Usa può essere un pretesto: la costruzione di un hub strategico in campo energetico che faccia dell’Italia la rotta di destinazione di forniture diversificate capaci poi di entrare in rete verso il cuore del continente europeo ci consentirebbe di sfruttare sia la contrapposizione tra Occidente e Russia che lo stato di temporanea stasi della Germania per la sospensione di Nord Stream senza dover necessariamente passare dalla dipendenza del gas russo a quella del Gnl a stelle e strisce. Un’agenda su cui vale la pena puntare.

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