L’Italia sta lavorando a un “piano B” per resistere a un’eventuale fermata totale delle forniture energetiche dalla Russia in una fase in cui è sempre più difficile capire in che misura effettivamente la guerra del gas tra Mosca e l’Europa si espanderà.

“La crisi energetica è gravissima, i rischi sono altissimi per l’inverno, se il gas russo dovesse fermarsi”, ha dichiarato di recente il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Roberto Garofoli, fedelissimo di Mario Draghi. Garofoli ha detto che quella sul gas “è una corsa contro il tempo”. Il rischio “è che il gas russo non arrivi o che arrivi in quantità minori. Siamo impegnati nel riempimento degli stoccaggi, dobbiamo arrivare al 90% prima che inizi l’autunno”.

Le parole di un esponente defilato rispetto al grande pubblico ma di peso nell’esecutivo avvertono in forma più sobria il grande pubblico rispetto a quanto fatto da Robert Habeck, Ministro dell’Economia tedesco, che ha citato “disoccupazione di massa e povertà” come possibili conseguenze di uno stop del gas russo. E come spiegavamo l’Italia sul gas è, ad oggi, messa meglio di Berlino. Ma non abbastanza da poter passare indenne a un blocco improvviso delle forniture.

Nella giornata del 12 luglio Luigi Di Maio, il ministro degli Esteri, ha parlato di un riempimento degli stoccaggi per l’Italia al 67%, tre punti in più di quanto aveva detto il giorno prima l’amministratore delegato di Snam, Stefano Venier, nel corso di un convegno online organizzato da Enea. Supponendo una media tra le due stime (dati puntuali sono difficili da dichiarare nell’immediato) del 65,5% e considerando il primo giorno di ottobre come inizio dell’autunno termico, in due mesi e mezzo Roma deve provvedere al 23-26% (media 24,5%) dei riempimenti. A metà maggio il riempimento era di circa il 45%, quindi con un trend di crescita si può arrivare attorno all’85% per la metà di settembre.

Tutto questo tiene però conto della presenza di flussi ridotti ma garantiti di gas russo, dato tutto fuorché certo. Dal 40% l’Italia ha ridotto la dipendenza da Mosca al 25%: un dato minore ma non tale da farci sentire al sicuro. Dunque se Mosca dovesse usare l’arma energetica per cercare di tenere al freddo l’Europa, Roma dovrebbe essere costretta a misure di risparmio per salvare capra (la fornitura regolare al mercato) e cavoli (il riempimento degli stoccaggi) ed essere attrezzata per il lungo inverno che la aspetta.

Le misure proposte sul tavolo dal governo Draghi, ad oggi, non stanno brillando per originalità rispetto a quanto fatto in altri Paesi dove la situazione è più critica, come la Germania. Si parla di tagli lineari ai consumi e di misure di austerity energetica esplicita: “le iniziative”, nota First Online, “spaziano da razionamenti su riscaldamento, aria condizionata e illuminazione al coprifuoco nei negozi, dai tagli nelle abitazioni e negli uffici pubblici ed eventualmente per le industrie più energivore”. E ciò “andrebbe di pari passo con quello dell’Unione Europea (Bruxelles presenterà tra poco più di una settimana un piano di strategia unitaria), mentre sono in arrivo altri aiuti sulle bollette”.

Al contempo, qualora il gas venisse a mancare in forma sostanziale Roma è pronta a far andare a tutta velocità le sei residue centrali a carbone gestite da Enel e destinate in teoria a andare in pensione entro il 2025. La Commissione europea ha di recente promosso il piano RepowerEu con cui ha concesso ai  Paesi membri una deroga temporanea agli obiettivi climatici e un ritorno emergenziale all’utilizzo del più inquinante dei combustibili fossili. L’Italia oggi produce a carbone, nel pieno della crisi energetica, 3 Gigawatt su 33 mediamente consumati dal sistema-Paese, circa l’8%. Parliamo di una quota doppia rispetto alla media degli ultimi anni che può essere portata, con ulteriori crescite dimensionali, al 10%. Due delle sei centrali si trovano in Sardegna e servono al consumo dell’isola, che Roma vuole integrare al mercato elettrico nazionale, mentre le altre sono situate a Venezia, Monfalcone, Civitavecchia e Brindisi.

Quello che manca nel piano italiano, e si spera possa arrivare a breve, sono vere misure contro la povertà e gli choc energetici: misure di discontinuità politica, sociale, economica paragonabili alla ragionevole proposta condotta in Europa sul tetto al gas. La Francia, ad esempio, ha deciso che nazionalizzerà Electricite de France (Edf) e la coinvolgerà assieme a Engie e Total in un maxi-piano di risparmio e efficienza energetica volto a unire le decisioni dei produttori e quelle dei consumatori, mossa strategica che unita al tetto al rincaro delle bollette (massimo +4% a nucleo famigliare nel 2022) mira a redistribuire gli extra-profitti sulla collettività. La Germania, in difficoltà sul gas, sta provando a promuovere mobilità alternativa e sostegno alla domanda interna garantendo ai cittadini la possibilità di viaggiare nel Paese in treno per tutta l’estate con una tessera da 9 euro. Ancora più oltre è andata la Spagna di Pedro Sanchez. Nel Paese iberico, per risparmiare energia, da settembre a dicembre i trasporti ferroviari saranno completamente gratuiti. Roma potrebbe pensare a misure simili e, soprattutto, a garantire che la sostituzione delle forniture russe di gas diventi strutturale stringendo alleanze di lungo periodo con i nuovi partner degli ultimi mesi. Solo la visione di prospettiva può dare al “piano B” attuazione reale.

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