L’industria tedesca scopre un insolito consociativismo e sia i produttori che i sindacati si schierano apertamente contro l’ipotesi di un embargo energetico alla Russia. Temendo in caso di aumento delle sanzioni energetiche contro Mosca una materializzazione dei peggiori incubi prospettati nelle settimane scorse dal ministro dell’Economia Robert Habeck, che aveva parlato del rischio di “disoccupazione di massa e povertà”.

La Bda, associazione degli industriali tedeschi, e la Dgb, associazione dei sindacati tedeschi, hanno firmato il 18 aprile scorso una nota congiunta nella quale hanno espresso opposizione all’ipotesi di un embargo sul gas russo, paventando una deindustrializzazione della Germania. E forniscono un vero e proprio appoggio esterno al cancelliere Olaf Scholz, che da settimane tiene dritta la barra del timone ed è assieme al premier ungherese Viktor Orban l’esponente politico dei governi Ue più critico dell’ipotesi dell’embargo energetico.

In una dichiarazione congiunta i presidenti delle due associazioni, Rainer Dulger (Bda) e Rainer Hoffmann (Dgb) hanno voluto richiamare sul punto i rispettivi referenti politici nel governo, che sono rispettivamente i Liberali (Fdp) e i Socialdemocratici del cancelliere (Spd), così da far avallare anche ai Verdi, partito del vicecancelliere Habeck, la scelta. Nel comunicato congiunto Dulger e Hoffmann disconoscono l’intera architettura di sanzioni imposte alla Russia per l’invasione dell’Ucraina: “Così concepite, le sanzioni stanno danneggiando maggiormente chi le ha imposte rispetto a chi le subisce”, scrivono, sottolineando che “la pace sociale” è a rischio in caso di embargo energetico a Mosca. Se esso dovesse materializzarsi “prima ci sarà il calo della produzione, poi lo stop agli stabilimenti e infine la perdita dei posti di lavoro” a partire dai settori più energivori dell’industria. “Un embargo sul gas comporterebbe in pratica uno stop generalizzato della produzione in tutto il settore”, dice Alexander von Reibnitz, direttore dell’associazione delle imprese cartarie, Die Papierindustrie. La guerra ha già un impatto sui produttori di carta, a causa dei rincari delle materie prime. “Gli effetti economici del conflitto – dice Steffen Wuerth, presidente dell’associazione dei produttori di cartone ondulato Vdw – stanno esacerbando in modo drastico l’estrema pressione sui prezzi nella nostra industria“. Siderurgia, chimica e auto, cuore dell’industria tedesca, seguirebbero a ruota.

I costi, in quest’ottica, sarebbero notevoli. Greenpeace ha stimato che la bolletta pagata dai cittadini tedeschi per il petrolio e il gas russi crescerà per entrambi i rifornimenti, passando rispettivamente da 11,4 a 14,3 miliardi di euro e da 8,8 a 17,2 miliardi. E per la Bundesbank Berlino rischia una delle contingenze economiche più dure dal 1945 a oggi in caso di disruption delle forniture dalla Russia. In una sua simulazione macroeconomica la Bundesbank ha ipotizzato uno scenario in cui le imprese non fossero in grado di sostituire il gas russo con fonti di energia alternative per tre trimestri consecutivi. In uno scenario del genere, l’inflazione – che al 7,3% è già ai massimi dalla riunificazione – aumenterebbe di altri 1,5 punti percentuali quest’anno, esacerbando la minaccia della stagflazione. L’ultima volta che il tasso d’inflazione annuale nel Paese è stato così alto come nel marzo 2022 è stato nell’autunno 1981, prima della riunificazione, Un impatto sul Pil del 5% spingerebbe l’economia tedesca in una delle più grandi recessioni post-crisi finanziaria, poichè il Pil complessivo si ridurrebbe del 2%. L’economia tedesca si è ridotta del 5,7% nel 2009 e del 4,6% nel 2020. Il Fondo monetario internazionale ha, per ora, rivisto al ribasso le stime sull’economia tedesca per il 2022 e il 2023, portandole rispettivamente dal 3,8 al 2,1 per cento e dal 2,9 al 2,7 per cento.

Habeck aveva già messo le mani avanti nei giorni scorsi sottolineando che la Germania non potrà raggiungere la piena indipendenza dal gas russo prima dell’estate del 2024. I Verdi rischiano una Caporetto politica: dietrofront sul gas russo dopo aver spinto per stoppare Nord Stream 2, blocco dei programmi di transizione energetica accelerata, rischio di dover affrontare la rivolta dell’opposizione, guidata da Alternative fur Deutschland e dalla destra dell‘Unione Cristiano-Democratica, che chiede la riattivazione delle centrali nucleari in via di smantellamento. “È emblematico che il governo tedesco rigetti l’idea di riattivare le centrali nucleari in fase di decommissionamento per ridurre la dipendenza dall’energia russa, come ha già fatto il Belgio”, per la pressione dei Grunen, fa notare Formiche: in quest’ottica, ciò si inserisce nel quadro generale della “posizione attendista del governo tedesco”. Una posizione che “traspare anche sul fronte dell’energia, che è parte integrante della questione ucraina considerando gli assegni che l’Ue stacca a Vladimir Putin per i suoi idrocarburi. E come la non-scelta sull’invio delle armi, la linea Scholz sta creando fratture interne al Paese, già oggetto di critiche (seppur velate) da parte dei Paesi alleati, tra cui l’Ucraina”. La Germania ha scelto dunque l’economia e l’industria dopo aver scelto la geopolitica in un primo momento, varando il riarmo più ampio da settant’anni a questa parte in risposta all’assertività russa.

Il sistema-Paese tedesco appare dunque compatto. Il governo, le industrie, i sindacati, la Banca centrale e buona parte della popolazione temono il proseguimento dello tsunami energetico. E questo impone alla Germania di dover però scegliere sul fronte strategico il da farsi. Come conciliare ritorno dell’hard power, diplomazia e proseguimento del legame energetico con la Russia? Come farlo dopo i diversi flop diplomatici di Scholz come mediatore? Come evitare di dilapidare l’eredità di prestigio di Angela Merkel? Sarà molto difficile trovare il bandolo della matassa. La Germania è tornata nella storia con la guerra russo-ucraina, ma vuole tornarvi con pragmatismo e senza pagare i costi duri del distacco totale da Mosca, come invece oltre Atlantico a Washington desidererebbero facesse. La linea sottile tra il mantenere aperte relazioni che aprano alla diplomazia e l’esposizione al ricatto energetico russo è difficile da tracciare. Ma con la loro lettera industrie e sindacati mostrano che buona parte del mondo economico tedesco accetta di camminare sul filo per non condannarsi a un tracollo certo in caso di embargo.

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