La Russia congela il Nord Stream per almeno dieci giorni. Le linee del gasdotto che collega i giacimenti di Mosca alla Germania saranno chiuse dall’11 al 21 luglio per “lavori di manutenzione” che la compagnia Nord Stream Ag definisce “pianificati”, tra cui “test di componenti meccanici e sistemi di automazione per garantire un efficace, sicuro e affidabile funzionamento del gasdotto”. Il messaggio dell’azienda energetica, ripreso dalle maggiori agenzie russe, rappresenta un nuovo allarmante episodio per quanto riguarda i già difficili rapporti tra Europa e Russia sul fronte energetico. Rapporti in cui la Germania ha un ruolo più fondamentale considerata l’importanza di questo gasdotto nell’approvvigionamento energetico del Paese, ma anche quanto è stato (ed è) centrale il suo raddoppio, quello che è appunto il Nord Stream 2, e che è stata la prima momentanea vittima politica collaterale della guerra in Ucraina.

Il ministro dell’Economia e della Protezione del clima tedesco, Robert Habeck, ha espresso tutta la sua preoccupazione per la decisione russa. Scelta programmata, visto che se ne parla già da alcuni giorni, e come confermato da Nord Stream Ag, ma il timore di Berlino è che Mosca decida di sospendere le forniture anche dopo il 21 luglio adducendo come giustificazione quello di ulteriori lavori sul gasdotto.  “L’inverno può essere veramente problematico”, ha detto Habeck. E come riferisce il quotidiano “Berliner Zeitung”, il ministro considererebbe non “super-sorprendente” un’eventuale decisione di questo tipo da parte della Russia. Timori che erano stati fatti propri anche dalla commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson, che nei giorni scorsi, al termine del Consiglio Energia, aveva detto che l’ipotesi di stop delle forniture di gas studiata a inizio della guerra Ucraina adesso “sembra probabile”. “Non si possono escludere ulteriori decisioni da parte della Russia di escludere arbitrariamente Paesi o società”, aveva detto Simson. Prima ancora della commissaria Ue, era stato Klaus Mueller, presidente dell’Agenzia federale delle reti tedesche, ad avvertire sull’impossibilità di escludere la chiusura totale della fornitura di gas dalla Russia. Tanto è vero che il governo tedesco si era già attivato con lo stato di allerta.

Il terrore di molti leader è che Vladimir Putin, per punire i Paesi che si sono schierati apertamente contro la Russia, possa decidere di premere il metaforico pulsante sul flusso di idrocarburi. Un’ipotesi presa in considerazione da diversi analisti e considerata la “extrema ratio” in caso di “zar” messo all’angolo o completamente isolato sul piano internazionale. La Germania, vista come “traditrice”, potrebbe essere la prima vittima di una fase di ritorsione ancora più grave che avrebbe effetti disastrosi anche in vista dell’autunno e dell’inverno.

La paura di Berlino arriva anche dopo l’ipotesi, circolata attraverso il Der Spiegel, sulla nazionalizzazione della sezione tedesca del Nord Stream 2 per convertire l’infrastruttura in un terminale di gas naturale liquefatto offshore nel Baltico. Il Cremlino ha rifiutato di commentare in modo dettagliato la notizia parlando di materia “per gli avvocati”. Ma è chiaro che sarebbe visto come un episodio apertamente ostile. E quell’idea di dare le carte in mano agli “avvocati” sembra un modo per far capire che avrebbe delle conseguenze su vari fronti.

I timori europei e tedeschi non sono di certo infondati, visto che Mosca ha una leva contrattuale enorme dalla sua parte. Tuttavia, almeno per il momento, questi devono comunque considerati scenari negativi ma non sicuri. Nessuno dalla Federazione Russa ha palesato intenzioni di bloccare il gas dopo i lavori di manutenzione del Nord Stream. E c’è un precedente, proprio di questi giorni, che può indurre pensieri più ottimisti. Come riportato da Agenzia Nova, lavori di manutenzione sono avvenuti tra il 21 e il 28 giugno anche sul gasdotto Turkish Stream, e Gazprom aveva bloccato le forniture per completare le riparazioni. Il colosso russo, una volta terminati i lavori, ha poi comunicato sul proprio canale Telegram che il flusso era ripreso regolarmente alle 20:00 del 27 giugno. Notizia confermata anche dai Paesi europei che ricevono l’oro blu attraverso il gasdotto che unisce i giacimenti russi alla Turchia. Ma Ankara non è Berlino. E la diplomazia qui ha un peso che può diventare molto rilevante.

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