Parola d’ordine: diversificare le fonti di gas dell’Europa. Questo è il principale obiettivo delle principali potenze economiche e politiche europee nell’inverno della grande tempesta energetica, dello tsunami inflattivo e del rischio di una guerra ai confini tra la Russia e l’Ucraina.

Vaste programme, potremmo dire parafrasando il generale De Gaulle, dato che l’Unione Europea si trova nella condizione di dover programmare una svolta sistemica nel quadro di un contesto di accresciuta dipendenza e in una fase che la vede impegnata in un’altra, ampia sfida per la transizione energetica potenzialmente foriera di nuove forme di dipendenza tecnologico-industriale (Cina).

La partita del gas tra il 2021 e il 2022 ha portato all’ascesa di un’accresciuta sensazione di vulnerabilità per la dipendenza dalla Russia e, soprattutto, per la weaponization dell’energia da parte di Mosca. Inoltre, il dibattito sulla transizione energetica del Vecchio Continente ha reso più complesso il percorso per i grandi progetti infrastrutturali con cui l’Ue mira a rompere la dipendenza in questione. O a creare con Mosca un rapporto di mutua dipendenza. Il caso della Germania, che cerca in ogni caso di confermare quell’accordo storico con la Russia per il Nord Stream 2 e che ritiene fondamentale consolidarsi come hub gasiero dell’Europa settentrionale e centrale, segnala che l’Europa non può rinunciare agli investimenti nell’oro blu e al rapporto energetico con Mosca. Ma anche che può permettersi farlo solo in un’ottica di grande maturità geopolitica. Ad oggi su larga parte dei fronti assente.

La Banca centrale europea ha stimato nella giornata del 15 febbraio che un calo delle forniture di gas del 10% – causato dal precipitare della crisi in Ucraina  potrebbe ridurre il Prodotto interno lordo dell’Eurozona dello 0,7%. Paesi come la Germania stessa, inoltre, hanno in questo momento le scorte ai minimi mentre i prezzi sono in volo. La “verde” Norvegia, forte del suo fondo sovrano, e il Regno Unito, fuori dall’Ue, hanno segnalato negli ultimi mesi la loro disposizione a riportare in attività l’estrazione gasiera per ovviare alla dipendenza. L’Italia, dopo anni di immaturità, inizia a pensare al ritorno alle estrazioni nei giacimenti nazionali.

Lo stesso accade per la freneisa nella ricerca delle nuove infrastrutture. Varsavia ha ad esempio approvato il Baltic pipeline, gasdotto che collegherà i giacimenti norvegesi con il territorio polacco. Per la Polonia questa nuova infrastruttura segnala la possibilità di sganciarsi dalla dipendenza russa (via Danimarca), ma è un avvertimento anche per la Germania. Nei Balcani, invece, è da tempo in corso il “grande gioco” del gas naturale esteso a Grecia, Bulgaria e Serbia per le forniture, ove si ripropone il duello tra Russia e altri fornitori. La Bulgaria, ad esempio, ha allo studio Balkan Stream, il complemento esteuropeo dell’infrastruttura Turkish Stream con cui Ankara e la Russia hanno plasmato una nuova direttrice di accesso per il gas al mercato europeo, ma assieme a Belgrado sta esplorando altre opzioni, tra cui quella del cosiddetto Interconnector Bulgaria-Serbia (Ibs) sostenuto con forzada Bruxelles, che, come abbiamo sottolineato su queste colonne, “mira a costruire una “bretella” di 120 km in grado di connettere i terminali bulgari di Dimitrovgrad a quelli serbi di Nis per aprire le porte dell’Europa anche al gas azero proveniente dal Mar Caspio e al gas naturale liquefatto stoccato in Grecia”. Rivale della Turchia e attenta a costruirsi un ruolo egemone nella regione di riferimento Atene mira a diventare l’hub mediterraneo del gas, a triangolare le forniture provenienti dal Mediterraneo orientale verso il cuore del continente.

Nel mondo europeo dell’energia, dunque, c’è fermento. Ma al tempo stesso poche certezze su come costruire una linea unitaria d’indirizzo politico. Logiche differenti dei diversi Paesi, rivalità sulla tassonomia europea per la transizione, liti di condominio tra i vari Paesi e oggettive diversità di vedute sulla sicurezza energetica dividono l’Ue. Sono principalmente quattro i punti problematici e i nodi da sciogliere.

In primo luogo, da che Paesi approvvigionarsi sul fronte energetico per diminuire la dipendenza dalla Russia? I primi indiziati sono, in questo senso, Norvegia e Algeria. Oslo è adesso il primo fornitore dopo la Russia. Mosca fornisce all’Europa circa il 40% del suo gas naturale, principalmente attraverso gasdotti. E secondo l’Oxford Institute for Energy Studies, nel 2021, il 22% del gas consegnato dalla Russia all’Europa – inclusa la Turchia – è passato attraverso l’Ucraina; la Norvegia invece, contribuisce col 16% del totale delle importazioni europee e assieme al Regno Unito, come detto, sta tornando all’assalto dei suoi giacimenti. L’Algeria è invece strategica in quanto Paese pivot nel Nord Africa e principale fornitore mediterraneo dell’Italia che è oggigiorno il Paese dell’area Sud più dipendente dalla Russia. Di recente, ha scritto La Stampa, “la commissaria Margrethe Vestager ha strappato al vicepresidente nigeriano Yemi Osinbajo la promessa di maggiori forniture: a oggi la Nigeria esporta circa la metà del suo Gnl in Europa, soprattutto in Spagna, Francia e Portogallo” e anche il Giappone ha aperto a forniture di Gnl via Stati Uniti. Washington stessa guarda con attenzione oltre Atlantico

In secondo luogo, scegliere gasdotti o Gas naturale liquefatto?  Ad ora costi, efficienza e strategie suggeriscono di puntare sulla prima strategia. Lo dimostra emblematicamente il caso del Tap, che porta fino all’Italia il gas estratto nel Mar Caspio dall’Azerbaigian. Con 10 miliardi di metri cubi il Tap nel 2021 ha fornito a Roma un settimo del suo fabbisogno nazionale, impedendo che lo tsunami dei prezzi sommergesse il nostro Paese.

In terzo luogo, l’inserimento del gas naturale nei piani di transizione energetica di lungo periodo, avversato dalle frange più ambientaliste della politica comunitaria. “L’agenda europea per la decarbonizzazione richiede di rendere più costoso l’uso dell’energia fossile. Ora che i prezzi più alti sono arrivati improvvisamente, sarà ancora più difficile”, ha sottolineato Martin Sandbu, commentatore di economia europea del Financial Times, in un recente articolo.

In quarto luogo, c’è il nodo dei contratti regolati dalle normative europee per le forniture e della spinta, operata in passato verso gli acquisti estemporanei, quotidiani e accodati al mercato di gas da parte degli attori energetici del Vecchio Continente sui cosiddetti mercati spot. A dicembre l’allineamento dei tre principali prezzi spot del gas, ovvero quelli di Italia, Olanda, Regno Unito, in una fase di generale rialzo ha mostrato come questi tre mercati  siano fortemente condizionati da operazioni di arbitraggio e da operazioni speculative non vagliate adeguatamente. Destabilizzando di conseguenza un continente in piena sete di gas nella fase di più acuta volatilità di prezzi del decennio.

In sostanza sul gas l’Europa dovrà smettere di assecondare la tentazione a una generale ignavia puntando risorse sugli investimenti infrastrutturali, sulla ricerca di nuovi fornitori e sulla coesione del mercato interno se vuole porsi l’obiettivo di rompere la dipendenza dal gas russo per poter dialogare da pari a pari con Mosca. Ma questo impone in primo luogo una razionalizzazione dell’agenda politica che non pare all’ordine del giorno in Europa, complici i diversi obiettivi dei Paesi membri dell’Ue.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.