Nei giorni più caldi della crisi energetica torna a parlare di petro-yuan, ovvero di titoli energetici quotati sui mercati internazionali aventi come valuta di riferimento per lo scambio quella cinese. Nei giorni in cui la guerra russo-ucraina va intensificandosi, in cui Washington si prepara a tagliare Mosca fuori dai circuiti globali come lo Swift e in cui i Paesi arabi sono indicati dall’amministrazione Biden come quelli in grado di supplire a un eventuale calo dell’offerta di petrolio dovuto a un embargo energetico contro la Russia, al centro degli obiettivi della mossa cinese c’è la nazione-chiave del mercato dell’oro nero, l’Arabia Saudita.

Dopo aver snobbato l’invito di Biden ad innalzare la pressione contro la Russia, con cui Riad ha trovato una sintonia nel contesto dell’Opec+, dopo aver mantenuto una linea di stretta neutralità nel caso ucraino, non promuovendo alcuna sanzione pur avendo votato a favore della risoluzione delle Nazioni Unite di condanna formale della Russia di Vladimir Putin, l’Arabia Saudita potrebbe dare un nuovo schiaffo a Washington aprendo al commercio petrolifero nella divisa cinese.

Lo yuan-remnibi è fortemente sopravanzato dal Dollaro e anche dall’Euro come utilizzo negli scambi internazionali, in particolar modo per il fatto che il suo cambio con le altre valute è determinato dalla Banca centrale cinese giorno dopo giorno. Ma ora il Wall Street Journal ha rivelato che presto Riad potrebbe emettere titoli petroliferi denominati in yuan per diversificare le proprie esportazioni. Il quotidiano newyorkese ricorda che oggigiorno Riad “esporta 6,2 milioni di barili di petrolio al giorno” prezzandoli “esclusivamente in dollari” sui mercati globali. La Cina compra dall’Arabia Saudita “il 25% del suo fabbisogno in greggio”, per una media di 1,76 milioni di barili al giorno nel 2021, e, prezzandolo con lo yuan, otterrebbe un “notevole sviluppo per la sua valuta”.

Da tempo Pechino persegue l’obiettivo della de-dollarizzazione del sistema internazionale e ottenere la sponda del governo guidato dal principe Mohammad bin Salman aiuterebbe non poco a quest’obiettivo. Da tempo la Cina mira a diventare la nazione più influente nella regione del Golfo e a colmare il vuoto che dopo l’ascesa alla presidenza di Biden gli Usa paiono esser pronti a lasciare a Riad. Mbs e i suoi sodali lamentano l’assalto politico per il caso Kashoggi, il mancato sostegno nella guerra in Yemen, i tentativi di Biden di negoziare con l’Iran, l’ascesa di Washington come rivale in campo energetico: da 2 milioni di barili al giorno oggi le esportazioni saudite di petrolio verso gli Usa sono scese a soli 500mila, meno di quanti ne garantisse la Russia (598mila in media) prima del recente embargo voluto da Biden.

Dal 2018 Pechino utilizza titoli petroliferi fondati sullo yuan che hanno visto come primo utente il Venezuela di Nicolas Maduro, desideroso di avviare la transizione per la vendita del suo greggio sui mercati dal biglietto verde a un paniere di monete incentrato sul rublo e sullo yuan, e corteggia i sauditi per ottenere il loro assenso a una manovra di questo tipo. Il Wsj nota che “il serrato controllo valutario di Pechino” e “l’elevata volatilità” percepita dai mercati per lo yuan potrebbero rendere meno stabili le “entrate fiscali saudite” in caso di passaggio dal dollaro allo yuan come moneta per le forniture alla Cina, ma è pur sempre vero che la guerra in Ucraina pone l’intero sistema-mondo di fronte alla possibilità che il biglietto verde riconquisti il suo esorbitante privilegio. Invitando gli attori rivali di Washington o desiderosi di non farsi schiacciare di fronte alla necessità di compiere scelte strategiche.

Per Washington l’ipotesi su cui Mbs e Pechino starebbero negoziando sarebbe un problema per diversi motivi. In primo luogo perchè vedrebbe lo yuan sfondare laddove storicamente il dollaro ha mantenuto la sua principale zolla di riferimento, i mercati energetici che sono uno dei cardini della stabilità globale.

In secondo luogo, per la possibilità che si crei un effetto valanga di imitazioni. Il fatto che quello della Repubblica Popolare rappresenti il più grande mercato al mondo per le importazioni di greggio e abbia come riferimento la potenza manifatturiera e commerciale più importante su scala planetaria sposterebbe la bilancia, in caso di accordo col Paese chiave dell’Opec, per l’appetibilità di tale scelta da parte di altre nazioni.

Terzo punto sarebbe la possibilità di spezzare definitivamente il filo sottile su cui l’architettura securitaria di Washington nel Golfo si è retta, l’asse con Riad inaugurato nel 1945 da Franklin Delano Roosevelt e fondato sul binomio tra sicurezza energetica (garantita da Riad) e sicurezza militare (offerta da Washington a Riad). Da tempo la Cina sta penetrando nel mercato energetico, infrastrutturale, securitario dell’Arabia Saudita minando la primazia a stelle e strisce. Così facendo potrebbe chiudere il cerchio.

Infine, Pechino darebbe un colpo alla proiezione globale statunitense che, unitamente alle difficoltà di trovare una via precisa di condotta contro la Russia in Ucraina, aprirebbe scenari geopolitici non secondari.

Ma a nostro avviso c’è un quinto punto, ad ora non pronosticabile perchè non dipendente da Usa, Cina e Arabia Saudita. L’ascesa del petro-yuan potrebbe essere la sveglia perchè anche l‘Europa si decida a fare lo stesso, iniziando a cercare di acquistare in euro e non più in dollari, finendo penalizzata dal rafforzamento del biglietto verde, gli asset energetici di cui ha notevole bisogno. Tale manovra, lo abbiamo ricordato di recente, sarebbe la via maestra per avviare un riequilibrio tra le due principali monete del campo occidentale in un contesto oggi dominato dal dollaro. E che lo yuan, da solo, non ha alcun modo di ribaltare. Si tratta di ragionamenti di prospettiva. Ma se sono arrivati alla testata simbolo del cuore finanziario americano, significa che qualcosa si sta muovendo. E andrà monitorato attentamente.

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