Rinunciare al gas russo è possibile? In prospettiva, nel mondo energetico, tutto lo è. Diverso discorso è mediare la realtà con le necessità concrete e, soprattutto, i costi. Come più volte abbiamo sottolineato e documentato su queste colonne, per i Paesi più dipendenti dall’oro blu proveniente (in larga parte) via gasdotto da Mosca diversificare le fonti non è solo indispensabile per la questione ucraina ma anche per una semplice grammatica strategica: la dipendenza da un fornitore espone a mosse imprevedibili in caso di clima politico ostile. Non ci sorprende dunque che la Russia sfrutti oggi la carta del ricatto energetico avendone le possibilità.

Certamente nel primo semestre del 2022 l’Europa, Italia compresa, ha comprato meno gas naturale dalla Russia. Guardando ai dati medi mensili, nota Il Foglio, “Mosca non è più il fornitore numero uno di gas in Europa”. Per la precisione Gazprom “è stato rimpiazzato non da Stati canaglia, ma dal colosso norvegese Equinor (ex Statoil). Nel 2019 la Russia forniva all’Europa (Gran Bretagna compresa) 16 miliardi di metri cubi. Con la pandemia sono scesi a 12 miliardi. A giugno di quest’anno sono crollati a 4,86 miliardi”, meno della metà del Gnl che arriva da Qatar e Stati Uniti (12 miliardi di metri cubi). Paesi come Polonia e Lituania puntano sul Gnl a stelle e strisce, mentre la Germania e l’Italia guardano con attenzione quello qatariota e africano come forma di diversificazione.

In ogni caso, è interessante ragionare su quanto si chiede Stefano Cingolani nella sua analisi per Il Foglio: “se fosse una liberazione? Se fossimo noi europei, senza subire il ricatto di Vladimir Putin, a tagliare il cappio che scelte sbagliate, incaute e non del tutto chiare, hanno stretto attorno al nostro collo? Se anche il Vecchio continente seguisse l’esempio americano?”. In linea di principio una scelta fattibile. Ma che va attuata con gradualità.

La sovranità energetica è, citiamo Charles De Gaulle, un vaste programme senza un’agenda nazionale volta a promuoverla. Gli Stati Uniti hanno scelto consapevolmente, indipendentemente dal colore delle amministrazioni, di consolidare la loro strategia nazionale dal 1973 al 2014 vietando l’export di idrocarburi, consolidandosi come prima potenza produttrice di gas e petrolio e aprendo, con Barack Obama, all’esportazione di Gnl rinverdita da Donald Trump nella strategia dell’energy dominance che anche Joe Biden sta utilizzando a fini geopolitici. L’Europa non ha le forze e soprattutto i giacimenti per una strategia autonoma di questo tipo, ma può giocare un ruolo analogo diventando hub e centro di più mercati energetici.

In questo senso, spezzare il circolo vizioso della dipendenza dalla Russia, che utilizza l’arma ricattatoria del taglio alle forniture per lucrare vantaggi politici, è non solo un’urgenza ma anche un obiettivo strategico. Ma i progetti citati da Cingolani che potrebbero aiutare l’Europa a raggiungere questo obiettivo e mettere l’Italia in condizione di proiettarsi nel Mediterraneo, dal raddoppio del Tap EastMed, passando per i nuovi interconnettori euroafricani e dei Balcani, non devono essere considerati in quadro di una sostituzione uno ad uno del gas russo. Ovvero: al momento, se l’urgenza è non finanziare come fatto finora la macchina bellica di Putin, a cui l’Europa versa mezzo miliardo di euro al giorno, cercare l’effetto sostituzione per l’import può avere un senso. Ma rendere strutturale una totale esclusione del gas russo dai mix energetici europei rischia di causare dolori altrove. Pensiamo, per il caso italiano, all’Algeria i cui proventi energetici finanziano, indirettamente, la Russia per mezzo dell’acquisto di armi.

In sostanza, avere a disposizione un paniere più ampio di fornitori è vitale per rendere fondamentale il distacco dalla dipendenza dalla Russia riducendo la tensione dei prezzi senza evitare una spaccatura di mercato totale che, in prospettiva, si può riverberare sui prezzi nel mercato interno in attesa di tetti. Se per la trentina di miliardi di metri cubi di gas russo importato l’Italia riuscisse a trovare potenziali sostituti si aumenterebbe la resistenza e resilienza delle reti, consentendo di gestire congiuntamente obiettivi politici di indipendenza e sicurezza economica. E infatti il dato dei costi è spesso trascurato nel calcolo e anche Cingolani non vi dedica particolare attenzione. Ma il punto di forza del gas russo resta, sostanzialmente, la sua convenizenza che l’Europa può rendere minore solo sviluppando un network infrastrutturale fondato sui gasdotti capace di aumentare le convergenze nel bacino del Mediterraneo. E, possibilmente, riattivando l’estrazione: dal gas nell’Adriatico italiano al terminal olandese di Groningen, si parlerebbe di miliardi di metri cubi di importazioni risparmiate.

Puntare sul Gnl rischia di essere oltremodo costoso. Specie quello americano. Come nota StartMag, “a dicembre 2021”, per fare un esempio, “il prezzo del GNL americano è stato di 415,3 dollari per mille metri cubi di gas immesso nella rete. Il prezzo dichiarato nello stesso mese dalla russa Gazprom è di 273 dollari. Convertito in euro per megawattora, il GNL americano è costato 34,5 €/MWh, mentre il gas russo 22,6 €/MWh. A dicembre il prezzo medio del gas al TTF (il punto di scambio del gas del mercato europeo) è stato di 116,2 €/MWh; il prezzo medio all’Henry Hub (l’equivalente statunitense), invece, di 3,75 €/MWh”. Sostituire gradualmente la dipendenza da Mosca passa per scelte pragmatiche che, in tempi di crisi sistemica, devono anche tenere conto delle ricadute sui sistemi produttivi europei. Pensare di farlo, in prospettiva, è realistico. Pensare di trasformare la sostituzione delle importazioni in embargo di fatto totale alla Russia rischia invece di essere una pericolosa e costosa utopia.

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