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L’Italia è uno dei Paesi maggiormente contrari al piano europeo sul taglio del 15% dei consumi di gas proposto dalla Commissione nei giorni scorsi. Lo riportano fonti diplomatiche citate da diverse agenzie, che stanno seguendo i lavori del Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper), organo del Consiglio dell’Unione europea, sul piano per la riduzione della domanda di gas presentato della Commissione europea.

Complice la crisi del governo Draghi Roma non ha espresso apertamente posizione sul piano che sarà ulteriormente discusso la prossima settimana nella riunione straordinaria dei ministri dell’Energia. A uscire con sortite contro il piano sono stati diversi Paesi: Spagna, Grecia, Portogallo, Polonia hanno ufficializzato il loro dissenso per la richiesta di un taglio volontario dei consumi del 15% da agosto a marzo, l’Ungheria di Viktor Orban ha sparigliato nel fronte europeo recandosi alla corte di Mosca per ottenere maggiori quantità di gas russo, la Danimarca e i Paesi Bassi contestano il rischio che i Paesi non siano consultati qualora la Commissione dichiarasse lo stato d’emergenza energetico trasformando il taglio da volontario a obbligatorio. Ma la rappresentanza italiana presso l’Unione Europea, guidata in maniera felpata dall’ambasciatore Pietro Benassi, lavora alacremente e tiene il punto.

L’opposizione dell’Italia è trasversale alle critiche e dunque tra le più energiche. Fonti diplomatiche citate da Agenzia Nova palesano la contrarietà dell’Italia sulle questioni legate all’obbligatorietà del target di taglio della domanda di gas e sulla percentuale di riduzione di consumi richiesta, nonchè sull’orizzontalità della misura tra ogni Paese. Il sottotesto del messaggio è che l’Italia pensa si possa tornare sul fronte energetico all’austerità lungamente combattuta da Roma, che con l’energia potrebbe ritornare dalla finestra dopo esser stata fatta uscire dalla porta dell’Europa col Covid. L’Italia, in particolare, ritiene di essere avanti tanto sul fronte degli stoccaggi quanto su quello della diversificazione energetica e non vuole dover essere costretta a lasciare sul terreno quote di consumi, specie di fronte al rischio paventato dalla Commissione di dover fissare una scala di priorità per le forniture in autunno e inverno: prima le imprese, poi le famiglie. Una mossa che sarebbe rovinosa e spezzerebbe la coesione sociale nel Paese.

La misura, in effetti, appare costruita su misura per la Germania, che rischia di essere la grande perdente dell’autunno complicato che attende l’Europa sul fronte energetico: Berlino è stata la prima nazione europea a paventare razionamenti sul mercato interno del gas, ha già subito una fase di interruzione delle forniture dalla Russia. Berlino non a caso si è detta subito favorevole a una proposta sul cui appoggio, tuttavia, è pressoché isolata. Del resto la prospettiva di tagli lineari e obbligatori per tutta Europa appare funzionale, in prospettiva, a raffreddare il mercato più energivoro del continente abbassando il costo per Berlino di approvvigionarsi.

Una delle ragioni per cui l’Italia è contraria, e che esulano dal piano della Commissione in sé, è stata ben esposta dall’analista energetico Gianclaudio Torlizzirappresenta la exit solution con cui Bruxelles vuole evitare l’affannosa discussione sui tetti al prezzo del gas proposta al Consiglio Europeo di giugno da Mario Draghi ed Emmanuel Macron.

Non dimentichiamo che il presidente del Consiglio dimissionario aveva chiesto per luglio un incontro ad hoc per discutere del tema e che esso era stato negato proprio da quei falchi rigoristi, come l’Olanda, che volevano dilazionare le discussioni sul tema in nome della concorrenza e ora si trovano spiazzati dal piano della Commissione. Draghi e Macron erano comunque riusciti ad ottenere dal Consiglio Europeo l’obiettivo di far discutere questo piano alla Commissione. Il futuro del dibattito sul price cap, dunque, “non dipende” dalla permanenza in carica del presidente del Consiglio Mario Draghi, ha sottolineato il portavoce capo dell’esecutivo Ue Eric Mamer in conferenza stampa a Bruxelles. La Germania è apertamente contraria, ma non risulta chiusa alla discussione, paventando come motivo della sua opposizione il timore che le forniture di gas dalla Russia ne risentano, scatenando una pressione eccessiva sul mercato. Per questo Berlino vuole arroccare l’intera Europa in una partita di tagli ai consumi che per molti Stati è antieconomica.

La presidenza di turno ceca dell’Ue è al lavoro per smussare posizioni e contrasti tra i governi per proporre al Consiglio dei ministri dell’Energia di martedì una proposta finale capace di passare. C’è il concreto rischio che si vada alla conta, e in questo caso sarebbe un voto senza alternative dato che il  Parlamento Europeo non si dovrà esprimere e il Consiglio Europeo vota a maggioranza qualificata sui regolamenti come quello in via di introduzione. Sarà necessaria una maggioranza del 55% dei Paesi membri (15 su 27) in rappresentanza del 65% della popolazione per un piano che entrerebbe in vigore immediatamente, l’1 agosto. Si rischia un grave cortocircuito. E l’Italia non può permettersi testacoda o mosse autolesioniste nel pieno della crisi energetica più grave degli ultimi decenni. A costo di andare al muro contro muro, è nell’interesse del Paese che il regolamento cambi in senso meno costrittivo prima che sia messo ai voti. Altrimenti rischia di aggravare la posizione di Roma sul gas in vista del freddo autunno che ci aspetta.

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