L’attuale drammatica crisi energetica ha riaperto brutalmente la questione dell’energia nucleare. Per l’Italia un tema tabù dal lontano 1987, anno del demenziale esito di un ancor più demenziale referendum. Una scelta sventurata influenzata dall’ondata emotiva susseguente l’incidente di Chernobyl del 1986 che costrinse il nostro Paese ad uscire da un settore dove era all’avanguardia e che ci inchioda da allora ad una quasi totale dipendenza energetica dall’estero. Le conseguenze di tanta dabbenaggine sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Ma vale la pena di ricordare che il fatale referendum del ’87 – purtroppo confermato nel 2011 dall’esito di un secondo verdetto che bocciò il tentativo del governo Berlusconi di riaprire la produzione di energia nucleare in Italia – fu solo l’ultimo atto di due grandi rinunce degli anni Cinquanta e Settanta. Come ricordava l’ambasciatore Sergio Romano: “La prima risale alla decisione di Fanfani e Segni di sfilarsi dall’accordo franco-italo-germanico per un progetto di un arsenale nucleare comune – primo nucleo di un’armata europea – per restare sotto l’ombrello americano. Fu una scelta inutile”.  

Facciamo allora un passo indietro. Nel dopoguerra l’Italia fu tra i paesi ad investire nel settore nucleare. Per razionalizzare gli sforzi venne creato il Consiglio nazionale ricerche nucleari poi trasformato in Comitato nazionale energia nucleare (Cnen) affidandolo a all’ingegnere Felice Ippolito, uno dei pionieri degli studi sull’uranio. Tra il 1956 e il 1964 furono costruite le prime tre centrali italiane (Trino Vercellese, Garigliano e Latina) e nel 1965 l’Italia divenne il terzo produttore di energia elettronucleare, dopo Stati Uniti e Gran Bretagna.

Al tempo stesso, nel quadro di Euratom, la comunità europea dell’energia atomica, i tre ministri della Difesa, il nostro Taviani, il tedesco Strauss e il francese Chaban-Delmas decisero, con poco entusiasmo di Washington, per una collaborazione nel settore militare, con l’obiettivo di sviluppare le componenti di un deterrente europeo. In un incontro romano del 1958 fu raggiunto un accordo segreto per la costruzione di un impianto di separazione isotopica per la produzione di uranio arricchito a Pierrelate in Francia. Le spese sarebbero state suddivise tra Francia, Germania e Italia, quest’ultima con un contributo del 10 per cento. Poco ma sempre abbastanza per poter partecipare alla grande avventura. Una chimera. L’arrivo all’Eliseo di Charles de Gaulle preoccupò fortemente il governo di Roma che iniziò a cincischiare e rimandare ogni contributo per la realizzazione di Pierrelate. Non a caso. Amintore Fanfani, allora primo ministro, preferì rivolgersi discretamente agli Stati Uniti dando inizio ad un decennale minuetto tra le diverse capitali.

Il governo di Roma mantenne così per oltre dieci anni una posizione ambigua e sfuggente. Mentre si rassicurava Washington nella speranza di ottenere il minerale indispensabile per le nostre centrali in costruzione, continuava, sebbene in tono minore, la collaborazione con Francia: attraverso la società Nuovo Pignone del gruppo Eni, l’Italia entrò nella società Eurodif per costruire, con gran fastidio degli USA, il potente impianto per la produzione di uranio arricchito di Tricastin, ancor oggi cuore del sistema energetico transalpino, e ottenere importanti quantità d’uranio sia a scopo civile che (segretamente) militare.

Tenere con Parigi una porta sempre socchiusa rimase una priorità man mano che gli Stati Uniti, dopo vaghe promesse e qualche piccola fornitura, continuarono ad ostacolare le ambizioni italiane. Indicative le vicende della nostra Marina militare. Nel 1959 prese avvio il progetto per un sottomarino a propulsione nucleare – il Guglielmo Marconi – ma gli americani, per nulla entusiasti di un’entrata dell’Italia nell’esclusivo club atomico, rifiutarono ogni collaborazione e l’iniziativa fu abbandonata nel 1964. Identica sorte (e per gli identici motivi) ebbe il progetto di una nave da rifornimento da squadra – l’Enrico Fermi – elaborato nel 1966 da Marina militare in sinergia con il Comitato nazionale energia nucleare. A causa del veto statunitense ogni studio venne sospeso e poco dopo l’ipotesi venne definitivamente annullata. Con altrettanto fastidio gli americani snobbarono le soluzioni innovative ideate per i quattro “pozzi” lanciamissili del ricostruito Garibaldi, prima unità al mondo in grado di lanciare missili balistici intermedi, e rifiutarono di fornirci i Polaris per cui erano stati costruiti.

Alla freddezza (se non all’ostilità) dell’alleato d’oltreoceano verso i programmi militari italiani e il suo ruvido richiamo alla nostra subalternità bisogna aggiungere, come ricorda Romano, il parallelo appoggio alla “persecuzione giudiziaria contro il professor Ippolito, il padre del nucleare italiano”.

Una brutta vicenda ottimamente ricostruita da Barbara Curli nel suo libro Il progetto nucleare italiano. Conversazioni con Felice Ippolito (Rubettino, 2022). La docente perugina definisce il procedimento contro l’ingegnere per presunti illeciti amministrativi commessi nella gestione del CNEN come: “Il ‘primo processo della modernità’, nel quale cioè si pose in modo drammatico la questione del rapporto tra la capacità dello Stato di gestire un settore avanzato come il nucleare, che richiedeva prontezza di decisioni, flessibilità, visione strategica, e un apparato burocratico in qualche modo ancora “ottocentesco”. Questa discrasia è stata, più in generale, uno dei grandi limiti del miracolo economico italiano: un paese che cresceva in modo tumultuoso senza che a tale crescita si affiancasse una altrettanto rapida modernizzazione dello Stato”.

In seguito al processo e la condanna (assai discussa e discutibile…) di Ippolito i programmi civili vennero rallentati e quelli militari annullati nonostante la Francia avesse offerto la sua collaborazione per costruire in comune una flottiglia di sottomarini nucleari d’attacco.  Riprendendo Romano, il secondo grande errore fu la firma nel 1975 del Trattato di non proliferazione nucleare. La pietra tombale ad ogni aspirazione d’autonomia e un danno irreparabile per più motivi. Come sottolineato dall’ambasciatore e confermato dalla cruda attualità, la decisione presa quasi 50 anni fa del democristiano Mariano Rumor ha declassato il Paese, rendendolo incapace “di tenere il passo con la scienza e la tecnologia dei paesi più dinamici. Gli argomenti che hanno giustificato queste scelte clamorose sono stati clamorosamente contradetti dalla realtà. Il Paese che ha rinunciato alle armi atomiche in nome della pace ospita basi nucleari straniere. Il Paese che ha rinunciato al nucleare civile in nome della salute importa energia prodotta da impianti nucleari a pochi chilometri dalle sue frontiere”. Il resto è cronaca d’oggi.   

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