La grande strategia energetica italiana prende forma e guarda con attenzione all’Africa. Come sottolineato su Inside Over nelle scorse settimane il governo Draghi si trova di fronte alla necessità di compiere scelte decisive per resistere alla tempesta d’Ucraina e diversificare le fonti di approvvigionamento per ovviare ai rischi di una disruption del gas russo; in quest’ottica, Eni detta la linea aprendo la strada alle missioni politico-diplomatiche che tra Egitto, Algeria, Congo, Angola stanno portando Roma a firmare accordi per forniture di gas naturale e Gnl. Ma la via dell’integrazione può assumere forme ancora più strutturate.

Si è tornato infatti a parlare del gasdotto Trans-Sahara, un’infrastruttura progettata per portare un collegamento diretto tra l’Africa subsahariana e il bacino del Mediterraneo. In cui anche l’Italia potrebbe giocare un ruolo. Gli stessi piani di Eni prevedono una crescita di investimenti e attività nei Paesi africani nei prossimi anni: a sud del Sahara i principali hub dell’Eni si trovano in Congo, Angola, Nigeria e Mozambico, aree in cui le attività estrattive sono aumentate in modo considerevole. Nel 2020, la produzione annuale di gas della società guidata da Descalzi è ammontata a 1,4 miliardi di metri cubi mentre quella complessiva di idrocarburi è stata pari a 27 milioni di barili di petrolio equivalenti. L’obiettivo è quello di assicurare al nostro paese almeno 5 miliardi di metri cubi aggiuntivi entro l’anno prossimo dai giacimenti a sud del Sahara provando così a rendere sempre più indipendente il nostro Paese dalle forniture di Gazprom prima ancora che in sede europea si trovi una posizione unica sul pagamento del gas venduto da Mosca.

Ritorna così in auge l’idea di un gasdotto come quello della rotta Trans-Sahariana, denominato anche Nigal in quanto destinato a avere il suo punto di partenza in Nigeria, uno di passaggio in Niger e quello d’arrivo in Algeria. Un progetto in cui l’Italia potrebbe schierare Saipem o Snam tra i suoi grandi attori energetici, secondo le fonti più accreditate. Proposto da mezzo secolo, di realizzarlo come ricorda Repubblica “se ne è parlato per la prima volta alla fine degli anni Ottanta, ma il primo accordo di massima è del 2009, con un’intesa a tre” Algeria-Niger-Nigeria, sei anni dopo un memorandum d’intesa tra la compagnia algerina Sonatrach e la Nigerian National Petroleum Corporation (NNPC). Più che le difficoltà tecniche, “a fare da freno sono state quelle politiche, dovendo attraversare territori dove è forte la presenza della guerriglia (nel delta del Niger) e di combattenti islamici (Niger)”.



Nigal, in quest’ottica, dovrebbe connettersi agli altri gasdotti (Trans-Mediterranean, Maghreb–Europe, Medgaz e Galsi) per favorire l’integrazione euroafricana oggi già in via di sviluppo tanto sul fronte dell’energia tradizionali quanto su quello delle rinnovabili. La presenza dell’Italia in un consorzio del genere ne aumenterebbe, indubbiamente, il capitale politico in quanto offrirebbe una garanzia securitaria e una “bollinatura” europea. Specie considerato il fatto che in passato proprio Gazprom era stata tra le compagnie straniere maggiormente attente alla possibilità di promuovere questo progetto. Il costo previsto  dell’opera è di 13 miliardi di dollari e la portata prevista decisamente notevole: 30 miliardi di metri cubi l’anno, una quantità tripla rispetto a quella oggigiorno trasportata dal Tap dall’Azerbaijan all’Italia.

Mahamane Sani Mahamadou, ministro dell’Energia del Niger, a febbraio ha dichiarato che il progetto è “nuovamente operativo”, puntando a intercettare, da esponente del Paese “vaso di coccio” nel terzetto che più guadagnerebbe dal transito di energia al suo interno. Il Niger, una delle democrazie più stabili dell’Africa, ha l’obiettivo di diventare un importante hub per idrocarburi, prodotti petrolchimici e prodotti associati nell’Africa occidentale. L’espansione delle sue infrastrutture energetiche contribuirebbe a posizionarlo come un ponte chiave tra l’Africa subsahariana ricca di risorse e il mercato magrebino ed europeo. Il Niger ha già esperienza nella guida di importanti progetti di infrastrutture energetiche, tra cui l’oleodotto Niger-Benin da 2,2 miliardi di dollari attualmente in costruzione dal bacino di Agadem in Niger al terminal di Cotonou al largo del Benin. Spingere su Nigal può essere per Niamey un assist per rafforzare il dialogo strategico con l’Unione Europea. Un’opportunità che l’Italia, destinata ad avere anche il Sahel nel suo estero vicino, non può permettersi di ignorare o trascurare.

La vocazione mediterranea deve farsi spinta all’integrazione tra Europa e Africa. La porta d’Africa si chiama Algeria, ma bisogna poi spingere in profondità le interconnessioni gasiere, porta dei legami sempre più strutturati che dall’idrogeno alle rinnovabili aiuteranno il sistema-Paese a esser sempre più competitivo in questo campo e a valorizzare posizione geografica, forza economica, visione d’insieme. Garantendo una proiezione geopolitica necessaria per partecipare a sfide tanto cruciali anche oltre l’emergenza dettata dalla mossa russa in Ucraina, che impone di pensare all’energia come al volano di strategie a tutto campo per rafforzare le priorità dell’interesse e della sicurezza nazionale. Ora più che mai basate sulla necessità di guardare al continente africano come fonte di opportunità.

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