Il Donbass nel mirino della seconda fase di offensiva della Russia in Ucraina prima del conflitto civile scoppiato nel 2014 generava circa un quinto del Pil del martoriato Paese esteuropeo. E in prospettiva dopo il conflitto, nelle intenzioni di Mosca, dovrebbe diventare un pivot della nuova zona d’influenza russa: alle risorse tradizionali (carbone, materiale ferroso) e alle industrie metallurgiche e della componentistica della regione la Russia vuole aggiungere il controllo sul tesoro nascosto del Donbass e dell”Ucraina in generale. Manganese, cobalto, litio, titanio e metalli rari considerati fondamentali sia per lo sviluppo tecnologico che per la transizione energetica giacciono non sfruttati nel sottosuolo della regione. E la Russia, già strategicamente ben piazzata per il controllo di queste risorse, le ha messe nel mirino.

In Ucraina, nota il Corriere della Sera, “sono censiti 20 mila depositi e siti minerari, che comprendono 97 tipi di minerali. Più di 8 mila depositi sono stati testati e quasi la metà sono attualmente in fase di estrazione. Per un valore stimato complessivamente in 7,5 trilioni di dollari”, molti dei quali concentrati in Donbass in cui, per fare un solo esempio, è concentrato il 90% delle forniture ucraine di gas neon, responsabili per il 60% delle esportazioni globali e decisive per il mercato dei microchip. Il blocco delle forniture di neon al mercato globale, nota Start Mag, ha aggravato la crisi dei semiconduttori e può riverberarsi su quel Chipageddon che da tempo sta mettendo in difficoltà settori cruciali per le economie occidentali come l’automotive.

Come ha sottolineato Alessandro Farruggia sul Quotidiano Nazionale, il Donbass è un vero e proprio “miracolo geologico”. Farruggia ha elencato i tesori del sottosuolo della regione contesa tra russi e ucraini. Oltre a carbone per i prossimi 500 anni (100 miliardi di tonnellate), si segnalano “importanti riserve di litio” nelle zone più conteste del Paese, come il giacimento di Schecheniuske, situato all’estremità occidentale della provincia di Donetsk, e diversi centri estrattivi individuati come sfruttabili vicino la città di Mariupol, nei cui pressi c’è anche un importante giacimento di titanio (20% del totale globale). E poi si trovano “tantalio, niobio, berillio, mercurio (Harlivka), ferro (Mariupolske), oro (Bobrikivske, al confine con la Russia), zirconio. Nel bacino carboniero del Donbass sono presenti anche depositi di gas e, nella zona di Lugansk-Lisychansk, depositi di petrolio e gas (che in Ucraina sono più diffusi nelle regioni di Kharkiv e Poltava, anche se ancora poco utilizzati)”. Per quanto riguarda la manganese, il bacino del Dnepr custodisce 2,26 miliardi di riserve provate, la più grande quantità in Europa, e bisogna anche pensare al 20% delle risorse globali di grafite e al 18% di quelle di caolite che il Donbass custodice.



La sfida per il controllo delle terre rare e dei materiali strategici è un’altra delle partite su cui, dunque, bisogna concentrarsi per capire la focalizzazione russa sull’operazione lanciata il 24 febbraio scorso. La Russia è già decisiva per i mercati di gas e petrolio, oltre che per l’export di derrate cerealicole, contesti in cui blindandosi può condizionare il mercato globale. E anche per la grande partita della transizione energetica Mosca si sta posizionando per essere decisiva. Quelli di materiali come alluminio, palladio e nickel sono altri mercati in cui su scala mondiale si sta verificando una crescente criticità per la carenza di forniture russe (comprese tra il 6 e il 10% del totale secondo le stime) e, al contempo, Prometeia in un report ha ricordato che Mosca fornisce il 38% del palladio consumato su scala internazionale. Il controllo di un decimo del platino e di un ventesimo dell’argento consumati su scala globale aumentano la postura strategica di Mosca, che assicurandosi il tesoro del Donbass potrebbe dunque essere ulteriormente in grado di utilizzare le risorse come asset strategico.

Nell’era della globalizzazione-arcipelago, della crisi delle catene del valore e della guerra senza limiti in cui ogni risorsa è di per sé un’arma tra i fattori che muovono l’azione russa c’è anche la volontà di ampliare il perimetro di controllo sugli asset critici ucraini. La guerra asimmetrica lanciata contro l’Occidente con il blocco delle forniture alimentari da Odessa, la manipolazione dei prezzi energetici e, in prospettiva, la destrutturazione degli obiettivi di transizione energetica può essere ascritta alle visioni sistemiche con cui il Cremlino vuole competere nella Guerra Fredda 2.0. Il Donbass, come il Congo, si trova invece vittima del suo grande privilegio geologico.



Destinato per questa ragione a essere terreno di scontro, in un conflitto in cui alle ragioni politiche, identitarie, religiose, si sommano anche questioni economiche e energetiche ora più decisive che mai. E la violenza dei combattimenti in corso lo testimonia: il controllo del Donbass è vitale non solo per le prossime e strutturate fasi del conflitto russo-ucraino ma anche per la definizione degli equilibri di poteri nel mondo che verrà. Un segno in più del fatto che la brutale logica di potenza è tornata in Europa.

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