Il problema olandese dell’Unione Europea riguarda anche l’energia. Come se non bastassero la totale assenza di flessibilità sulle regole di budget e bilancio per Bruxelles, il tono moralista dei Paesi Bassi, falchi tra i falchi d’Europa, verso i Paesi dell’area mediterranea, e il radicale mercantilismo liberista del gruppo capeggiato da L’Aja nella Nuova Lega Anseatica anche sull’energia, in forma diversa, il Paese nordico danneggia la proiezione strategica dell’Unione Europea. La scelta olandese di depotenziare la produzione gasiera nel campo di estrazione di Groningen, il maggiore nell’Unione Europea, capace di dare al massimo della sua forza una produzione una volta e mezza più alta delle importazioni di gas dell’Italia dalla Russia nell’era pre-pandemica, stanno accelerando la corsa dell’Europa verso il carbone e le problematiche energetiche del Vecchio Continente.

L’Olanda sta chiudendo Groningen con la giustificazione dei danni strutturali dovuti agli oltre 160mila piccoli terremoti causati dalle operazione di estrazione alle costruzioni del luogo. La produzione è scesa dai 54 miliardi di metri cubi di gas naturale  nel 2013 a 4,6 miliardi di metri cubi previsti quest’anno, e l’impianto aperto nel 1959 sarà chiuso, secondo le previsioni del governo di Mark Rutte, tra il 2025 e il 2028. Ma questo è un problema in un giacimento in cui, nota il Financial Times, “ci sono ancora 450 miliardi di metri cubi di riserve” provate (quelle reali potrebbero essere anche maggiori), che potrebbero funzionare appieno a ridurre, nel breve e medio periodo, la dipendenza del gas russo. Piuttosto che affrontare l’investimento da 5,3 miliardi di euro necessario, secondo il Groningen Gas Council, per ovviare ai lavori di potenziamento infrastrutturale necessari da qui al 2027 per rinforzare i 22mila edifici (su 26mila) che non hanno ancora ricevuto sostegno antisismico, il governo olandese ha scelto la via della spesa minore (1,5 miliardi) per gli indennizzi e la chiusura dell’impianto, che già nel 2023 e 2024 potrà estrarre gas solo per rimpinguare gli stoccaggi d’emergenza.

Il Consiglio minerario olandese, un organo consultivo indipendente del governo, ha dichiarato al governo in una lettera, citata da World Oil, che i Paesi Bassi dovrebbero in questa fase emergenziale aumentare la produzione dal giacimento di gas in cui, peraltro, è deciso il benchmark del prezzo dell’oro blu in Europa. Una mossa che sarebbe una valida misura di emergenza per riempire lo stoccaggio per l’inverno. Le forniture russe potrebbero essere interrotte entro la fine dell’anno e le tensioni dell’Ue con il Regno Unito sull’emergenza gas, che paventano lo stop ai flussi oltre la Manica in autunno e inverno, non aiutano e rendono il contributo di Groningen più necessario che mai.

Richieste simili, nota World Oil, sono giunte dall’operatore di rete Gasunie Transport Services e dal grossista di gas GasTerra BV per i quali “qualsiasi potenziale estensione della vita del campo riaccenderebbe un acceso dibattito politico sul futuro del gigantesco sito”. Ad oggi il rifiuto dell’Olanda di promuovere investimenti in grado di portare avanti la vita operativa del sito di Groningen e, anzi, di accelerare di fatto la dismissione dell’impianto sta creando grattacapi all’Europa intera. Ironicamente, con una prospettiva di investimento relativamente gestibile l’Olanda potrebbe espandere all’energia la sua strategia di conquista di nuovi mercati e ottenere dividendi commerciali significativi dal crescente prezzo del gas. Risparmiando inoltre a L’Aja la strategia finora seguita contro la crisi energetica, che passa dal ritorno al carbone.

In quest’ottica, Groningen potrebbe essere una porta fondamentale per l’autonomia energetica della vicina Germania, che in accordo con l’Olanda ha scelto esplicitamente negli anni di ridurre l’import dal sito per gestirne l’atterraggio morbido e la riduzione della produzione, orientandosi invece verso la crescente dipendenza da Mosca. Ad oggi, invece, il centro studi European Gas Hub sottolinea che “per Belgio e Francia ci sono a breve termine meno opzioni per ridurre l’importazione dal gas di Groningen”, che ne rappresenta il principale fornitore. I due Paesi “dipendono dall’importazione di gas di Groningen attraverso il punto di connessione belga di Hilvarenbeek. Il Belgio mira a cambiare la propria rete dal gas a basso potere calorifico al gas ad alto potere calorifico entro il 2030”, prima del quale non potrà ricevere fonti diverse da quello di Groningen, mentre al contempo “sono in corso negoziati tra il governo olandese e il governo francese e l’operatore di rete francese (GRT Gaz) per esplorare le opzioni per ridurre l’importazione di gas di Groningen in Francia”, che ad oggi però non hanno sortito effetti. La dipendenza, in calo ma importante, da un sito che L’Aja vuole chiudere può essere un’opportunità per l’autonomia energetica europea e una fonte di riduzione della competitività tra Paesi per altre fonti alternative a quelle russe.

Arrivando a un 50% della produzione massima da Groningen, l’Olanda potrebbe garantire 25-27 miliardi di metri cubi l’anno di gas per almeno una quindicina d’anni, stando alle riserve attualmente provate come esistenti, e ridurre notevolmente la bolletta energetica europea. Dunque portando indirettamente i prezzi nel mercato unico ad abbassarsi e i Paesi più dipendenti dall’estero, come l’Italia, a pagare meno, risparmiare di più, ridurre l’indebitamento. Rendendo meno necessaria la stessa vigorosa censura di bilancio del governo dell’Aja. Mettere in sicurezza Groningen può essere fondamentale per l’agenda energetica olandese e europea. Vedremo se una volta di più L’Aja sarà fattore di freno al progresso del Vecchio Continente o se il pragmatismo l’avrà, di fronte alle pressioni crescenti, vinta.

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