La rottura delle residue relazioni economiche, fondate sul commercio di gas e petrolio, tra l’Italia e la Russia può costare se applicata nell’immediato fino al 3,5% del Pil del nostro Paese nel 2022. Lo riporta la Banca d’Italia nel suo secondo Bollettino Economico dell’anno, pubblicato l’8 aprile scorso. In caso di embargo energetico e di sue conseguenze, infatti, Via Nazionale stima che il Pil del Paese scenderebbe dello 0,5% nel 2022 e nel 2023, invertendo il trend di ripresa (+3%) delineato nello scenario di una pronta risoluzione del conflitto e che è comunque ancora più cautelativo delle ipotesi del Documento di Economia e Finanza, che fissa al 3,1% la crescita attesa per quest’anno.

C’è dunque il rischio che a due anni di tempesta dallo tsunami pandemico del 2020 sia il combinato disposto tra inflazione (prevista potenzialmente in grado di arrivare all’8%), shock energetico e guerra a creare nuovi venti recessivi nel nostro Paese. Per lo scenario intermedio, “formulato supponendo una prosecuzione delle ostilità” senza embargo la Banca d’Italia stima che il Pil “aumenterebbe attorno al 2 per cento in entrambi gli anni; l’inflazione sarebbe pari al 5,6 e al 2,2 per cento”. Questi dati esposti dall’istituzione più “draghiana” del sistema-Paese danno fondamento sistemico al dubbio proposto nei giorni scorsi dal presidente del Consiglio. “Preferite la pace o i condizionatori accesi d’estate?”, si era chiesto Draghi in forma un po’ eccessivamente drastica ma efficace.



La via appare tracciata, e l’Italia, in quanto uno dei Paesi più dipendenti dal gas russo (e in minor misura dal petrolio), deve contribuire a rompere il complesso circolo vizioso in cui l’Occidente e l’Europa in particolare sono intrappolati: vicini all’Ucraina invasa, pronti a garantire armi e sostegno politico, intenti a fare sanzioni sempre più draconiane ma sino ad ora restie a colpire l’energia e il gas in particolare, garantendo un introito giornaliero medio superiore agli 800 milioni di euro alla Russia e che nel 2022 potrebbe, secondo Milano Finanza, portare Mosca a incassare 321 miliardi dalle sole materie prime energetiche.

Quali soluzioni adottare?

Su InsideOver abbiamo di recente provato a costruire uno scenario per cui è risultato fattibile sostituire parte del gas russo importato che al Paese garantisce 33 miliardi di metri cubi annui su 76 di consumo. Tale mix di politiche, fondato su nuove importazioni di Gnl, raddoppio dei gasdotti come il Tap e estrazione nazionale, può fornire una base per garantire all’Italia di non essere dipendente sul medio-lungo periodo. Ad oggi quel che bisogna sottolineare è che uno shock delle importazioni di gas russo andrebbe valutata solo come extrema ratio politica e che gli effetti recessivi previsti sarebbero tanti e tali da rendere controproducente per un tessuto economico già in affanno dai tempi del Covid-19 il sostentamento dei prezzi in volo e della necessità di dover attingere a riserve già sotto il 50% in stagioni in cui andrebbero invece ricostituite le scorte per l’inverno.



L’Italia può depotenziare la dipendenza russa dal gas in altre maniere. Unendo cioè alla spinta forte e convinta sulla caccia alle sostituzioni di gas russo due strategie in grado di aggiungere robustezza al mercato energetico interno. In primo luogo puntando sul decisivo gasdotto EastMed/Igi-Poseidon per rilanciarsi nel Mediterraneo e guardare all’offshore egiziano. In secondo luogo lanciando convintamente un grande progetto europeo per cambiare le politiche di governance dei mercati energetici e togliere un asso nella manica alla Russia, Paese che pur essendo di fatto esclusa dai mercati globali lucra grazie all’aggancio alle loro “logiche” sul fronte energetico.

Su questo fronte vale ciò che sottolinea Domani: Roma in Europa deve muoversi sul fronte delle politiche comuni, del rilancio del piano di acquisti europeo e soprattutto su quello dei tetti ai prezzi. Per una volta, si sottolinea, “l’Italia si trova dalla stessa parte della Germania, l’unico altro paese così esposto alla dipendenza energetica dalla Russia, e Berlino ha appena annunciato un pacchetto da 100 miliardi di euro di prestiti a breve termine con la Kfw (la sua Cassa depositi e prestiti) a sostegno delle imprese colpite dagli aumenti dei prezzi di gas e petrolio”. Il fatto che “anche la Germania perderebbe circa 3 punti di Pil in caso di uno stop al gas russo non pienamente compensato da altre forniture” dà sponda a un piano che per l’Italia sarebbe fondamentale, a patto di darsi un’agenda chiara e, parallelamente, avviare la transizione energetica nella consapevolezza che ogni metro cubo di gas non più consumato sarà un metro cubo in meno di dipendenza da un rivale strategico.

Riassumendo, una strategia su più livelli e piani temporali. Breve periodo: tetto ai prezzi e acquisti centralizzati per ridurre la bolletta quotidiana pagata al Cremlino; prossimi anni: graduale decoupling energetico volto a rendere più resiliente il sistema di forniture. Lungo periodo: gas naturale da inserire nel mix energetico assieme alle rinnovabili per dare alla transizione contezza e una vera profondità. Lo scenario intermedio della Banca d’Italia non prevede shock immediati e nemmeno effetti recessivi su larga scala che per l’Italia sarebbero un problema. Si tratta di quello da seguire, nell’ottica della presa di consapevolezza che una fine rapida del conflitto è da escludere e che il terreno ignoto in cui si incamminerebbe l’Italia e, soprattutto, il suo tessuto economico in caso di embargo immediato sarebbe probabilmente ostile per il Paese. Ma vivere senza gas russo in prospettiva è possibile e, per la sicurezza energetica nazionale, auspicabile.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.