La coincidenza tra i tagli unilaterali delle forniture di gas dalla Russia a Germania e Italia avvenuti negli scorsi giorni e la visita del trio Draghià-Macron-Scholz a Kiev è stata sottolineata da molte analisi come dettata da un nesso di consequenzialità. C’è sicuramente molto da riflettere sulla scelta di Vladimir Putin di tornare a sfruttare Gazprom come “punta di lancia” della guerra economica contro l’Occidente e desta indubbiamente impressione il fatto che il contenimento delle forniture, in questo caso, sia avvenuto nei confronti di due Paesi che con Mosca hanno avuto, prima della crisi, tradizionalmente buone relazioni.

Gazprom ha infatti in precedenza tagliato il gas alla Polonia, alla Finlandia e alla Bulgaria, Paesi ritenuti eccessivamente ostili (i primi due) o “traditori” della buona relazione con Mosca (nel caso di Sofia), mentre la Lituaniaacerrima nemica della Russia, ha scelto di sua volontà il decoupling dal colosso moscovita. La Germania ha subito prima un taglio del 40% e poi uno del 33% alle forniture via Nord Stream, mentre l’Italia è stata soggetta nella giornata di mercoledì 15 giugno a un taglio dei flussi verso Eni del 15%. Cosa significa?

Il “ricatto” partito alla vigilia del viaggio congiunto dei leader di Italia, Francia e Germania a Kiev offre una prima chiave di lettura. E segnala, in particolare, che Mosca non vuole la pace nell’immediato e, dunque, prova ad alzare la posta e la tensione. I leader europei si trovano da un lato la volontà della Russia di proseguire ad oltranza il conflitto mentre l’avanzata nel Donbass procede lenta ma inesorabile, dall’altro le chiusure e i tentativi di sabotaggio del “partito della guerra” ucraino: “Temo che Draghi, Scholz e Macron premano perché il paese accetti un cessate il fuoco o una sorta di Minsk 3”, ha dichiarato il consigliere del presidente ucraino Zelensky, Oleskjy Arestovych. Come in un gioco delle parti, Arestovych sembra fare sponda con Gazprom nel silurare la missione di pace europea. E si conferma, ora più che mai, la necessità di un ruolo autonomo comunitario come sottolineato a InsideOver dall’ambasciatore Marco Carnelos.

Ma non finisce qui. C’è un elemento più strutturale e che va oltre il dato del viaggio dei tre leader a Kiev.  E ha a che fare con le dichiarazioni recenti di Emmanuel Macron sul fatto che l’Europa si trovi, di fatto, in una situazione di economia di guerra, dunque di fronte al rischio di vere tensioni strutturali e alla necessità di dover ovviare a razionamenti e politiche emergenziali in settori critici come quello energetico. La Francia ha la fortuna di non dipendere dal gas in forma massiccia come Italia e Russia devono farlo dalle forniture russe, ma il messaggio di Macron è stato chiaro e ha espressamente messo allo scoperto un fattore di vulnerabilità dell’Europa. Su cui la Russia si muove cercando di guadagnare vantaggi politici. L’annuncio di Mosca secondo cui potrebbe addirittura interrompere completamente le forniture alla Germania via Nord Stream 1, “una catastrofe per l’Ue” secondo le autorità russe a Bruxelles, testimonia quanto la partita della pressione psicologica giochi un ruolo effettivo.

C’è poi, terzo punto, l’esatto complemento dell’economia di guerra: la promozione di strategia di guerra economica e ibrida da parte della Russia. Chiusasi per stessa ammissione dell’Europa la strategia del possibile embargo al gas russo, Mosca ha alzato il tiro nell’utilizzo come arma dell’oro blu. La weaponization delle forniture ha l’obiettivo di lucrare vantaggi dalla capacità di Mosca di alterare, con manovre unilaterali, il prezzo della materia prima più importante nel paniere del suo export. Molto semplicemente, aprendo o chiudendo a piacimento i rubinetti Mosca condiziona il mercato europeo del gas e questo causa impennate dei prezzi che si riflettono in difficoltà economiche per il Vecchio Continente e in un aumento della “tassa” energetica pagata alla Russia per finanziare la guerra in Ucraina. Obiettivo di sanzioni che non possono, schizofrenicamente, colpire la maggior forma di rifornimento del Paese di Vladimir Putin. Risultato? L’export di gas e petrolio ha consentito alla Russia di incassare, nei primi quattro mesi del 2022, il 90% in più rispetto al 2021, mentre l’utile di aziende come Gazprom è in volo.

In sostanza, il dato è politico, strategico e economico al tempo stesso. E dimostra che quanto da tempo si perora su Inside Over è una necessità ormai acclarata: serve originalità strategica per rompere la dipendenza del gas russo e programmare una strategia credibile di indipendenza graduale dalle forniture da Mosca, per evitare che la Russia possa a piacimento gestire i prezzi dell’oro blu e condizionare i mercati globali. L’Italia sta iniziando questa manovra da Israele al Congo, passando per l’Algeria. La Germania è più in affanno. Fino a che queste strategie non avranno preso piede il canovaccio sarà lo stesso: la Russia potrà esercitare senza particolari costi pressioni politiche con l’arma del gas. Alla quale l’Europa tuttora non ha trovato una vera risposta.

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