Lo scoppio del Qatargate in Europa ha reso dominante nel panorama politico di Bruxelles e dei Paesi membri dell’Unione Europea l’idea che il fatto che il presunto corruttore (Doha) sia meno alla ribalta mediatica dei potenziali corrotti sia legato al timore di perdere l’alleanza strategica con l’emirato degli al-Thani sul gas.

Per ora le autorità belghe che indagano sulla rete di Antonio Panzeri, Eva Kaili e gli altri indiziati non si sono mossi ancora apertamente nelle direzioni che puntano verso i diplomatici e i membri della casa reale del Qatar. E dunque nulla in tal senso è formalizzato. Ma la puzza di bruciato si sente lontana un miglio e la reticenza nell’andare fino in fondo sul ruolo del presunto corruttore rischia di essere letta come un favore implicito a un Paese su cui l’Europa ha puntato per le cruciali importazioni di gas naturale liquefatto.

“L’importanza del Qatar come fonte affidabile di gas”, ha ricordato Politico, “è destinata a crescere nei prossimi mesi, aggiungendo uno strato di complessità all’equazione diplomatica per i paesi dell’Ue” di fronte alla necessità di rafforzare il decoupling dalla Russia. E “per la Germania in particolare, alla disperata ricerca di fornitori alternativi alla Russia, il caso evidenzia come, nel mondo della geopolitica energetica, raramente ci siano opzioni facili”. Non era certamente un partner limpido la Russia di Vladimir Putin, da ben prima dell’invasione dell’Ucraina. Non lo è men che meno l’Azerbaijan di Ilyham Alyiev, aggressore come la Russia in un altro contesto, quello del Nagorno Karabakh, elevato a fornitore privilegiato del gas del Mar Caspio. E della trasparenza dell’Algeria, che è legata a doppio filo alla Russia con le forniture di armi, si può discutere. Del resto anche chi, come la Norvegia, è inserita a pieno titolo nello scacchiere occidentale non fa certamente beneficienza col suo gas.

Pecunia non olet, diceva Vespasiano. Piaccia o meno sul gas questo è l’andazzo. E venendo al Qatar, il punto nevralgico non è tanto l’esistenza di legami energetici tra l’Ue e Doha in una fase sicuramente critica, ma il gradiente di dipendenza destinato a espandersi con la sostituzione del gas russo. Il gas del Qatar rappresenta ad oggi solo il 5% del totale delle importazioni di oro blu europeo, ma al tempo stesso un quarto del Gnl europeo proviene dall’Emirato. E in prospettiva la quota di gas qatariota è destinata a crescere, come ricorda Politico: “Il mese scorso le aziende tedesche hanno firmato un contratto di gas di 15 anni con QatarEnergy e la società statunitense ConocoPhillips, garantendo 2 milioni di tonnellate di GNL all’anno a partire dal 2026. Questo è l’anno in cui entra in funzione la prima fase dell’espansione della capacità del Qatar – uno sviluppo del Golfo Persico noto come North Field East”. A suo modo anche Eni è coinvolta nello sviluppo del Gnl qatarino, essendo diventata socia di Qatar Energy in North Field East.

Il Ministro dell’Energia Saad Sherida Al-Kaabi alla Cnn ha affermato, nel marzo scorso, che Doha sarà sempre più solidale verso l’Europa in caso di necessità di gas. Ma questo legame ombelicare rende l’acquirente in condizione di trovarsi in minorità sul fronte politico. Di ciò il Qatar è ben conscio e ha paventato conseguenze sulla “sicurezza energetica” dell’Ue per il Qatargate. Cinzia Bianco dell’European Council of Foreign Relations ha dichiarato che addebiti formali della magistratura belga al Qatar potrebbero dare l’assist per la rottura diplomatica degli accordi bilaterali di fornitura. Nessun Paese dell’Ue avrebbe però oggi la forza politica per fare ciò a cuor leggero. Certo, si potrebbe obiettare che si è ancora in tempo per evitare la costruzione di legami di dipendenza tali da dover mettere la testa sotto la sabbia per il Qatargate. Ma l’Europa ha deciso che sul gas il nemico si chiama Russia, costi quel che costi. Anche se ciò implicasse silenzi sul Qatar e le sue forniture, che si vuole mantenere e intensificare. A prescindere da qualsiasi mazzetta o sacco di soldi che punti verso Doha.

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