Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 l’Iraq piomba nel caos. Il 4 gennaio il governo di Baghdad è costretto ad ammettere la resa e dare per persa la città di Falluja che finisce nelle mani dell’Isis. Il mondo si accorge per la prima volta che tra Siria e Iraq sta succedendo qualcosa che va ben oltre gli scontri settari e Baghdad si prepara a perdere la sua unità territoriale.

Per capire però come il conflitto siriano si sia allargato al vicino Iraq è necessario fare un passo indietro. Fin dal 2011 la situazione nell’area sunnita del Paese è molto tesa. Il vento delle primavere arabe ha soffiato anche in direzione dell’Anbar, la provincia settentrionale dell’Iraq, facendo scoppiare diversi focolai di protesta con la minoranza sunnita molto contrariata per essere stata marginalizzata dal governo di Baghdad. A soffiare sul quel malcontento sono soprattutto le milizie di ispirazione qeadista, in particolare al-Qaeda in Iraq, poi diventata Isi e Isis nel maggio del 2013.

Quando Baghdad, e il mondo, si accorgono che l’insorgenza non è più un fenomeno isolato ormai è troppo tardi. Nel giugno del 2014 le bandiere nere allargano il fronte attaccando le zone a nord. Il 5 si lanciano sulla città di Samarra mentre il 6 iniziano l’offensiva su Mosul, la seconda città del Paese per importanza. L’attacco è rapidissimo. In poco meno di quattro giorni la città capitola. Da un lato per la fuga in massa dell’esercito regolare, dall’altro per il supporto delle locali tribù sunnite. A fine mese Abu Bakr al Baghdadi si mostra in pubblico nella moschea di al Nuri e proclama la nascita del Califfato. Negli stessi giorni i miliziani abbattono con un bulldozer il confine che divide Siria Iraq, la lunga linea tracciata con il righello negli accordi di Sykes–Picot del 1916.

Nel frattempo altre città cadono, come Tikrit, il luogo che diede in natali a Saddam Hussein. In estate l’Isis mostra tutta la sua furia, in particolare contro gli yazidi. In agosto il presidente Obama autorizza i raid contro lo Stato islamico soprattutto per difendere la città di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Verso la fine del 2014 intorno agli americani si organizza una coalizione internazionale contro lo Stato islamico che però continua ad avanzare occupando stabilmente il nord ovest del Paese. Nel frattempo a Baghdad il presidente Fu’ad Ma’sum, su pressioni americane, destituisce il premier Nuri al-Maliki, ritenuto responsabile della debacle e al suo posto nomina Haydar al-‘Abadi.

La prima battuta di arresto arriva nella primavera dell’anno successivo. Il primo aprile, dopo due settimane di combattimenti, l’esercito regolare di Baghdad strappa all’Isis la città (e i pozzi petroliferi) di Tikrit. In tutta risposta il Califfato lancia un’offensiva più a sud e, in maggio, riesce a prendere il controllo di Ramadi.

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Civili in fuga dalle bandiere nere dello Stato islamico in Iraq

In autunno però inizia la lenta ma inesorabile parabola discendente. In ottobre le forze regolari riprendono la zona petrolifera di Baiji. Un mese dopo le forze curde liberano Sinjar mentre a fine anno Ramadi torna sotto il controllo dell’esercito iracheno. A maggio del 2016 Baghdad si riavvicina a Fallujah, soprattutto grazie al supporto aereo degli Usa, un mese dopo la città è liberata. A fine ottobre il ministro iracheno del petrolio conferma che l’Isis non controlla più alcun pozzo petrolifero. Nello stesso periodo arriva l’annuncio che l’esercito, supportato da milizie sciite, muoverà verso Mosul. Nell’avanzata vengono liberati una serie di villaggi e città cristiane in particolare il centro di Qaraqosh, che era sotto il controllo islamista dal 2014. A novembre forze curde e yazide confermano di aver cacciato l’Isis dai villaggi yazidi a ovest di Mosul. Ormai la roccaforte del Califfato sta scivolando verso l’assedio. A fine anno il 29 dicembre, inizia l’attacco alla città. Il 9 luglio del 2017, dopo oltre sei mesi di combattimenti, la città viene liberata. Nelle settimane successive l’esercito e le milizie si spingono ancora più a nord. A metà agosto viene preso di mira il centro di Tal Afar che viene liberato a fine mese. A ottobre è il turno di Hawija l’ultima fetta di territorio ancora nelle mani di al Baghdadi.

Le ultime sacche vengono conquistate tra novembre e dicembre come nel caso dei campi di Akkas, al Qaim e il villaggio di Rawa. Il 9 dicembre il premier al Abadi dichiara ufficialmente la vittoria sullo Stato islamico. Il collasso del Califfato sui due fronti lascia però aperti molti interrogativi. Tra questi c’è sicuramente il destino di al Baghdadi. Il capo dell’organizzazione è stato dato per morto diverse volte ma non è mai arrivata una conferma ufficiale. 

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Un altro grande interrogativo riguarda i combattenti di ritorno. Secondo un rapporto del Soufan Group dello scorso ottobre, sono tornati nei Paesi di provenienza almeno 5.600 foreign fighters. Il loro rientro rappresenta quindi una sfida decisiva in termini di sicurezza. Sfida resa ancor più complessa da quelli che ancora non sono stati catturati in Siria e Iraq. Se sul terreno quindi la battaglia è stata vinta resta ancora molto incerto il futuro sul piano del terrorismo.

Le bandiere nere in Siria

A dicembre, il presidente russo Vladimir Putin ha proclamato la vittoria sullo Stato islamico in Siria. Una vittoria costata migliaia di vittime civili. 

Le bandiere sfruttano il vuoto di potere (momentaneo) che si crea in seguito alle rivolte contro il regime di Bashar al Assad. Tra i manifestanti si mischiano i jihadisti e, in poco tempo, l’Isis comincia a rafforzarsi e a conquistare nuove città. I sunniti, che in Siria sono la maggioranza, vedono nei diversi gruppi che si affermano durante la guerra civile una possibilità di riscatto. Una possibilità che, però, si rivelerà fallace.

La svolta arriva a dicembre del 2016, quando l’esercito siriano, appoggiato dall’aviazione di Mosca, libera Aleppo dai ribelli. È il punto di non ritorno. Coloro che si oppongono ad Assad capiscono che la guerra è ormai persa. Gli unici che possono ancora fare la differenza sono i curdi, che, nella lotta contro le bandiere nere, riescono a liberare il nord del Paese e, soprattutto, Raqqa, la “capitale” dello Stato islamico. 

Sono tre le battaglie fondamentali combattute quest’anno in Siria. La prima è quella, già citata, di Raqqa. I curdi, appoggiati dagli aerei della coalizione a guida Usa che combatte l’Isis, cominciano ad avanzare sulla “capitale” del Califfato. È una battaglia logorante, dove si avanza di pochi metri al giorno. Il dedalo di vie della città è stato completamente trappolato e i temibili cecchini delle bandiere nere sparano a chiunque si muova. Una battaglia combattuta fino all’ultimo momento. Fino a quando le autorità curde, assieme a quelle del califfato, riescono ad arrivare a un accordo per l’evacuazione dei jihadisti dalla città.

La seconda battaglia si combatte nella meno nota cittadina di Abu Kamal. Una cittadina strategica perché posta poco distante dal confine iracheno e, come ha scritto Mauro Indelicato su queste pagine, “senza più il controllo di quest’estremo lembo di deserto siriano, oramai non esiste più alcuna forma di presenza organizzata sotto forma di Stato da parte dei terroristi; i loro miliziani sono presenti soltanto in alcuni villaggi lungo l’Eufrate mentre in Iraq, secondo le ultime stime, controllerebbero una popolazione totale di diecimila abitanti sparsi in alcune sacche che costituiscono l’estrema resistenza dei più salafiti più facinorosi”.

La terza battaglia, durata tre anni, è quella che l’esercito siriano ha combattuto per difendere Deir Ezzor. Qui, pochi soldati, hanno saputo resistere alle bandiere nere che erano riuscite a tagliare ogni collegamento tra la città e Damasco. I rifornimenti erano possibili solamente per via aerea e la popolazione era ridotta allo stremo. 

Il 2017, con la caduta di Mosul e di Raqqa, ha rappresentato la fine dello Stato islamico. Una fine forse provvisoria perché, come fece Al Qaida, le bandiere nere potrebbero ritirarsi nel deserto per poi riorganizzarsi. Ma una cosa è certa: almeno per il momento, l’ideale di uno Stato islamico è tramontato.

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