La guerra in Siria è a un punto di svolta. Lo Stato islamico arretra, ormai ridotto a poche sacche di resistenza, mentre il confronto tra Damasco e i ribelli, con gli alleati occidentali, è giunto a una fase di stallo grazie agli accordi di Astana e al G-20 di Amburgo, con la stretta di mano fra Putin e Trump a siglare simbolicamente l’accordo di cessate il fuoco. Arrivati a questa fase, la domanda che tutti si pongono è come sarà la Siria del futuro. Esisterà? Sarà ancora uno Stato? E in quel caso, come potrà avvenire la ricostruzione? Sono domande cui sembra impossibile almeno adesso, dare una risposta anche soltanto vaga. La Siria è in balia degli eventi, e il processo decisionale sul suo futuro non risiede più soltanto tra i palazzi del potere di Damasco, ma appartiene alle potenze coinvolte nel conflitto. Tuttavia, pur non conoscendo il futuro, è importante capire il presente per riuscire a dare un’idea di cosa attende il popolo siriano nei prossimi mesi, e soprattutto cosa è rimasto della Siria di Bashar Al-Assad. La Banca Mondiale ha pubblicato un comunicato in cui indica per la prima volta i dati macroeconomici sulla guerra in Siria e i suoi effetti sull’economia del Paese. Sono numeri catastrofici, purtroppo attesi, ma che fanno comprendere quanto sarà difficile, se non quasi impossibile, una ripresa nel breve termine. L’economia siriana ha perso nei sei anni di guerra circa 226 miliardi di dollari, una cifra gigantesca cui nessuna economia al mondo potrebbe oggi dare risposta e permettere una flebile ripresa.

A questa enorme quantità di denaro dispersa, si aggiunge il dramma reale, quello umano con la morte di 320mila persone e l’esodo in massa di centinaia di migliaia di siriani che o non torneranno mai più o torneranno, forse tra anni, con un Paese al collasso. Si stima che circa metà della popolazione ha abbandonato la propria terra d’origine, o perché emigrata, o perché trasferitasi altrove nella Siria sotto il controllo governativo, oppure perché fuggita nei campi profughi dispersi in Siria e in Turchia. Si aggiunge poi la distruzione delle città. Secondo i rilevamenti satellitari di cui si è servita la Banca Mondiale per stilare il suo documento, si calcola che circa un quarto degli edifici pubblici e privati siriani siano totalmente distrutti. Una buona parte è semidistrutta e comunque inagibile a meno d’interventi urgenti. Le perdite non sono poi soltanto umane e di edifici andati distrutti, ma anche e soprattutto di posti di lavoro completamente andati in fumo e che difficilmente ritorneranno.

Il presente e il futuro della Siria saranno ovviamente incentrati sulla ricostruzione, ma bisognerà ricollocare un’intera generazione di lavoratori che oggi non ha più un posto di lavoro. Dal 2010 al 2015 sono andati persi 583mila posti di lavoro, e oggi sembra difficile pensare a un ricollocamento di mezzo milione di persone. In questo senso, le parole del vicepresidente della Banca Mondiale per il Medioriente, Hafez Ghanem sono eloquenti: “La guerra in Siria sta dissolvendo sia l’economia sia la società del paese.” Perché il vero problema della Siria è che non bisogna soltanto ricostruire, ma bisogna ricreare le condizioni affinché la gente viva di nuovo in Siria come faceva prima del conflitto. Una sfida fondamentale perché non è soltanto una questione meramente economica, ma riguarda la stabilità sociale e la sicurezza dell’intera nazione e di chi vive al confine con la Siria. Senza lavoro non c’è futuro, e molti siriani saranno costretti a cercare vie alternative per sopravvivere, che potrebbero anche nascondersi nei sentieri tortuosi ma ricchi del jihad globale. La guerra ha dimostrato a tutto il mondo che il foreign-fighter è diventato un mestiere, e l’essere un miliziano non è solo fonte di un paradiso dei martiri, ma più concretamente fonte di guadagno. E il mondo non può permettersi che la Siria (e anche l’Iraq) sprofondi nel vortice della catastrofe economica, della crisi stagnante e del crimine come via d’uscita.

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