In Siria le tregue si siglano, si incensano, ma non si rispettano. Chi vi scrive a fine dicembre del 2016 si trovava a Damasco ed era da poco stato deciso un cessate il fuoco tra governativi e ribelli. “Un passo in avanti verso la riconciliazione”, scrivevano molti giornali. La realtà era però un’altra. Innanzitutto la tregua non reggeva: solamente in una giornata, il 29 dicembre, i ribelli colpirono Damasco con due granate e, non appena calò il buio, l’aviazione di Bashar al Assad rispose con bombardamenti a tappeto. Dai piani alti del Dama rose sembrava di vedere in lontananza dei fuochi d’artificio di morte.

Oggi l’Onu ha approvato una nuova tregua, che dovrà entrare in vigore immediatamente e dovrà durare almeno trenta giorni, tra ribelli e governativi.

L’obiettivo del cessate il fuoco è quello di “permettere la consegna regolare di aiuti umanitari, di servizi, e l’evacuazione medica dei malati e dei feriti più gravi”. Il testo dell’Onu chiede inoltre lo “stop immediato dell’assedio delle zone abitate, fra cui la Ghouta orientale, Yarmouk, Foua e Kefraya”. In pratica, chiede che Assad non possa continuare ad attaccare le enclave ribelli.

Affinché venisse approvato il testo della risoluzione, sono stati necessari numerosi cambiamenti, soprattutto per accontentare Mosca che non ha così esercitato il diritto di veto. Le modifiche apportate riguardano innanzitutto i tempi: la prima bozza parlava di 72 ore, mentre ora la tregua entra in vigore immediatamente; inoltre, il nuovo testo esclude dal cessate il fuoco l’Isis e Al Qaeda e anche tutti gli individui, gruppi ed entità associate ad al-Qaeda e all’Isis”, nonché ad “altri gruppi terroristici designati dal Consiglio di sicurezza. Ed è forse questo punto ad aver convinto Mosca ad accettare il cessate il fuoco. 

Nella Ghouta orientale, infatti, sono presenti tre fazioni jihadiste, di cui una, Tahrir al Sham, che è la vecchia Al Nusra, ovvero Al Qaida in Siria. Certo, il brand è cambiato, ma la realtà è sempre la stessa, nonostante il tentativo da parte di Tahrir al Sham di accreditarsi agli occhi dell’Occidente come “jihadisti buoni”. Quindi, almeno sulla carta, Damasco potrà continuare le operazioni militari contro i ribelli asserragliati nella Ghouta orientale. Certamente, colpisce che il cessate il fuoco sia stato firmato proprio ora che, come riferisce Al Watan, sarebbe potuta iniziare una vasta operazione terrestre. 

In un’intervista, monsignor Hindo, arcivescovo della diocesi di Hassaké Nisibi, mi disse, proprio all’indomani di una tregua: “Io sono contro il cessate il fuoco. La prima volta che l’esercito siriano è avanzato contro i ribelli, gli americani hanno chiesto una tregua e così i terroristi si sono riorganizzati per attaccare i soldati lealisti. Anche con questo cessate il fuoco hanno fatto la stessa cosa”. Uno scenario che potrebbe accadere anche oggi.

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