All’indomani dell’invasione dell’Ucraina c’erano molte cose che la politica internazionale e il mondo intero non si sarebbero aspettati. Ancora viziati da una concezione novecentesca dei conflitti, la previsione più accreditata era quella di una guerra rapida che in poche ore avrebbe visto ucraini e Kiev piegarsi, inermi. Per ora, non è andata così.

La resistenza ucraina

Due Paesi molto diversi, Russia e Ucraina, ma soprattutto con delle forze militari incomparabili a livello tecnico, tattico e mentale. Sarebbe stato facile cedere alla paura, scambiare la salvezza con la libertà in un mercanteggiare di morte. Migliaia di ucraini, invece, non si sono fatti sopraffare. In parte sono nei rifugi, un tempo adibiti ad altro, altri ancora hanno imbracciato le armi, molti dei quali confessando di non saperle usare perché da sempre aborrite. Sono padri, ragazzi imberbi, lavoratori, mariti che hanno visto partire mogli e figli restando a fare la guerriglia. E ci sono madri, giovani spose, studentesse, lavoratrici che hanno conosciuto per la prima volta le armi e sono in strada, a presidiare vie di comunicazione, a preparare molotov con le istruzioni reperite su Twitter. Ci sono persone che bloccano con i loro corpi l’avanzata dei russi, come a Chernihiv, dove una colonna di uomini e donne hanno intralciato in queste ore i carri armati. Anche singole azioni coraggiosi, seppur simboliche come alcuni uomini che, dopo aver disarmato dei soldati russi a stento ventenni e in lacrime, li rimbrottano con fare paterno; o ancora, la donna che dona semi di fiori ad un combattente russo “affinché cresca qualcosa quando morirà”. E poi uno stuolo di giovani e meno giovani di professionisti, giornalisti e studiosi che grazie al web stanno continuando a raccontare e a raccontarci quello mai avremmo potuto sapere, un tempo. Il fattore tempo è in parte a loro vantaggio, ma il logoramento inizierà a farsi sentire, presto o tardi.

Zelensky, un insospettabile

Gioventù cosmopolita, passato recente in onda, poi presidente, adesso eroe della resistenza. Continuiamo a chiamarlo ex comico, avendo difficoltà a trovare dei sinonimi. Nessuno, tantomeno in Occidente, avrebbe francamente scommesso sull’altro Vladimir della medaglia. Forse nemmeno lui stesso, passato dal set alla storia nell’arco di un baleno. Nemico numero uno sulla lista nera del Cremlino assieme alla sua famiglia, avrebbe potuto essere un Reza Pahlavi dei nostri tempi e invece ha rifiutato un salvacondotto e chiesto munizioni, bacchetta a suon di social i leader occidentali, chiede aiuto. Si nasconde, forse, e per fortuna: solo nascosto può assicurare l’integrità di un minimo di catena di comando e le comunicazioni con l’Occidente. Morto o in fuga decreterebbe la fine della resistenza ucraina anche solo distruggendone il morale, fattore a vantaggio di Kiev. Ha rifiutato di andare a negoziare a Minsk, ove sarebbe preda facile di russi e bielorussi, ma fornisce l’avallo per un incontro sulla linea di confine. Svestito il doppiopetto, lo vediamo, barba in colta e colorito cereo, in maglietta verde militare a impersonare il mito del comandante in capo.

La lentezza dell’avanzata russa verso e dentro Kiev

Questo elemento è forse il più sorprendente. Per ore ed ore alle porte di Kiev, un testa a testa più o meno ovunque fra due forze, una armata fino ai denti, l’altra decisamente inferiore, coadiuvata da una guerriglia improvvisata.  L’esercito russo non sta trovando la strada spianata, tanto da sollevare uno sciame di sospetti e supposizioni. I piani della Russia per l’Ucraina devono far fronte a costi in rapido aumento a causa dei ritardi causati da una resistenza più dura del previsto da parte delle forze sul terreno, anche se le sue forze armate conservano vantaggi schiaccianti.

Come rivela Bloomberg, respingendo la narrativa secondo cui l’invasione è inciampata e prende di mira i centri abitati, un funzionario russo ha affermato che la campagna era stata progettata specificamente per evitare la guerra urbana nelle città. Il lasso di tempo per gli obiettivi militari dell’operazione era compreso tra una e due settimane, anziché pochi giorni, dopodiché l’esercito ucraino avrebbe dovuto essere schiacciato e il suo governo sostituito con uno amico di Mosca. Ipotesi che sembra così remota alla luce delle negoziazioni in corso e della tenacia imprevista di Zelensky.

La cattura delle città, con la pesante perdita di vite civili che probabilmente comporterebbe, non sarebbe all’ordine del giorno. Paura del danno di immagine? Putin sa bene che le immagini di stragi di civili farebbero il giro del mondo, Russia compresa, e allora anche la sua stessa figura sarebbe in pericolo. In queste ore l’esercito ucraino ha riferito di pesanti combattimenti nella seconda città più grande del paese, Kharkiv, mostrando le immagini di una colonna di veicoli russi distrutti per poi annunciare, via social, di aver respinto completamente l’offensiva russa sulla città. La Russia ha ancora l’iniziativa, ma non sta davvero raggiungendo gli obiettivi che voleva a questo punto perché gli ucraini stanno resistendo. L’errore di calcolo, forse, era quello di sovrastimare il sentimento filorusso in Ucraina: ma qui ad attenderli non c’erano né fuochi d’artificio, né bandiere né caroselli come in Donbass. Così come nessuno aveva fatto i conti con il morale ucraino, che per ora regge. Questo significa che se si dovranno prendere le città, bisognerà farlo nel peggiore dei modi e questo per Mosca è un problema.

Le manifestazioni di dissenso in Russia

Qualcosa è cambiato in Russia. Non basta spegnere internet, censurare i social, ripulire i servizi televisivi dalle immagini lorde di sangue. I russi non sono Putin, soprattutto le ultime generazioni. Scendono in piazza da giorni: l’imperialismo di Putin crea scontento, la guerra addolora. Il dissenso riempie le piazze a costo dell’arresto, “shock” e “vergogna” sono le due parole che più di tutte si sentono e leggono sui social tra i russi. Le piazze si riempiono come non avremmo mai immaginato: da Mosca a San Pietroburgo, la città di Putin, passando per l’algida Novosibirsk e altre decine di città. Il dissenso messo a tacere a suon di arresti, torture, avvelenamenti e intimidazioni, ritrova vigore e fiducia, cosciente di essere un mezzo di pressione per indebolire Putin e contribuire alla cessazione delle ostilità. Da qui l’ipotesi, poi non tanto peregrina, che il malumore inizi a serpeggiare anche tra i fedelissimi del Cremlino. La protesta corre anche sui social: molti utenti russi hanno cambiato la loro foto profilo con un quadrato nero in simbolo di lutto o hanno aggiunto la bandiera ucraina sotto la loro immagine. Crescono gli arresti, ma le piazze non si fermano.

Il boicottaggio della Russia nel mondo dello sport e della cultura

Gesti isolati hanno cominciato a succedersi in uno strano effetto domino. Dai più concreti a quelli più simbolici, a livello internazionale l’isolamento russo corre anche sul filo delle arti e dello sport. Aveva cominciato Sebastian Vettel, all’indomani dell’invasione, per poi arrivare lo spostamento della finale di Champions League da San Pietroburgo a Parigi: l’invasione ucraina colpisce anche le aziende russe, con gli sponsor esclusi dagli eventi sportivi. Oltre al provvedimento della Uefa, diverse nazionali calcistiche hanno detto che non giocheranno contro quella russa e i principali eventi sportivi, Formula 1 compresa, hanno annunciato che escluderanno le tappe russe. Lo Schalke 04, squadra di calcio della Bundesliga tedesca, ha già eliminato Gazprom dalla divisa. Polonia e Svezia boicottano gli spareggi per il Mondiale in Qatar.

Venendo al mondo dell’arte, la direttrice Elena Kovalskaya del Meyerhold Center, il teatro statale di Mosca, si è dimessa con queste parole: “È impossibile lavorare per un assassino e riscuotere uno stipendio da lui”. Alcuni volti noti, come il conduttore Ivan Urgant, hanno postato messaggi senza mai nominare il presidente Vladimir Putin, un gesto che in Russia può costare caro. Prese di posizione notevoli anche da parte dell’anchorman Maksim Galkin, della rockstar Zemfira Ramazanova e del cantante Valery Meladze, re delle classifiche. Perfino Anna Netrebko, la celebre cantante russa, amica personale di Putin, ha deciso di prendere posizione contro la guerra in Ucraina. Ha espresso il suo totale dissenso attraverso i social, postando un messaggio che ha raccolto in poche ore numerosissimi commenti di sostegno. Ultimo, ma non per importanza, il contest musicale dell’Eurovision che, ripreso vigore negli ultimi anni, ha deciso di tagliare fuori la Russia dalla competizione che si terrà a Torino a maggio prossimo. Gesti che isolati conterebbero poco ma che, sommati, hanno tutt’altro effetto.

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