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Nonostante gli sforzi per migliorare i sistemi, il tasso dei piloti degli F / A-18 Hornet colpiti da ipossia rimane troppo alto. Duro confronto, quello avvenuto poche ore fa, tra i membri della Commissione Forze Armate della Camera e gli alti ufficiali della Marina Usa. Nonostante gli accorgimenti, gli episodi registrati ogni 100 mila ore di volo, restano troppo alti.

L’ipossia, una carenza di ossigeno nell’intero organismo, può impedire ai piloti di pensare chiaramente o reagire rapidamente. Gli effetti sono diversi: dai problemi respiratori ad acutezza mentale ridotta fino ad arrivare ad un degrado delle capacità motorie di base ed alla perdita di coscienza.

La Marina è al corrente del problema fin dal 2009, anche se gli episodi sono iniziati a diventare preoccupanti nel 2010. La US Navy ha adottato 19 modifiche nel caccia che non si sono rivelate ancora efficaci. Il problema è così grave che la formazione degli equipaggi per contrastare i fenomeni di ipossia avviene una volta l’anno rispetto a quella quadriennale prevista fino al 2010.

La carenza principale è stata già identificata e si tratta di una “svista”. Gli Hornet, infatti, non sono stati dotati di un sistema di monitoraggio e rilevazione dell’ossigeno che arriva al pilota. I dispositivi non sono mai stati installati: il pilota, quindi, non si rende conto che sta inalando gas potenzialmente nocivi. L’unica soluzione ad oggi prospettata, in attesa delle nuove modifiche al respiratore che non saranno pronte prima del 2017, è lasciata proprio al pilota. Un passaggio che ha lasciato di stucco la Commissione Forze Armate della Camera. Il pilota colto da ipossia, potenzialmente incapace di pensare ed agire dovrebbe, seconda la Marina, staccare il respiratore e prendere la bomboletta d’ossigeno in dotazione che assicura un’ora d’aria respirabile. Se il pilota si trovasse oltre quel raggio operativo, le conseguenze potrebbero essere fatali. La Marina si è detta fiduciosa nella capacità dei piloti di riconoscere i sintomi dell’ipossia. Un ultimo passaggio dell’audizione degli ufficiali della Marina merita particolare attenzione: “Se ci fosse un vero e proprio rischio per la sicurezza dei piloti, avremmo messo a terra l’intera flotta”.

Gli Usa, però, sanno perfettamente che non hanno altri caccia imbarcati in inventario e che se davvero procedessero in tal senso, dovrebbero richiamare tutte le portaerei nel globo. Senza i cacciabombardieri multiruolo di prima linea, i vettori di proiezione in Siria ad esempio, non avrebbero alcun senso di esistere. Gli elevati tassi di ipossia riscontrati sono (e saranno) ritenuti inferiori rispetto agli interessi strategici nazionali.

La US Navy, intanto, sta elaborando un programma di estensione della cellule (Service Life Extension Program –SLEP) della flotta F-18. Pubblicato dal Naval Air Systems Command (NAVAIR), il programma di estensione della vita di servizio è ancora avvolto nel mistero. Nessun dettaglio è stato diramato. La US Navy ha in linea circa 550 F / A-18 E / F Super Hornet, il primo dei quali entrato in servizio nel 1990. Entro il 2017 raggiungerà il limite della sua vita operativa stimata in seimila ore di volo. I rimpiazzi (l’F-35C) non inizieranno ad essere dichiarati operativi prima del 2019. I ritardi per l’F-35C hanno già spinto la Marina degli Stati Uniti ad eseguire una SLEP su 150 dei suoi oltre 600 F / A-18 Hornet (tra cui quelli dei Marine). L’obiettivo di questa nuova SLEP è quello di aumentare la durata della cellula a 10 mila ore di volo, così da mantenere operativa la linea Hornet fino al 2035.

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