Ricostruire e rimettere al proprio posto le pietre oppure lasciare tutto per terra, per far ricordare fin dove la follia umana può arrivare? È questo il dilemma che sta riguardando in questi mesi le rovina di Palmira, la “perla del deserto” siriana simbolo del passaggio dei romani e della cultura classica in questo angolo di medio oriente. Archi, colonne e teatri che da venti secoli mostrano le suggestioni di un mondo antico preservato per ispirare quello moderno. Un angolo di paradiso nel cuore del deserto, finito nel maggio del 2015 nell’inferno dello Stato Islamico: qui l’Isis ha piazzato le bandiere ed ha iniziato a ridurre in polvere tutto ciò che poteva. L’ideologia iconoclasta dell’Islam radicale da un lato, ma anche la prospettiva di ricavare molti soldi dalla vendita dei cimeli storici nel mercato nero dall’altro, ha creato a Palmira uno dei drammi archeologici più macabri di sempre.

La situazione a Palmira oggi

L’Isis non c’è più a Palmira dal 2 marzo 2017: in quella data i soldati siriani, aiutati dai russi, hanno ripreso definitivamente la città. E, con essa, le rovine dell’area archeologica. Ma non è stato semplice: già nel marzo del 2016 russi e siriani aveva strappato dalle grinfie del califfato Palmira, poi nel dicembre di quell’anno le bandiere nere sono tornate a sventolare dopo una repentina ritirata dalla città dei governativi. La situazione sul fronte della sicurezza è migliorata, l’Isis non ha più fatto ritorno in questa parte del deserto siriano, anche se sacche di resistenza jihadiste permangono verso l’Eufrate e la minaccia su Palmira non è mai stata del tutto allontanata.

I resti archeologici sono presidiati dai soldati siriani. Nell’area sono arrivati in questi due anni esperti e consulenti per quantificare il danno prodotto dalla furia jihadista, ma ancora il lavoro non è terminato. Di recente Giampaolo Cadalanu, inviato di Repubblica, è stato a Palmira ed ha descritto quanto visto nella zona archeologica. L’arco romano eretto da Settimio Severo non si erge più tra le rovine, ma le pietre che lo componevano giacciono a terra non distrutte. L’anfiteatro è forse la struttura più risparmiata, con i gradoni in buone condizioni. Ma questo perché l’Isis usava questo luogo per le esecuzioni in pubblico durante i mesi del terrore islamista. Danni maggiori al Tetrapilo, dove molte colonne che componevano il tempo sono state distrutte, così come all’ipogeo dei Tre Fratelli, in cui le pitture sono state raschiate via. Altre opere sono state saccheggiate o danneggiate nel locale museo, lo stesso diretto per anni dall’archeologo Khaled Al Asaad, decapitato perché non ha voluto rivelare il luogo dove custodiva le opere più importanti per fortuna salvate. Alcuni beni che l’umanità ha potuto ammirare per 20 secoli sono andati persi per sempre, altri invece si possono recuperare. Ma come intervenire?

Il dilemma degli archeologi

Quando si deve mettere mano ad un’area archeologica, i rischi sono sempre molto elevati. Non solo per la delicatezza dei monumenti in cui si deve intervenire, ma anche perché in ballo c’è la memoria storica ed identitaria di un luogo. Del resto un monumento è tale proprio perché su di esso è scritta la storia. E la storia, nel corso del suo veloce scorrere, non sempre fa arrivare solo esempi positivi. A volte i resti di una determinata era storica parlano di crudeltà e di efferatezze in cui l’umanità è tragicamente caduta. Da qui l’idea che si fa strada nella comunità archeologica internazionale: lasciare intatte le macerie di Palmira. Il tutto per permettere a quei monumenti di raccontare alle prossime generazioni le efferatezze dell’Isis e fino a che punto, in questo angolo di paradiso, l’umanità è riuscita a portare l’inferno.

Per ogni maceria delle rovine, un monito da tramandare verso i prossimi decenni. Ma non tutti sono d’accordo, soprattutto nella stessa Siria. Qui le rovine di Palmira, prima di essere patrimonio dell’umanità, sono considerate patrimonio della nazione. E la nazione non può pensare di riprendersi se non risolleva da terra le pietre che ne hanno forgiato l’identità. Un pensiero questo, fatto proprio ad esempio dall’archeologo siriano Mahmoun Abdul Kerim: “Bisogna fare il possibile per ricostruire – ha dichiarato a Repubblica – Mi appello a Italia, Germania, Francia, Giappone: serve un grande sforzo internazionale, una delegazione di esperti di tutto il mondo, per salvare quello che sarà possibile. Anche così, almeno il 30-40 per cento resterà danneggiato. E sarà un monito per il futuro. Ma quello che riusciremo a salvare è davvero patrimonio del mondo”. Il dibattito è aperto, mentre a Palmira si prova a raccogliere i cocci di ciò che è stato distrutto, non solo a livello materiale, dal passaggio della follia jihadista.

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