Guerra di droni e di cecchini. Mentre dai fronti sia politici che militari si attende l’arrivo di sostanziali novità in grado di superare l’attuale momento di stallo, il conflitto a Tripoli è entrato in una vera e propria fase di attesa. Si aspettano rinforzi, si attendono ordini od annunci eclatanti: nel frattempo, per l’appunto, a parlare sono soprattutto i rumori prodotti dagli spari dei cecchini e dalle bombe sganciate dai droni. Tiratori scelti e ben addestrati e velivoli senza pilota appaiono sempre più decisivi e, nella maggior parte dei casi, si tratta oramai di uomini e mezzi provenienti dall’estero. Dalla Turchia oppure dalla Russia.

Il sempre più decisivo ruolo dei cecchini

A Tripoli la guerra coinvolge tutti e tutto: i fronti soni sì lontani, si fa per dire, tra i 10 ed i 25 chilometri dal centro, i combattimenti si svolgono in gran parte nelle periferie, tuttavia i cittadini risentono di quanto sta accadendo in questi mesi in tutti i quartieri della capitale. Lì dove non ci sono i danni prodotti dalle esplosioni di ordigni e di colpi di artiglieria, si patisce però la mancanza di cibo e di generi di prima necessità, così come la difficoltà nell’accesso ai servizi basilari. Tripoli è dunque una città nel dramma, dove la vita assume sempre più caratteristiche molto lontane da ogni forma di normalità.

Chiunque dall’inferno della capitale libica riporti anche solo una testimonianza, fa in primo luogo riferimento alla presenza di cecchini. Specialmente in prossimità dei fronti, se viene notato anche un singolo sospetto miliziano appartenente ad una determinata fazione rivale, all’improvviso scattano agguati e sparatorie. I cecchini sono al servizio sia delle milizie vicine ad Al Sarraj, che di quelle fedeli all’esercito di Khalifa Haftar. In quest’ultimo gruppo è determinante la presenza dei contractors russi. Sono loro, in massima parte, ad addestrare tiratori scelti al servizio del generale della Cirenaica. Ma sono sempre più spesso i russi stessi ad entrare, sui tetti delle case più alte della periferia di Tripoli, in azione. E c’è chi giura, nel centro della città, di aver visto muovere negli ultimi giorni diversi mezzi con la bandiera turca: forse, sono convinti in tanti, stanno per fare la loro definitiva comparsa anche i cecchini inviati da Recep Tayyip Erdogan per riequilibrare la situazione a favore di Al Sarraj.

“Aspettiamo solo l’ordine da Haftar”

Proprio sulla guerra dei cecchini è arrivata nelle scorse ore un’altra testimonianza. A fornirla è stato l’inviato del Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi, il quale ha intervistato un abitante di Tripoli che sarebbe vicino al generale Haftar. Non è un cittadino qualsiasi: si parla, in particolare, di un ex giornalista il quale nella capitale libica ha il compito di tenere in stretto contatto ex militari dell’esercito di Gheddafi ed alcuni sostenitori dell’uomo forte della Cirenaica. È stato proprio lui, nell’intervista in cui si fa chiamare con il nome del suo blog, Safuan Trabulsi, e che non ha voluto farsi riprendere in volto, a fare riferimento a delle cellule dormienti che aspettano solo un ordine da parte di Haftar. Gruppi e miliziani dunque, i quali per il momento non sono parte attiva del combattimento ma che, nel centro come nelle periferie di Tripoli, sono pronti ad entrare in azione per permettere all’esercito di Haftar di scavalcare le linee delle milizie vicine ad Al Sarraj.

E di cellule dormienti nella capitale libica ce ne sarebbero parecchie. In quella Tripoli solo apparentemente silenziosa, dove sembra che la guerra faccia più danni per le sempre più precarie condizioni di vita che per le bombe, si starebbero celando in queste settimane diverse fazioni pronte ad entrare in gioco. Non solo per Haftar, ma anche per il governo: se il conflitto dovesse diventare generale in città, con le armi usate anche al di là delle linee del fronte, allora potrebbe generarsi una guerra vicolo casa per casa e vincolo per vincolo. E già riecheggia, tra molti abitanti, il ricordo di quel “Zenga zenga” (“vincolo per vincolo”, in arabo) pronunciato da Gheddafi nel febbraio del 2011 in uno dei suoi primi discorsi in cui prometteva di combattere in ogni angolo della Libia contro i rivoltosi. Nel frattempo, a Tripoli tutti aspettano o si aspettano qualcosa: una lunga attesa verso un qualcosa di sempre meno definito.

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