Il conflitto armato nella regione del Tigray si appresta a entrare in quella che il Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed, ha definito “terza e fase finale”. Le richieste di porre termine alle operazioni in maniera pacifica, mosse da organizzazioni come l’Unione Europea (Ue) e l’Unione Africana (Ua) , sono cadute nel vuoto. Anche l’ultimo tentativo messo in atto dall’Ua non ha avuto alcun esito positivo: la proposta di inviare come mediatori gli ex Presidenti di Sud Africa, Liberia e Mozambico è stata rifiutata e bollata dal governo come una notizia falsa. Il 25 novembre, inoltre, il PM etiope ha pubblicato un comunicato in cui si ricorda che il governo “considera le preoccupazioni e i consigli dei nostri amici ma rifiuta ogni interferenza negli affari nazionali”. A questo si aggiunge il fatto che la possibilità di un dialogo con il TPLF non è plausibile, come ha spiegato Mamo Mihretu, assistente di Abiy Ahmed, alla Bbc “noi non negoziamo con i criminali”.

L’avanzata dell’esercito nazionale e l’ultimatum di 72 ore al TPLF

Stando ai comunicati del governo federale, l’esercito nazionale sembra avere ripreso il controllo dei principali centri urbani della regione, tra cui Adigrat, seconda città più importante dopo la capitale. Il TPLF ha confermato gli scontri, affermando che la città è stata oggetto di bombardamenti ma non ha commentato su chi avesse preso effettivamente il controllo del centro abitato. Comunque, con la chiusura di ogni comunicazione con la regione da una parte e l’impossibilità per i giornalisti di recarsi sul fronte, capire pienamente l’andamento del conflitto appare complesso. Nel frattempo, il Primo Ministro Ahmed è nuovamente intervenuto sull’operazione di imposizione della legge nel Tigray attraverso i canali social in un messaggio destinato a tutta la nazione. In questo il PM ha nuovamente elencato le ragioni del governo a incominciare il conflitto il 4 novembre, come già spiegato qui su InsideOver, e ha illustrato la terza fase dell’operazione chiedendo in particolare ai cittadini di Mekele di collaborare e di “stare dalla parte dell’esercito nazionale”. Non solo, Ahmed ha concesso un ultimatum di 72 ore alla leadership del TPLF per arrendersi, quindi di “astenersi da ulteriori massacri e distruzione di città e di salvare voi stessi dall’essere per sempre condannati nei libri di storia” e di “prendere questa ultima opportunità”. Opportunità che, però, è stata rifiutata dalla controparte. La guida del TPLF, Debretsion Gebremichael, ha infatti ricordato al Primo Ministro che i tigrini sono “persone di principio e pronte a morire in difesa del nostro diritto di amministrare la nostra regione“. Oltre a uno scontro militare, quello nel Tigray è infatti una disputa tra due differenti visioni dell’Etiopia del futuro: da una parte un leader che vuole mettere fine al federalismo etnico e di conseguenza imporre l’accentramento del potere ad Addis Abeba, dall’altra un movimento regionale che si riaggancia a uno dei caposaldi dell’attuale Costituzione, il sopramenzionato federalismo etnico. E a confermare il rifiuto ad arrendersi è giunta la rivendicazione da parte del TPLF di avere “completamente distrutto” la 21esima divisione meccanizzata dell’esercito etiope. Una rivendicazione che, tuttavia, è stata negata dal governo federale, il quale, da parte sua, ha al contrario evidenziato la resa di diversi combattenti tigrini.

Difficile stabilire quanto ci sia di vero e quanto invece queste dichiarazioni siano da catalogare come materiale di propaganda promossa dalle due fazioni. Ciò che è certo è che i prossimi giorni saranno fondamentali per l’andamento del conflitto, mentre sull’operazione che verosimilmente partirà allo scadere delle 72 ore gruppi in difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International, hanno avvertito che attaccare la popolazione e obiettivi civili sia “proibito dalla legge internazionale e costituisce un crimine di guerra”. Il monito è giunto dopo che il portavoce militare, il Colonnello Dejene Tsegaye, ha affermato all’Ethiopia Broadcasting Corporation di “salvare le proprie vite dai colpi dell’artiglieria e di liberarsi dalla giunta” prima dell’ultimatum perché dopo l’inizio dell’attacco “non ci sarà pietà”.

Le possibili ripercussioni del conflitto sull’Etiopia

Se il Primo Ministro Abiy Ahmed sembra essere certo che la presa di Mekele corrisponderà con la fine del conflitto, aggiungendo inoltre che il governo federale impiegherà ogni energia per riportare in Tigray chiunque è fuggito in Sudan, meno ottimisti sono alcuni analisti. Come Ahmad Soliman, ricercatore per il think-tank Chatham House, che ha dichiarato ad Al Jazeera come il “conflitto potrebbe evolversi” radicandosi e, a causa dell’ingente armamento a disposizione del TPLF, “questo potrebbe portare a una guerra prolungata”. A ciò si aggiunge l’ulteriore possibilità che quanto sta avvenendo nella regione settentrionale possa avere conseguenze anche nei paesi limitrofi, come in Eritrea, dove il TPFL ha lanciato dei razzi dopo aver accusato la dittatura eritrea di aiutare il Primo Ministro etiope.

Cionondimeno, un conflitto armato apre sempre ferite che difficilmente si rimarginano in breve tempo, soprattutto in un Paese come l’Etiopia, dove le differenze etniche sono ben marcate. Dall’inizio del conflitto nella regione si sono verificati eventi particolarmente drammatici: stando all’Ethiopian Human Rights Commission, il 9 novembre una milizia composta da tigrini e chiamata Samri avrebbe ucciso circa 600 civili originari delle regioni Amhara e Wolkait nella città di Mai Kadra. Racconti simili arrivano dal Sudan, dove dall’inizio del conflitto sono giunti circa 40mila rifugiati in fuga dalla regione, come spiegato in precedenza su InsideOver. Al tempo stesso bisogna ricordare che il Paese convive con tensioni etniche che, in alcune circostanze, esplodono in episodi di violenza, come riportato dal The New Humanitarian, tra cui l’uccisione di almeno 57 persone nel distretto di Guliso da parte del Fronte di Liberazione Oromo l’1 novembre.
Se ciò non bastasse si aggiungono le ripercussioni che il conflitto potrebbe avere da una parte sull’economia nazionale e dall’altra sulla produzione agricola nella regione. In un articolo pubblicato su The Africa Report, per esempio, vengono evidenziate la fragilità alimentare della regione.

La situazione era già precaria prima del 4 novembre a causa di una serie di fattori che hanno sconvolto vaste aree dell’Africa Orientale, come la siccità e l’invasione delle locuste. Le operazioni militari potrebbe aggravare la condizione di chi vive di agricoltura, ovvero circa l’80% della popolazione, paventando la possibilità di rivivere una carestia simile a quella vissuta tra il 1984 e il 1985. L’economia nazionale, invece, a causa della pandemia in corso la condizione traballava fin da prima dell’inizio del conflitto. Già nel rapporto di ottobre il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) aveva previsto una crescita dell’1,9% per quest’anno e dello zero per il 2021. Inoltre, quanto sta accadendo in Tigray e la possibilità di ripercussioni sulla stabilità politica del Paese ha portato gli investitori stranieri a muoversi con più cautela. Questo, per un Paese come l’Etiopia, che nei piani del Primo Ministro Ahmed dovrebbe trasformare la propria economia da agraria a industrializzata entro il 2030, rappresenterebbe un grosso problema, con il rischio di vanificare tutti i progressi compiuti nell’ultimo periodo.

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