Mi avevano parlato di Aladino lo scorso dicembre a Damasco. Lo chiamavano l'”italiano che vive ad Aleppo”, anche se lui è siriano fino al midollo. Sua madre però è italiana e lui ha studiato nel nostro Paese e questo basta per chiamarlo così. Il nome Aladino lo ha invece ereditato dal nonno italiano, evidentemente predestinato, però, ad avere un legame con il Medio Oriente.

Il nostro Aladino, nel 2011, ha deciso di rimanere ad Aleppo nonostante continuassero a piovere sulla città i missili lanciati dai terroristi. Un razzo ha colpito anche la sua casa e il suo laboratorio di analisi e genetica, ma lui ha deciso di non muoversi nemmeno di un millimetro, nonostante la paura fosse tanta: “Qui ci sono i miei affetti e i miei amici. E c’è il mio lavoro. Non posso abbandonare questa città”.

Aleppo, prima della guerra, doveva essere un incanto. Un gioiellino di architettura e un centro industriale avanzato, come ci spiega Aladino: “C’erano 50mila fabbriche e lavoro per tutti. Io sono tornato in Siria con 1500 dollari e ho potuto creare un’impresa dal nulla. Il nostro è un Paese che offre mille possibilità. Molti imprenditori del vostro Paese venivano qui per lavoro. Oggi, però, ci sono solamente dieci italiani. Pochi, anche se sono sicuro che tanti ritorneranno”. E alcuni italiani, legati alla fondazione Aga Khan, sono tornati ad Aleppo per fare dei corsi per insegnare a lavorare la pietra e restaurare la Cittadella, distrutta dai combattimenti. “Sono piccole gocce di bene – ci dice Aladino – che però stanno formando un lago”.

Quello di Aladino con l’Italia è un legame d’amore, tanto che desidera aprire un centro ad Aleppo per insegnare la nostra lingua ai siriani. “Si chiamerà centro Leonardo Da Vinci”, ci dice tutto orgoglioso. E aggiunge: “Spero che l’ambasciata mi aiuti”.

Gli aleppini hanno voglia di tornare a vivere e stanno ricostruendo la città con le loro stesse mani, senza alcun aiuto esterno. Anche il suq, distrutto nel 2012 durante gli scontri tra l’esercito di Damasco e i terroristi, viene ricostruito poco alla volta. Qui il nonno di Aladino aveva una bottega. Una delle oltre 500 che componevano lo splendido mercato coperto dove si poteva – e da oggi si può, anche se in misura minore – comprare di tutto: dai vestiti alle spezie. Gli aleppini ragionano così, ci spiega Aladino: “Vogliamo rimanere in piedi e ricostruire la nostra città. L’abbiamo fatto in passato e lo rifaremo anche oggi”.

E i terroristi? “Erano degli invasati, con idee estremistiche che provenivano da fuori”, ci dice Aladino. “Volevano imporre le loro idee, ma in Siria è tutto diverso. Qui, prima della guerra civile, non importava a nessuno se eri cristiano, musulmano o ebreo. L’importante era essere cittadini onesti”.

Aleppo, durante la guerra, ha pagato il prezzo più alto. I terroristi hanno preso in ostaggio la città, privando i civili di acqua e cibo. Ma ora c’è voglia di rinascita. “Life is life”, dice Aladino. E la vita, quasi per magia, sembra tornare in città.

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