Dal Mediterraneo al Mar Nero: la bussola politica del presidente turco Erdogan ha repentinamente cambiato direzione. Lo scoppio della guerra in Ucraina e la scoperta di importanti giacimenti di gas nella zona, hanno fatto propendere Ankara a interessarsi meno di quello che anche “il sultano” considera il “suo” mare e a guardare con maggiore interesse verso invece quel mare più piccolo ma sempre più vitale per gli interessi turchi.

La scoperta dei giacimenti

A novembre il ministro dell’energia turco, dinnanzi le coste della provincia di Sakarya, ha ufficialmente dichiarato terminati i lavori che permetteranno di utilizzare, entro il 2025, una quantità di gas tale da soddisfare il 30% del fabbisogno del Paese. Una boccata di ossigeno se si pensa che la Turchia importa il 90% del gas di cui ha bisogno e buona parte di esso arriva dalla Russia. Basta questo dato quindi per comprendere quanto sia vitale per Ankara proiettarsi nel Mar Nero. Il giacimento di Sakarya infatti si trova all’interno delle proprie acque di competenza, sul versante rivolto verso la Crimea della penisola anatolica. I lavori peraltro sono stati svolti assieme alla società italiana Saipem e questo spiega l’importanza attualmente attribuita alla Turchia dalla nostra diplomazia. Terminati i lavori, i cantieri stanno ora riguardando la costruzione delle tubature che porteranno il gas nella rete nazionale turca e non solo. Erdogan potrebbe pensare di diventare, da qui ai prossimi anni, anche un esportatore di materie prime.

Sempre nell’aria di Sakarya infatti stanno andando avanti i lavori per l’esplorazione di altri giacimenti. Ankara stima in 540 miliardi di metri cubi il potenziale complessivo di gas sotto le proprie acque del Mar Nero. Una quantità importante e che potrebbe permettere alla Turchia anche di iniziare a esportare. Specie in una fase in cui, viste le pressioni politiche volte a far diminuire la dipendenza dal gas russo, l’Europa ha un disperato bisogno di risorse.

Quelle navi dirottate dal Mediterraneo al Mar Nero

Con lavori ed esplorazioni ancora in corso, la Turchia ha dovuto puntare le attenzioni verso il Mar Nero. Ankara dispone di tre navi trivellatrici, la Fatih, la Yavuz e la Kanuni. Tutte e tre sono state inviate verso il porto di Zonguldak, quello più importante per raggiungere l’area dei giacimenti Sakarya. I nomi delle tre navi turche non sono nuovi. Al contrario, sono balzati agli onori delle cronache quando Erdogan ha ingaggiato un duello serrato con l’Unione Europea appena pochi anni fa. Motivo del contendere erano altri giacimenti di gas, scoperti nel Mediterraneo orientale a largo delle coste cipriote. Il governo di Nicosia rivendicava (e rivendica tutt’ora) il diritto esclusivo di sfruttamento di quelle immense risorse. Al contrario, secondo Ankara è necessario tenere conto anche dei diritti avanzati dalla Repubblica di Cipro del Nord, l’entità turcofona riconosciuta però soltanto dal governo turco.

L’Unione Europea, di cui Cipro fa parte, dal canto suo riconosce unicamente il governo di Nicosia che nel 2004 ha aderito al progetto comunitario. Dunque per Bruxelles i contratti dovevano essere stipulati senza tener conto dei turco-ciprioti. Per tutta risposta, Erdogan ha inviato nel gennaio 2019 le proprie navi trivellatrici nell’area, mentre più volte mezzi della marina hanno impedito a navi di società occidentali di avvicinarsi. Come nel caso ad esempio della nave Saipem 12000, bloccata da Ankara mentre era diretta in uno dei giacimenti ciprioti. Il presidente turco di quella battaglia ne aveva fatto sia una questione di interessi, legati all’esigenza del Paese anatolico di dipendere meno dalle importazioni di gas, e sia di principio: Erdogan voleva avere cioè voce in capitolo negli affari riguardanti il “suo” Mediterraneo orientale.

L’esigenza di Erdogan di un equilibrio sul Mar Nero

Con le navi mandate nel Mar Nero la questione del gas cipriota appare adesso ridimensionata. L’argomento è ancora motivo di frizione tra le parti ma, al contempo, le tensioni sembrano essersi placate. Erdogan ha altre priorità nell’altro mare che bagna la penisola Anatolica. Inoltre ci sono altri giacimenti nel Mediterraneo orientale, come quelli israeliani, che potrebbero portare gas nella rete turca. Non a caso il 24 aprile il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, si recherà in visita in Israele dove incontrerà l’omologo Gabi Ashkenazi. Piatto forte dell’incontro sarà rappresentato proprio dai possibili accordi energetici.

Ankara ha quindi l’esigenza di puntare maggiormente verso il Mar Nero. Un mare di opportunità ma anche, in questo momento, di guerre. Il conflitto russo-ucraino sta avendo proprio lungo le coste affacciate verso il Mar Nero le proprie più significative battaglie. Con la Russia già presente in Crimea dal 2014 e con la prospettiva di un controllo o di una forte influenza di Mosca su Mariupol, su Kherson e (forse) su Odessa, il timore turco è quello di vedere trasformato il Mar Nero come in una sorta di “lago russo”. Circostanza certamente non gradita da Erdogan. Per questo il presidente turco è impegnato a mediare ed è il primo interessato a ricercare determinati equilibri regionali. Ne va non soltanto del futuro del conflitto tra Mosca e Kiev, ma anche delle possibilità sorte dai giacimenti scoperti a largo della Turchia.

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