Gli elicotteri NH90 e gli A129 Mangusta sono ancora un puntino in lontananza nel cielo di Herat. Si avvicinano velocissimi e, prima di atterrare, alzano un polverone infernale. È il via all’esercitazione che inaugura il nuovo centro addestrativo per le forze speciali afghane. I soldati corrono in quella nebbia incredibile, poi fanno irruzione in una struttura del centro. È tutto curato nei minimi dettagli. È un altro passo in avanti per la sicurezza dell’Afghanistan. L’area, intitolata al primo caporal maggiore scelto Rosario Ponziano, uno degli oltre cinquanta italiani caduti in missione in questo Paese, si trova nella base di Camp Arena, nella provincia di Herat, un enorme fetta di terra con più di un milione e cinquecentomila abitanti nella parte occidentale dell’Afghanistan.

Il 2017 è stato, per il governo afghano, l’anno della svolta. L’anno in cui si è cercato di professionalizzare le forze speciali nell’ambito delle Afghan National Defence Security Forces (Andsf). Il contributo degli italiani è stato fondamentale, come ci spiega il generale Massimo Biagini: “Quello che abbiamo appena inaugurato è un centro pensato per le forze speciali afghane sia dell’esercito che della polizia ed è stato sviluppato grazie agli istruttori delle forze armate italiane. Si tratta di un complesso dove si possono mettere in pratica tutte quelle tecniche e quelle procedure che poi vengono impiegate dalle forze speciali, come per esempio le modalità di irruzione in una struttura o in una stanza. La peculiarità di questo centro è quella di fornire un corso di combattimento in montagna. Ed è per questo che, all’interno del nostro nuovo centro addestrativo, c’è anche una parete di roccia”.

Ma l’obiettivo degli italiani è quello di instaurare legami sempre sempre più forti sia con l’esercito che con la popolazione afghana. Prosegue il generale Biagini: “Grazie a quella capacità di comunicare che ci è riconosciuta da tutti, riusciamo a superare anche le piccole difficoltà di ogni giorno. Anzi, molto spesso con le truppe afghane si crea un ottimo feeling. A volte vedo i nostri istruttori, al termine delle attività, che danno giudizi assolutamente positivi sui militari locali e, dall’altra parte, vedo gli afghani riconoscere con sincerità l’importanza del nostro lavoro”.

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L’Afghanistan fatica ancora a trovare piena stabilità, come dimostrano gli attacchi a due moschee lo scorso venerdì. La minaccia jihadista è dietro l’angolo. Per questo è necessario addestrare non solo i militari locali, ma soprattutto la polizia afghana, come spiega il generale: “La nostra missione è rivolta alle forze armate afghane, quindi sia all’esercito che alla polizia. Per questo motivo, forniamo anche una serie di corsi non solo per le unità operative, ma anche per gli istruttori, in modo tale che le forze afghane possano addestrarsi da sole. Uno dei corsi che forniamo è quello contro gli Ied (gli ordigni improvvisati NdR), ai quali partecipano uomini e donne. Recentemente abbiamo formato istruttori donna che hanno il compito di parlare della minaccia degli Ied all’interno delle scuole”.

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L’Italia è presente in Afghanistan dal 2001 e, certamente, il Paese è cambiato moltissimo in questi sedici anni: “I miglioramenti ci sono – ci spiega il generale Biagini – anche se la situazione continua a rimanere complessa. L’evidenza di questi miglioramenti si può constatare ad esempio ad Herat. Lo si vede passeggiando per la strada. Ma c’è anche un dato più significativo. L’università di Herat ha più di 22mila studenti e, di questi 22mila, più del 46 per cento sono donne. È un dato che esprime il progresso dell’Afghanistan. Parlando con gli anziani dei villaggi emerge questo miglioramento, soprattutto nel campo dell’istruzione. Al di là delle parole, c’è un progresso”.

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