Afghanistan. L’agosto del 2021 resterà per sempre nell’immaginario collettivo come una nuova “fuga da Saigon”. L’irresistibile avanzata dei talebani, che ha letteralmente dissolto ogni resistenza dell’allora governo di Kabul sostenuto dagli Stati Uniti e dagli Alleati, ha portato all’evacuazione delle residue forze occidentali nell’arco di pochi giorni, lasciando dietro di sé una tragedia umanitaria che non si è ancora conclusa.

Una tragedia fatta di profughi aggrappati al carrello degli aerei da trasporto americani, oppure barbaramente massacrati dalle bombe dell’Iskp, lo Stato islamico della provincia di Khorasan, e una tragedia per chi non ce l’ha fatta a scappare ed è rimasto, cercando di nascondersi per evitare la rappresaglia dei talebani che, nella loro cieca ricerca di collaborazionisti, non sono andati troppo per il sottile uccidendo uomini e donne semplicemente perché erano dediti alla musica, alla danza o solo per il fatto di andare a scuola.

Alcuni collaboratori vengono evacuati dall’aeroporto di Kabul (Ansa)

Afghanistan. Una guerra che non si è voluto vincere, perché avrebbe richiesto molti sacrifici (nostri) per vincerla. Una macchia di sangue indelebile nella nostra coscienza. Una macchia che però, mediaticamente, si è sbiadita: dapprima lentamente, poi sempre più velocemente anche per colpa della situazione di crisi in Ucraina, che nei mesi di ottobre e novembre dello scorso anno ha cominciato ad acuirsi sino a portare al conflitto attualmente in atto.

Chi parla più dell’Afghanistan oggi, con una guerra in Europa? Chi sa cosa sta succedendo in un Paese dove abbiamo combattuto per venti anni? Quasi nessuno, eccezion fatta per le notizie sporadiche che ci giungono su burka, crisi alimentare e attentati.

Eppure in Afghanistan si combatte ancora, e non c’entra la rivalità che spesso sfocia in scontro aperto tra i talebani e i miliziani dell’Iskp. Ancora una volta la resistenza al regime dei talebani, così come avvenne anni prima con la resistenza all’invasione sovietica, ha un nome simbolo: Panjshir. La valle che ha dato i natali ad Ahmad Shah Massoud, il comandante del Fronte unito nazionale islamico per la salvezza dell’Afghanistan, detto anche Alleanza del Nord, torna ad essere il fulcro della lotta contro l’integralismo talebano, ma forse sarebbe meglio dire che non ha mai smesso di esserlo.

Oggi quella resistenza si chiama Fronte di resistenza nazionale (National Resistance Front – Nrf), nato durante l’offensiva finale dei talebani l’anno scorso e che ha come leader carismatico il figlio del comandante Massoud.

I nuovi governanti dell’Afghanistan hanno cercato di consolidare il loro controllo sul Paese da quando hanno preso il potere lo scorso agosto, ma hanno trovato sulla loro strada una serie di ostacoli. Oltre alle tensioni interne di tipo tribale e alla guerriglia di Iskp e al-Qaeda, è proprio il Nrf a preoccupare maggiormente i talebani, almeno a giudicare dall’enfasi che viene data sui social alle azioni “antiterrorismo” che effettuano per cercare di eliminarne la resistenza.

L’Nfr, insieme al Fronte per la libertà afgano di recente costituzione, hanno intensificato le loro operazioni negli ultimi due mesi, organizzando attacchi in più province, sfruttando la fine del periodo invernale. Il Panjshir però resta, come nella migliore tradizione pluridecennale, il cuore della resistenza.

Nelle scorse settimane i talebani hanno provato a entrare in forze più volte nella valle, ma sono sempre stati respinti dalla guerriglia del Nrf, che è riuscita a infliggere severe perdite. Ancora la scorsa notte gli “studenti di Dio” hanno cercato di attaccare una base del Nfr vicino al villaggio di Kuhsar nel distretto di Paryan, ingaggiando una feroce battaglia e lasciando, secondo alcuni informazioni trapelate via social, almeno 17 morti sul campo. Altri scontri con le forze del Nrf si sono avuti nel distretto di Khost , nella provincia di Baghlan, e anche qui le forze della ribellione hanno ucciso diversi talebani in un’imboscata. Sappiamo anche che i talebani ieri hanno attaccato otto volte le postazioni del Fronte di Resistenza Nazionale nella zona di Chamalworda, sempre nella valle del Panjshir, ma hanno fallito in ogni tentativo, e alla fine della giornata sono stati costretti a ritirarsi. Dopo aver analizzato la situazione, gli “studenti di Dio” sono stati costretti a ritirarsi nonostante sembra che abbiano impiegato per le operazioni nei distretti di Baghlan, Khost wa Fereng, Warsaj, e Nahrin sino a 30mila uomini delle “forze speciali”, e nella loro ritirata sappiamo che hanno preso in ostaggio un gran numero di civili.

Le forze talebane stanno adottando infatti un approccio più duro nei confronti di gruppi e comunità che percepiscono come una minaccia, e a farne le spese, come sempre, è la popolazione inerme.

La resistenza del Panjshir quindi continua, da settimane, a opporsi a ogni tentativo dei talebani di soggiogare la valle, e lo sta facendo da sola, indefessa, da quando gli Stati Uniti e gli Alleati della Nato hanno lasciato il Paese. Una resistenza che si sta opponendo al regime dei talebani esattamente nello stesso modo in cui si era opposta all’invasione sovietica, e che sta subendo, per ironia della sorte, un tentativo di repressione cruenta pari a quello che i sovietici mettevano in atto contro i guerriglieri mujaheddin durante il conflitto degli anni ’80: gli “studenti di Dio” hanno infatti arrestato, torturato e ucciso civili innocenti con l’accusa di affiliazione al Nrf, costringendo dozzine di famiglie a fuggire dalle loro case in preda al terrore. Un terrore che è ritornato esattamente uguale dopo 20 anni, come era prevedibile che accadesse dopo la fuga degli Alleati da una guerra che non poteva essere vinta.

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