Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha un solo obiettivo: che Afrin cada il prima possibile sotto le armate di Ankara. E l’auspicio che l’enclave curda diventi turca il prima possibile, è stato espresso dallo stesso Erdogan in una dichiarazione che ha scosso tutti, anche la stessa amministrazione turca, che ha dovuto rettificare. I

“Mi auguro che entro sera Afrin sarà caduta del tutto sotto il nostro controllo”, ha dichiarato il presidente turco. La dichiarazione ha suscitato stupore ma anche apprensione. L’avanzata turca nell’ambito dell’operazione Ramoscello d’ulivo è sì violenta e a tratti inesorabile, ma nessuno sospettava una tale rapidità di manovra. 

E infatti, dopo alcune ore, è arrivata la rettifica ufficiale da parte della presidenza della Repubblica turca. Un portavoce di Erdogan ha infatti riequilibrato il tiro dicendo che il presidente non intendeva dire che Afrin sarebbe caduta, ma che voleva solo augurarsi che la città curda, che resiste strenuamente alle forze armate di Ankara, fosse “completamente cinta d’assedio”.

Ma c’è qualcosa che non torna. L’esercito turco aveva già detto, ieri, di aver circondato la città. Quindi non si comprende esattamente perché Erdogan avrebbe dovuto auspicare qualcosa di già avvenuto. Come riporta Anadolu, “in una dichiarazione scritta, lo stato maggiore turco ha detto che la città di Afrin è circondata dal 12 marzo e che ‘aree di importanza critica’ sono state sequestrate a seguito delle operazioni in corso nella regione.

Stando a quanto dichiarato dai vertici militari turchi, sarebbero già stati “neutralizzati 3.393 terroristi”, aggiungendo che per “neutralizzati” s’intendono sia i curdi arresi alle truppe nemiche che quelli uccisi, senza fare alcuna distinzione. Non vengono citate esplicitamente le milizie siriane giunte a sostegno dei curdi contro l’esercito turco e le milizie alleati di Ankara.

Redur Khalil, rappresentante del Pyd-Ypg, aveva definito “un sogno ad occhi aperti di Erdogan” il fatto che Afrin potesse cadere così rapidamente sotto l’avanzata dell’esercito turco. “Sembra che Erdogan sogni ad occhi aperti quando parla di una caduta di Afrin. La città può contare su centinaia di migliaia di abitanti e combattenti che impediranno ai turchi e ai loro alleati terroristi di avvicinarsi alla città facilmente. Le conseguenze di un attacco saranno disastrose”, ha avvertito il leader militare curdo.

Ma a fronte di queste schermaglie verbali, ad Afrin accade qualcosa di catastrofico sotto il profilo umanitario. La tragedia che si sta compiendo merita l’attenzione mediatica e meriterebbe soprattutto la condanna vera e reale degli alleati della Turchia, che, va ricordato, non solo è membro della Nato ma viene anche finanziata lautamente dall’Unione europea.

Erdogan ha assicurato che il governo turco ha preso “tutte le precauzioni possibili e ha aperto un corridoio umanitario a est, per permettere ai civili di lasciare l’area con i propri mezzi. Purtroppo però la fuga viene impedita perché abbiamo contro gente senza credo e senza coscienza”. Ma sono in molti a non credere nel bluff di Erdogan che, se da una parte mostra le immagini dell’assistenza medica ai civili dei paesi conquistati, dall’altro lato continua ad avanzare in un territorio che non è turco in quella che è, in fin dei conti, un’invasione. Secondo Khalil, la Turchia punta a far uscire i civili solo “per mutare la composizione demografica di un’area a maggioranza curda”. 

.L’avanzata intanto continua inesorabile. Dopo aver circondato Afrin, ora il mirino è puntato su Manbij. Qui, gli americani avevano posto il veto: le forze turche non potevano arrivare. Ma il patto siglato con Rex Tillerson, fresco di licenziamento dalla segreteria di Stato, potrebbe essere modificato. Mevut Cavusoglu, ministro degli Esteri turco, ha dichiarato ieri che Turchia e Stati Uniti sono al punto di rottura delle loro relazioni. La questione diventa ora se credergli o meno. Le voci su un accordo di condivisione della città di Manbij, di cui si parla in queste ultime ore, può essere un segnale importante.

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