È andato tutto, o quasi, come previsto: la cittadina di Al Bab, occupata dall’Isis nel 2014 e stretta in una morsa con ai propri confini milizie curde, ribelli filo turchi ed esercito siriano, alla fine è caduta nelle mani delle truppe appoggiate da Ankara, le quali hanno portato a termine la più importante missione interna all’operazione ‘Scudo nell’Eufrate’, lanciata da Erdogan sul finire della scorsa estate. Una missione però, che ha svelato non poche lacune dell’esercito turco e che, già in queste ore, mostra tutta la sua precarietà e delicatezza nell’equilibrio interno al contesto del conflitto siriano; Ankara, in particolare, ha impiegato quasi tre mesi per strappare all’ISIS Al Bab, la più importante città a nord est di Aleppo e vicina al proprio confine, ha perso tanti uomini alcuni dei quali anche giustiziati dagli stessi miliziani del califfato. Soltanto nelle ultime settimane, complice un ritiro dei terroristi dell’ISIS, i turchi e le milizie a loro collegati hanno potuto avanzare, ma la questione appare tutt’altro che chiusa.L’importanza strategica di Al BabE’ stata proprio la questione legata alla cittadina a nord est di Aleppo a dare, nei mesi scorsi, uno scossone importante al conflitto siriano ed in special modo al posizionamento diplomatico degli attori internazionali che hanno un ruolo attivo, in positivo od in negativo, nella guerra in Siria; Al Bab, dopo la presa di Mambiji da parte dei curdi avvenuta a luglio, era l’unica città di una certa importanza che mancava proprio alle milizie curde per poter creare un unico asse da Afrin fino ad Al Hasakah, dando vita di fatto ad un’entità autonoma ai confini meridionali della Turchia. Una prospettiva, quest’ultima, tutt’altro che ben vista da Ankara che, nel frattempo dopo il fallito golpe del 16 luglio, aveva iniziato a virare verso Mosca appianando le divergenze con la Russia vissute in maniera molto pesante tra il 2015 e la prima metà del 2016. E’ nata così quindi l’operazione ‘Scudo nell’Eufrate’.La Turchia sul finire dello scorso anno ha iniziato ad inviare propri mezzi e propri uomini, con il fine di conquistare Al Bab e spezzare sul nascere la continuità territoriale tanto temuta del Kurdistan siriano; Damasco e Mosca hanno, quantomeno, ‘tollerato’ questa circostanza annotando come Erdogan ed il suo governo, dopo l’avvio dell’operazione, hanno definitivamente tolto la destituzione di Assad dall’elenco delle priorità turche. L’esecutivo siriano, in particolar modo, ha messo in conto il ‘sacrificio’ di Al Bab, in cambio però di un nuovo atteggiamento di Ankara che, in questi mesi, è stato molto importante per poter mandare avanti nuove iniziative diplomatiche, in primis la creazione di un asse Mosca – Teheran – Ankara che ha dato vita ai recenti colloqui di Astana. L’operazione militare però, pur se culminata nel successo finale dei giorni scorsi, tecnicamente è stato un mezzo fallimento per la Turchia.L’esercito turco si è dimostrato impreparato nel portare avanti operazioni delicate, ad Al Bab sono morti tanti soldati e sono stati persi non pochi mezzi; l’ISIS, che nelle prime settimane dell’operazione Scudo dell’Eufrate di fatto non ha offerto resistenza, ad Al Bab invece ha combattuto strenuamente respingendo più volte sia i soldati turchi che i miliziani armati da Ankara. Solo nelle ultime settimane, forse per via della pressione fatta dall’esercito siriano a sud della cittadina, l’ISIS non è stato più in grado di mantenere il controllo del territorio; adesso dunque, il Kurdistan siriano resterà diviso in due parti, la prima inerente la zona di Afrin, i cui miliziani mantengono buoni rapporti con le autorità siriane, mentre ad est di Al Bab vi è la zona conosciuta come ‘Rojava’, dove le forze curde risultano in parte essere armate ed addestrate anche dagli USA.Una situazione che rischia di sfuggire di manoSe Damasco ha chiuso un occhio sull’avanzata dei filoturchi, lo stesso governo siriano però si è affrettato nei giorni scorsi ad attaccare l’ISIS immediatamente a sud di Al Bab, mettendo in sicurezza la zona orientale di Aleppo ed avanzando anche verso Dair Hafir, vera porta d’ingresso dell’importante territorio strategico che va dal Lago Assad fino alla provincia di Raqqa. Le due avanzate, dei turchi/filoturchi da nord e dell’esercito siriano da sud, hanno provocato per la prima volta la creazione di diversi punti di contatto tra i due schieramenti: l’SIS in questa zona si è, di fatto, smaterializzato e non vi sono più zone cuscinetto tra forze regolari di Damasco e forze fedeli ad Ankara ed ora l’attenzione è tutta rivolta a come si evolverà la convivenza tra queste due parti in causa.Un banco di prova importante, è rappresentato dalla situazione presso la cittadina di Tadef; a maggioranza araba, tale centro si trova immediatamente a sud di Al Bab ed è stato riconquistato lunedì dall’esercito siriano dopo quattro anni di occupazione dell’ISIS. Questo centro urbano, di fatto, costituisce il confine fisico tra i territori controllati da Damasco e quelli in mano alle forze armate da Ankara; proprio qui, subito dopo l’avanzata siriana, si sono manifestati preoccupanti attriti. In particolare, pare che gruppi islamisti filo turchi abbiano attaccato Tadef con l’intento di far nuovamente indietreggiare l’esercito, il quale però ha respinto i tentativi avversari; in questo conteso, è emerso un particolare di non poco conto: le forze di Ankara non hanno contribuito all’operazione, evitando contatti diretti con l’esercito siriano.Questo, di fatto, potrebbe voler significare che la Turchia non esercita un forte controllo sulle forze islamiste da lei aiutate ed armate; se l’interesse di Erdogan riguarda esclusivamente Al Bab, i gruppi a lei affiliati potrebbero invece cercare di prendere la palla al balzo e continuare la propria lotta contro Assad, destabilizzando ulteriormente il nord del paese. Solo nelle prossime settimane si potrà comprendere se Tadef è stato solo un incidente isolato o meno, di sicuro allontanato l’ISIS dalla zona, la tensione non è certo diminuita. La battaglia di Al Bab si è, al momento, conclusa ma tutt’intorno vi sono forze rappresentanti di quattro schieramenti diversi (ribelli filo turchi, ISIS, esercito siriano e milizie curde) pronti ad accendere nuovamente gli animi specie se, come apparso nelle scorse ore, la ‘convivenza’ risulti produrre più attriti che punti di convergenza.

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