Altro che dialogo politico e cessate il fuoco: a Tripoli si spara più di prima della conferenza di Berlino del 19 gennaio scorso, che in teoria avrebbe dovuto sancire la tregua in vista dell’apertura dei tavoli diplomatici per giungere ad una soluzione. Martedì per la prima volta è stato preso di mira anche il porto della capitale libica, con intense colonne di fumo ben visibili nel corso della giornata da tutta la città e che hanno segnato un nuovo “picco” nell’intensità del conflitto. Un ulteriore segnale di come la situazione nel paese nordafricano è ben lungi dall’essere sotto controllo, con le iniziative europee che ancora una volta, nell’arco di pochi giorni, si sono dimostrate tanto fragili quanto lontane dalle realtà.

Il raid sul porto di Tripoli

Le prime immagini diffuse sui social, hanno mostrato un’intensa nuvola di fumo proveniente dalla banchina commerciale dello scalo della capitale libica. Si è subito capito che qualcosa di grave era successo, anche se inizialmente le proporzioni dell’accaduto sembravano maggiori: la prima notizia infatti, dava per certo un bombardamento contro una nave ormeggiata nel porto. La prospettiva dei primi video sembrava confermare questa ipotesi, il fumo appariva infatti fuoriuscire da un mezzo navale attraccato sulla banchina. In realtà l’incendio proveniva da un magazzino poco distante dalla nave, sempre però ben all’interno del perimetro del porto tripolino. I danni alla struttura sono stati minori del previsto, ma a livello politico e militare le conseguenze appaiono certamente importanti. Il dato principale infatti, è che il porto di Tripoli è stato oggetto di un bombardamento da parte delle forze del generale Khalifa Haftar. 

Così come spiegato da Fausto Biloslavo su IlGiornale, sono stati almeno 34 i colpi di artiglieria sparati dalle postazioni del Libyan National Army piazzate ad almeno 15 km dal centro di Tripoli. Una prova di forza da parte di Haftar, il quale ha voluto dimostrare di essere in grado di colpire anche senza droni e senza l’ausilio dell’aviazione i punti più strategici della capitale. La sua artiglieria, secondo poi la versione fornita dallo stesso Libyan National Army nella serata di martedì, ha preso di mira un magazzino al cui interno erano state da poco collocate armi sbarcate dalla nave che si pensava essere stata colpita dal fuoco di Haftar. Quel mezzo, battente bandiera della Sierra Leone, è salpato alcuni giorni fa da un porto della Turchia. Secondo le forze del generale, le armi all’interno del deposito bersagliato dall’artiglieria erano di provenienza per l’appunto turche ed erano destinate alle forze del premier Fayez Al Sarraj.

Una prova di forza dunque, ma anche un preciso segnale che Haftar ha voluto lanciare verso l’Europa a poche ore dal via libera arrivato a Bruxelles sulla nuova missione navale che andrà a sostituire l’operazione Sophia. Come spiegato lunedì infatti, i 27 paesi dell’Ue hanno raggiunto un accordo per una missione che pattuglierà le coste orientali della Libia, quelle in mano ad Haftar, per garantire il rispetto dell’embargo sulle armi. Con questo bombardamento, il generale ha voluto dimostrare l’inutilità di questa nuova operazione, visto che i rifornimenti arrivano anche nell’ovest del paese e l’uomo forte della Cirenaica è per giunta in grado di “mettersi in proprio” e colpirli con il suo esercito.

Al Sarraj ritira la sua delegazione da Ginevra

Il porto di Tripoli adesso non è più un luogo al sicuro, né per scopi militari e né per quelli civili. Basti pensare che poche ore dopo il raid, i vertici della Noc (la National Oil Company) hanno fatto allontanare tutte le proprie petroliere ormeggiate a Tripoli per il timore che i mezzi fossero adesso esposti ai colpi dell’artiglieria. Un segnale dunque di come nelle prossime ore la capitale libica potrebbe non usufruire più nemmeno del suo scalo principale, con gravi ripercussioni nel rifornimento di carburante e generi di prima necessità. Tuttavia, come detto in precedenza, le più importanti ripercussioni al bombardamento operato da Haftar sono arrivate in ambito militare e politico.

In primo luogo infatti, il premier Fayez Al Sarraj ha deciso di ritirare la sua delegazione dalla commissione militare che poche settimane fa si era insediata a Ginevra. Quest’ultima era nata dopo la conferenza di Berlino, il cui documento finale aveva previsto un organismo formato da cinque delegati militari designati da Al Sarraj e cinque da Haftar per iniziare ad intavolare un percorso diplomatico tra le parti. I lavori della commissione sono dunque stati sospesi: “I colloqui non riprenderanno – si legge in una nota del governo di Tripoli – fino a quando non saranno adottate posizioni ferme contro l’aggressore e le sue violazioni della tregua”. Con la sospensione dei lavori della commissione a Ginevra, è venuto a mancare anche l’ultimo pilastro del percorso ideato dalla diplomazia europea a Berlino. Un ulteriore segno, tra le altre cose, del fallimento del piano politico del vecchi continente.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.