Aleppo prima della guerra contava più di due milioni di abitanti ed era il centro economico principale della Siria, tanto da essere definita ‘capitale del nord’ del paese; il passaggio della guerra, che in questa città è durata dal luglio 2012 fino allo scorso dicembre, adesso che le armi tacciono è possibile visualizzarlo nei suo effetti ponendolo alla stregua di un gigantesco terremoto capace di tirare giù una grande metropoli. Infatti le immagini che provengono da Aleppo assomigliano molto da vicino a quelle che nel 1906 provenivano da San Francisco o che, in tempi più recenti, nel 1995 venivano dalla città giapponese di Kobe: in comune hanno soprattutto la circostanza di essere delle importanti metropoli tirate già da cataclismi imponenti e che dunque, subito dopo, i rispettivi governi hanno dovuto impegnare ingenti risorse per la ricostruzione. Ad Aleppo non c’è stato alcun terremoto, ma la devastante battaglia durata quattro anno ha prodotto analoghi effetti: la città è sostanzialmente venuta giù, eccezion fatta per alcuni quartieri in mano governativa, con intere zone da bonificare e riedificare.

La prima vera sfida: togliere le macerie dalle strade

Durante la battaglia si è spesso parlato di ‘Aleppo ovest’ ed ‘Aleppo est’, questo perché la città è stata divisa per lungo tempo tra quartieri governativi ed anti governativi; pur tuttavia una divisione di questo tipo, che ha riecheggiato in qualche modo la situazione berlinese durante la guerra fredda, è stata più che altro una semplificazione giornalistica per raccontare più facilmente il conflitto: non vi è stato alcun muro, solo trincee improvvisate costituite da barricate fatte di macerie e bus capovolti, così come la divisione tra le varie zone di influenza non è mai stata territorialmente ben definita ed ha subito numerose evoluzioni prima della definitiva vittoria dell’esercito siriano. E’ vero però che in alcune zone di Aleppo la guerra ha fatto sentire meno i suoi effetti, mentre in altre al contrario tra bombardamenti e combattimenti via terra è difficile ad oggi notare un edificio rimasto integro.

Il primo obiettivo delle autorità siriane, è quello di togliere le macerie dalle strade come del resto avviene (o quasi) per ogni terremoto o calamità naturale: specialmente nelle zone identificate durante il conflitto come ‘Aleppo est’, la quantità di materiale per strada è imponente ed impedisce di riaprire arterie e strade vitali per ricollegare senza barriere e quant’altro tutti i punti della città. Un video riportato da Anna News, agenzia di stampa russa impegnata dal 2013 a seguire da vicino la guerra siriana, mostra ruspe ed operai al lavoro per raccogliere i detriti lasciati dalla lunga battaglia tra le strade di Aleppo: appare ad oggi di fatto impossibile calcolare l’enorme quantitativo di tonnellate di macerie che è necessario rimuovere per iniziare un intenso programma di ricostruzione il quale, tra le altre cose, appare quanto mai necessario per via della ‘pressione’ di molti residenti che iniziano a tornare nella seconda città siriana dopo essere stati costretti a fuggire durante la battaglia.

A ben vedere, fa una certa impressione notare come un paese in guerra come la Siria riesca a fronteggiare l’emergenza legata alle macerie da rimuovere molto meglio di quanto, al contrario, in questi mesi ha fatto l’Italia per i recenti terremoti accaduti tra il Lazio, l’Umbria e le Marche: a distanza di un anno quasi dalla scossa principale di Amatrice, polemiche e ritardi hanno impedito al momento la rimozione della stragrande maggioranza delle macerie presenti nei comuni terremotati, nella disastrata Aleppo la ‘sfida’ contro i detriti in strada viene combattuta dalle prime ore successive alla fine dei combattimenti. Lì dove gli isolati vengono liberati dalle macerie, sono iniziati anche i lavori per la posa delle nuove condutture idriche ed elettriche in modo da poter incentivare anche commercianti e privati ad iniziare, lì dove possibile, il recupero di negozi ed abitazioni.

Il patrimonio artistico da recuperare

Aleppo è una città che vanta più di cinquemila anni ininterrotta di storia: è di fatto uno degli insediamenti stabili più antichi e, come tale, ha al suo interno un patrimonio artistico notevole che testimonia il passaggio di ittiti, assiri, egizi, greci, romani, bizantini, mongoli ed arabi oltre ad altri significativi segni di altre civiltà che hanno avuto in Aleppo un punto di snodo molto importante. Le civiltà mesopotamiche prima, poi quelle egiziane, passando quindi per quelle classiche fino ad arrivare agli arabi: ecco perché la seconda città siriana è sempre stata la culla di un confronto interculturale con pochi pari al mondo, tanto da attirare prima del conflitto la visita di studiosi e semplici turisti da ogni parte del pianeta. Simbolo principale di Aleppo è indubbiamente la cittadella, patrimonio UNESCO da diversi anni ma, subito sotto di essa, sorge la città vecchia con il suk e gli altri edifici anch’essi patrimonio dell’umanità.

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Con il conflitto molte delle meraviglie, come a Palmyra o Mosul, sono andate perdute; in tal senso, una data che gli aleppini ricorderanno tristemente a lungo è quella del 24 aprile 2013 quando, dopo quasi mille anni di storia è stato tirato giù il minareto della grande Moschea Omayyade edificato nel 1090. Ma non solo: la stessa moschea sopra citata, quando nel dicembre 2016 è stata riconquistata dall’esercito siriana è stata trovata in pessime condizioni perché utilizzata come deposito di armi dei ribelli e delle formazioni jihadiste che hanno imperversato nel quartiere della città vecchia. Tra palazzi storici ed anche chiese antiche (Aleppo prima del conflitto contava la presenza di trecentomila cristiani), il lavoro di recupero dei tanti monumenti e simboli danneggiati dalla guerra appare lungo ed imponente: in tanti nella città sono ottimisti, certo è che al fianco dei lavori di prima emergenza e dell’entusiasmo post bellico c’è anche da fare i conti con un paese ancora in guerra che, senza il raggiungimento della stabilità, difficilmente potrà programmare una ricostruzione a lungo termine.

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