In America li chiamano robber barons, nelle ex Repubbliche sovietiche sia chiamano oligarchi. Hanno accumulato grandi ricchezze dopo il crollo dell’Urss, e questo ha permesso loro di divenire un luogo decentrato della politica in Russia e nelle ex nazioni satelliti. La crisi ucraina li ha riportati alla ribalta, poiché target di parte delle sanzioni emanate dai Paesi occidentali, ma anche perché in molti sperano in un loro ruolo occulto nella eventuale destituzione di Vladimir Putin. Ma gli oligarchi non sono solo russi, e la stessa Ucraina ne conosce bene l’importanza e il cerchio magico di potere attorno a loro.

Dal 1991 al 2013: gli oligarchi in ascesa

Gli oligarchi sono comparsi sulla scena economica e politica di Kiev dopo il referendum sull’indipendenza del 1991. Il Paese stava transitando dal sistema sovietico verso l’economia di mercato con la rapida privatizzazione dei beni statali.

Il loro peso politico-economico ha vissuto una parabola felice sino al 2008, quando si stimò che la ricchezza complessiva dei 50 oligarchi più ricchi dell’Ucraina era pari all’85% del PIL. Quell’anno la principale rivista ucraina Korrespondent pubblicò la sua lista annuale dei ricchi ucraini. La scoperta più sorprendente fu la stima della ricchezza dell’oligarca di Donetsk Renat Akhmetov. Akhmetov, il capo di Systems Capital Management, all’epoca possedeva un capitale stimato di 31,1 miliardi di dollari, il che lo rendeva la persona più ricca non solo nella CSI ma anche in Europa. Gli anni di instabilità politica sembravano non aver danneggiato la capacità degli oligarchi ucraini di aumentare la propria capitalizzazione durante l’amministrazione del presidente Viktor Yushchenko. La buona stella di Akhmetov sembrava essere legata alla sua personalità: fu il primo, infatti, a rivelare pubblicamente l’intera portata della sua ricchezza. La terra di Akhmetov nella sola Donetsk nel 2008 aveva un valore di 1 miliardo di dollari. Gli oligarchi ucraini con attività metallurgiche, nel frattempo, negli ultimi anni hanno registrato una rapida crescita a causa dell’elevata domanda mondiale.

Prima dell’aggressione russa del 2014, la presenza importante di oligarchi tra le fila della politica ucraina aveva creato non pochi imbarazzi. La maggiore concentrazione di ricchezza risiedeva all’interno del Partito delle Regioni, la frangia politica dell’ex presidente Viktor Yanukovich che, imbarazzato per una così folta presenza seraficamente commentò: “Se Dio ha dato ad alcuni individui talenti negli affari, allora la cosa più importante è che questo talento vada verso il bene più grande del paese e delle persone che ci vivono”. Si stima che, alla fine degli anni Duemila, dei 112 miliardi di dollari di patrimonio totale dei 50 più ricchi dell’Ucraina, 35,4 miliardi di dollari o un terzo del totale erano detenuti da membri del Partito delle Regioni. (Dati Eurasia Daily Monitor 2008)


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La parabola discendente dopo il 2014

Nel novembre 2013 la ricchezza degli oligarchi scendeva al 45% (del PIL). Nel 2015, il patrimonio netto totale dei cinque ucraini più ricchi e influenti dell’epoca (Rinat Akhmetov, Viktor Pinchuk, Ihor Kolomoyskyi, Henadiy Boholyubov e Yuriy Kosiuk) era sceso da $ 21,6 miliardi nel 2014 a 11,85 miliardi di dollari nel giugno 2015.

L’Ucraina è stata definita per questa ragione una democrazia imperfetta, poiché gli oligarchi per lungo tempo hanno continuato a fare il bello e il cattivo tempo della politica. Secondo un sondaggio condotto dallo European council of foreign relations nel 2015 gli Ucraini vedevano negli oligarchi la causa principale della corruzione dilagante nel Paese. Sono stati numerosi i tentativi de-oligarchizzazione, neologismo molto in voga soprattutto in seguito a Euromaidan, ma sul campo poco è stato fatto. Di conseguenza, i nuovi leader ucraini sono stati accusati non solo di tollerare il sistema oligarchico, ma di parteciparvi. In realtà, al 2014 molto era stato fatto, ma il deep state restava un problema endemico. Con la progressiva privatizzazione economica, aggiunta a quella dei beni demaniali, numerosi uomini d’affari ucraini hanno assunto il controllo dei partiti politici o ne hanno avviati di nuovi per ottenere seggi e influenza presso la Verkhovna Rada.

Stanno alla classifica di Forbes del maggio 2021, al primo posto della top ten dei magnati ucraini resta Rinat Akhmetov, con il gruppo Metinvest legato al settore metallurgico; lo segue a ruota Victor Pinchuk con la Intertubo nello stesso settore, assieme a quello immobiliare; terzo posto per Costantino Zhevago e la sua Ferrexpo, sempre legata al settore metallurgia; al quarto posto troviamo invece Ihor Kolomoisky con la Ukrnafta nel settore investimenti; nel medesimo settore, al quinto posto Gennady Bogolyubov; sesto posto per Alessandro e Galina Geregi  con Epicentro K, leader nel commercio al dettaglio e nel settore agroindustriale; seguono Petro Porošenko nell’industria alimentare con ROSHEN; Vadim Novinsky con Metinvest; Aleksandr Yaroslavskij con il gruppo DCH leader nel settore  immobiliare e metallurgico; chiude la decina Yuriy Kosyuk con MHP, nel settore agricoltura.

Ihor Kolomoisky e Viktor Medvedchuk

Dopo l’elezione di Zelensky, numerosi commentatori europei e occidentali, avevano guardato con diffidenza al cursus honorum del nuovo presidente dell’Ucraina. Nessuno, nel 2019, poteva immaginare che quell’uomo sarebbe diventato il simbolo della resistenza all’aggressione russa nonché il comandante in capo di una nazione sotto i bombardamenti. Nonostante si proponesse come un outsider intento a spezzare il potere dell’élite oligarchica corrotta del Paese, la campagna di Zelenskyy dipendeva fortemente dal sostegno di Ihor Kolomoisky, probabilmente l’oligarca più controverso di tutti. Durante la campagna elettorale, Zelensky nominò l’avvocato personale di Kolomoisky come consulente chiave, viaggiò all’estero spesso e volentieri per conferire con l’allora esiliato Kolomoisky in più occasioni e trasse vantaggio dall’imprimatur fornitogli dell’impero dei media dell’oligarca. Giovane, europeo, à la page, pro-UE e pro-NATO, Zelenesky ha poi costruito la sua nuova immagine cercando di trovare un posto nelle dinamiche europee, tentando l’affrancamento dal passato proprio tramite la de-oligarchizzazione, termine diventato molto di moda nei salotti buoni di Kiev.

All’inizio del 2021 Kolomoisky è stato inserito nell’elenco delle sanzioni statunitensi con l’accusa di corruzione. Nel frattempo, i funzionari del governo ritenuti una minaccia per gli interessi di Kolomoisky sono stati rimossi dai loro incarichi, tra cui il procuratore generale, Ruslan Ryaboshapka, che stava conducendo un’indagine sull’oligarca, e il governatore della Banca nazionale ucraina (NBU), Yakiv Smolii. Il primo ministro di Zelenskyy, Oleksiy Honcharuk, è diventato un’altra vittima dopo aver tentato di allentare il controllo di Kolomoisky su una compagnia elettrica statale. Tutto questo aveva messo in grave difficoltà Zelensky nell’ultimo anno: parallelamente, il disegno di legge che costituisce il fulcro della sua politica di de-oligarchia ha introdotto una precisa definizione di “oligarca” che sancisce precisi criteri legati a ricchezza, influenza e proprietà dei beni. Sono stati in molti a sospettare con malizia che i parametri così puntuali fossero individuati specificamente per escludere Kolomoisky dai suoi termini di applicazione.

Più che altro, i paletti così stringenti della de-oligarchizzazione sembravano prendere di mira, invece, gli oligarchi russi, i veri sospettati di tramare contro l’indipendenza e l’autodeterminazione di Kiev. Tra questi Viktor Medvedchuk, ritenuto un proxy di Putin in Ucraina. Nel maggio 2021 il procuratore generale dell’Ucraina ha accusato Medvedchuk di tradimento e tentato saccheggio di risorse nazionali nella Crimea, ponendolo agli arresti domiciliari. Politico lo ha definito uno dei dodici uomini che ha rovinato l’Ucraina. Medvedchuk, uno dei più stretti collaboratori di Putin e capo di stato maggiore dell’ex presidente ucraino Viktor Kuchma, quest’anno si è trovato in una posizione curiosa, in qualità dei principali negoziatori dell’Ucraina nella sua guerra contro la Russia. Putin è il padrino di uno dei figli di Medvedchuk e gli Stati Uniti lo hanno ritenuto uno dei pochi russi “che usano le loro risorse o influenza per sostenere o agire per conto di alti funzionari del governo russo” quando lo hanno sanzionato in seguito all’invasione russa della Crimea. Medvedchuk, da allora, ha servito come staffetta tra Putin e il presidente ucraino Petro Poroshenko. Nel 2013 ha fondato un gruppo filorusso con l’obiettivo di allontanare l’Ucraina dall’Unione Europea. Quest’anno, tuttavia, ha rappresentato l’Ucraina nei colloqui informali con i separatisti filorussi e nei negoziati con i ribelli sugli scambi di prigionieri. Difendendo chi?

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