Oggi come 25 anni fa, c’è una parte dell’Afghanistan che prova a resistere. È la valle del Panjshir, a circa 150 chilometri a nord di Kabul. È lì, tra i villaggi che hanno resistito ai sovietici e ai talebani, che oggi si cerca di evitare il dilagare dell’Emirato islamico. Una resistenza che adesso sembra possa avere un leader il cui nome ha il sapore della leggenda: Massud. In questo caso di Ahmad, il figlio del leggendario comandante, che ha deciso di lanciare un ultimo disperato appello agli afghani pubblicato per primo da La Rege du Jeu, diretto da Bernard-Henri Levy.

“Popolo afghano, Mujaheddin, amici della libertà ovunque nel mondo! La tirannia trionfa in Afghanistan. La schiavitù si instaura con chiasso e con furore. La vendetta odiosa si abbatterà sul nostro Paese martire. Kabul già geme. La nostra patria è in catene. Tutto è perduto? No”, scrive Ahmad Massud. “Ho ricevuto in eredità da mio padre, l’eroe nazionale e comandante Massud, la sua lotta per la libertà degli afghani. La sua guerra oramai è la mia. I miei compagni d’armi e io stesso daremo il nostro sangue, con tutti gli afghani liberi che rifiutano la schiavitù e che io esorto a raggiungermi nella nostra roccaforte del Panjshir, ultima regione libera nel nostro Paese in agonia”. L’appello è verso tutti gli afghani, le tribù del Paese, gli uomini fuggiti in altri Stati in questi anni, alle potenze internazionali. È un appello per chiedere aiuto al mondo: chi ha aiutato gli afghani contro i sovietici e contro i talebani, adesso non può abbandonare i combattenti che provano un’ultima disperata resistenza nella valle del Panjshir.

Mappa di Alberto Bellotto

Per l’Afghanistan, si tratta forse di un’ultima flebile speranza nel ricordo di un nome che per il Paese è stato un eroe nazionale. Fu lui a costruire l’unica alleanza in grado di resistere ai talebani compattando i signori della guerra nel Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan, l’Alleanza del Nord. Ed è grazie ai Mujaheddin se riuscì a fare del Panjshir una fortezza inespugnabile. Arroccato tra le montagne, il “Leone”, come venne soprannominato, preservò la vallata da prima dall’arrivo dell’Armata rossa e poi dagli islamisti. Ed è nel ricordo di Massud e nella speranza riposta nel figlio, Ahmad, che tanti sperano che quel Panjshir sia di nuovo il santuario della resistenza contro i talebani.

“Noi afghani siamo nella stessa situazione dell’Europa nel 1940. Siamo rimasti soli” scrive Ahmad. E conclude con un appello che prova a riaccendere i cuori disperati: “Unitevi a noi, in spirito o con un sostegno diretto. Siate, amici della libertà, il più possibile numerosi al nostro fianco. Insieme scriveremo una nuova pagina nella storia dell’Afghanistan. Sarà un nuovo capitolo dell’eterna resistenza degli oppressi contro la tirannia“.

La condizione sul campo appare tuttavia molto difficile. Nel Panjshir sono confluite anche le ultime truppe dell’esercito regolare che si sono salvate arrendendosi formalmente ai talebani. Anche l’ex vicepresidente, Amrullah Saleh, sembra che si sia unito al figlio di Massud nella speranza di costruire un fronte di resistenza simile, ma non certo uguale, all’Alleanza del Nord. “Non tradirò la mia anima e l’eredità del mio eroe Ahmad Shah Massud, il comandante, la leggenda e la guida. Mai sarò sotto lo stesso tetto con i talebani” ha detto Saleh. Ma la speranza si poggia su fondamenta molto fragili, a cui sembra che basti una spallata per dare il colpo definitivo. Voci incontrollate sui canali Telegram parlano di un Panjshir già circondato o praticamente conquistato dalle truppe talebane. Alcuni temono per la vita di Ahmad, mentre tanti puntano il dito sull’arrendevolezza e sulla debolezza dimostrata dai signori della guerra. Quei rappresentati del potere locale che un tempo sfidavano apertamente i talebani hanno dimostrato di non avere alcuna voglia di combattere di fronte all’avanzata inarrestabile degli insorti. Sono loro, più che le forze di sicurezza afghane, a controllare il Panjshir. E i precedenti non destano particolare ottimismo.

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