Nell’estate del 2016 la commozione aveva il volto del bambino Omran. Ogni giornale, ogni televisione, ogni sito internet piangeva per quel bambino con il volto insanguinato ed impolverato estratto dai calcinacci della sua casa di Aleppo Est.

Nel piangere per quel bimbo ogni commentatore ometteva diligentemente una basilare verità: Aleppo Est non era un’oasi di libertà, ma un piccolo califfato su cui sventolava la bandiera di Jabhat Al Nusra, la costola siriana di Al Qaida.

E ci si guardava bene dal ricordare che tutte le foto uscite da quell’angolo di Siria erano attentamente controllate e scelte dagli “agit prop” del gruppo terrorista. Così quando – caduta Aleppo Est – il padre di Omran denunciò i soccorritori del figlio spiegando come l’avessero messo in posa e fotografato invece di curarlo e portarlo all’ospedale sulla vicenda cadde un velo di omertoso e imbarazzato silenzio.

La vicenda del bimbo nella valigia è diversa, ma il principio è lo stesso. Quello scatto toccante e commovente viene utilizzato per confondere l’opinione pubblica e riproporre il copione di una guerra alimentata dalla spietata ferocia del “macellaio” Bashar al Assad e del suo alleato Vladimir Putin.

È da settimane che le agenzie diffondono in maniera martellante solamente le immagini dei civili di Ghouta, nascondendo scrupolosamente i ribelli che combattono a Ghouta.

Due giorni fa, abbiamo raccontato quando il bimbo nella valigia, la sua famiglia e almeno altri 15mila fra bimbi, donne, uomini e anziani hanno deciso di abbandonare il villaggio controllato dalla Legione Rahman e da Tahrir Al Sham, la coalizione di gruppi alqaidisti attivi nella regione di Ghouta.

L’hanno fatto perché per la prima volta in sette anni, da tanto dura l’occupazione della regione di Ghouta da parte dei gruppi islamisti, hanno potuto scegliere da che parte stare senza essere minacciati e condizionati dai ribelli. L’hanno fatto perché il governo di Damasco e i russi, dopo settimane di bombardamenti e assalti alle roccaforte ribelli, hanno aperto quel corridoio umanitario offrendo ai civili la possibilità di mettersi in salvo.

Dal sobborgo di Damasco, secondo le stime fornite dal rappresentante siriano all’Onu Bashar Jaafari, sarebbero fuggiti “oltre 40mila civili” grazie ai corridoi “aperti dall’esercito siriano in coordinamento con l’alleato russo”. “I civili” – ha proseguito il diplomatico – “sono andati nei centri allestiti dal governo siriano e dalla Mezzaluna rossa arabo-siriana, in rifugi temporanei dotati di tutto il materiale necessario per la loro cura”.

Quel bambino – appoggiato in una valigia perché mamma e papà, piegati sotto il peso di altri bagagli e di altri figli da portare in salvo, non hanno un altro posto confortevole in cui trasportarlo – è dunque un’immagine di disperazione, ma anche di speranza.

La speranza di un ritorno alla vita, di una fuga da una regione occupata con la forza delle armi e assoggettata all’arbitrio dei gruppi ribelli. Ribelli che – come raccontavano le famiglie in fuga assieme al bimbo nella valigia – sequestravano gli aiuti umanitari, si guardavano bene dal distribuire cibo e soccorsi ai civili e minacciavano di morte chiunque tentasse di abbandonare i territori sotto il loro controllo.

Dunque possiamo anche commuoverci per quel bimbo, ma attenzione perché le troppe lacrime rischiano di offuscare la realtà. La realtà di una valigia scomoda e angusta che lo porta, però, verso la salvezza. La realtà di una valigia che lo aiuta a fuggire da dei villaggi trasformati in prigioni, a dire finalmente addio a dei lager a cielo aperto dove lui e la sua famiglia erano solo carne da cannone, scudi umani piegati alla volontà folle e spietata dei gruppi jihadisti.

(Credit della foto: ©UNICEF/UN0185401/Sanadiki)

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