Domenica 27 marzo presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato l’Occidente di codardia, mentre un altro alto funzionario di Kiev ha affermato che la Russia sta cercando di dividere la nazione in due, come la Corea del Nord e la Corea del Sud.

Zelensky riprova a mettere sul tavolo la questione degli armamenti necessari all’Ucraina per contenere e invischiare le truppe russe in una guerra d’attrito volta a consumare uomini e mezzi dell’arsenale russo, e ha lanciato un appello, che è sembrato disperato, per ottenere caccia e carri armati dall’Occidente.

Intanto Mosca ora afferma di avere cambiato obiettivo dell’operazione militare: fallito il tentativo di prendere rapidamente gli edifici governativi nella capitale per cercare di rovesciare il governo, anche grazie al (solo sperato) sostegno popolare e dell’esercito, i piani del Cremlino sono stati dapprima rimodulati per cercare di circondare Kiev e tenerla sotto pressione, cercando di guadagnare più territorio possibile lungo le altre direttrici di avanzata, e ora, a fronte dello stallo che ormai da giorni ha trasformato il conflitto in una guerra di logoramento, ha affermato di voler prendere il controllo della regione orientale del Donbass che sta sollevando timori inerenti al tentativo russo di avere un’Ucraina divisa.

Parlando dopo il discorso del presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Polonia, Zelensky si è scagliato contro il “ping-pong occidentale su chi dovrebbe consegnare i caccia e come” insieme ad ad altre armi, mentre gli attacchi missilistici russi continuano a colpire a macchia di leopardo i centri urbani ucraini, con una maggiore attenzione là dove le truppe di Mosca sono impegnate in combattimenti.

Kiev però, se da un lato vuole più armi e di maggior impatto, dall’altro conferma la volontà di venire incontro alle richieste di Mosca: Zelensky, sempre domenica, ha anche detto ai giornalisti che il suo governo avrebbe preso in considerazione la possibilità di dichiarare la neutralità e di offrire garanzie di sicurezza alla Russia, ripetendo le precedenti dichiarazioni. Garanzie che includerebbero anche il mantenere l’Ucraina libera dal nucleare.

Il leader ucraino ha però precisato che la questione della neutralità – e la decisione di rimanere fuori dalla NATO – dovrebbe essere sottoposta agli elettori ucraini in un referendum dopo il ritiro delle truppe russe con una votazione che potrebbe aver luogo entro pochi mesi dalla partenza delle truppe occupanti.

Nonostante Mosca affermi di voler ottenere il controllo delle province del Donbass, Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence militare ucraina, ha accusato la Russia di cercare di dividere in due l’Ucraina, citando la divisione tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, lungo una linea di demarcazione che potrebbe essere quella del fiume Dnepr.

Già da prima del conflitto avevamo affermato che, nei piani originari di Mosca, avrebbe potuto esserci questa possibilità: avere il controllo dell’Ucraina a est di quel fiume avrebbe significato stabilire continuità territoriale tra la Crimea e la Federazione, mettere in sicurezza il Donbass con le sue risorse minerarie e industriali e stabilire un cuscinetto tra i confini della Russia e la NATO, a cui, molto probabilmente, se ne sarebbe aggiunto uno ulteriore definito da un’Ucraina orientale con a Kiev un governo filorusso che avrebbe garantito il perdurare della neutralità e della smilitarizzazione.



Ora, come sappiamo, questi piani sono cambiati anche grazie alla resistenza delle forze armate ucraine che non si sono né sfaldate sotto l’urto delle divisioni corazzate e meccanizzate russe, né si sono rivoltate contro il governo ucraino. Una resistenza che è stata possibile anche grazie alla fornitura di armi dall’Occidente che ha riguardato principalmente sistemi missilistici anticarro e antiaerei, insieme ad altro equipaggiamento leggero.

Kiev, proprio a fronte di questo ridimensionamento degli obiettivi da parte di Mosca, alza il tiro e afferma che per sconfiggere la Russia, l’Occidente deve fornire aerei da combattimento e non solamente missili e altre attrezzature militari. Una proposta per trasferire aerei da caccia polacchi tipo MiG-29 in Ucraina attraverso gli Stati Uniti era stata già scartata dal Pentagono circa due settimane fa, tra le preoccupazioni della NATO di restare coinvolta in un conflitto più ampio stante le minacce di Mosca di colpire le basi da cui i velivoli sarebbero partiti.

Gli Stati Uniti però stanno continuando a trasferire segretamente armamenti di fabbricazione sovietica in Ucraina, ma si tratta principalmente di sistemi missilistici da difesa aerea tipo 9K33 Osa (SA-8 Gecko in codice NATO) ottenuti da tempo per studiare la tecnologia militare russa. Si parla anche dei più moderni S-300, capaci non solo di colpire un velivolo a distanze molto maggiori rispetto agli Osa, ma aventi anche una certa capacità antimissile.

Gli Stati Uniti hanno un certo numero di sistemi di difesa missilistica sovietici che hanno acquisito negli ultimi 30 anni come parte di un progetto segreto del valore di 100 milioni di dollari che è scoperto per la prima volta nel 1994. Tra le armi ricevute dagli Stati Uniti – alcune delle quali sono conservate al Redstone Arsenal, Alabama – ci sono gli Osa, gli S-300 e anche caccia come i Su-27, che più di una volta sono stati visti volare nei cieli statunitensi. S-300 e Su-27, però, non sembrano destinati, per il momento, a essere trasferiti in Ucraina. Soprattutto i caccia rappresenterebbero un segnale di escalation che Washington, e la NATO, voglio assolutamente evitare.

L’amministrazione Usa è comunque autorizzata a trasferire gli armamenti in base al nuovo disegno di legge annuale sulla spesa pubblica che il presidente Biden ha firmato recentemente e che ha messo a bilancio anche circa 800 milioni di dollari di aiuti militari per Kiev, tra cui anche le moderne loitering munitions, o droni kamikaze. Il pacchetto di aiuti ha un valore complessivo di 13,6 miliardi di dollari di cui circa 3,5 andranno al Pentagono per rimpiazzare le apparecchiature inviate dagli Stati Uniti all’Ucraina.

Gli Stati Uniti hanno già cercato di fare in modo che la Slovacchia potesse fornire i suoi S-300 all’Ucraina, ma l’alleato vuole garanzie che otterrà un “sostituto adeguato” e presto, e forse il recente dispiegamento di missili Patriot tedeschi e olandesi in quel Paese è da leggersi come una soluzione ad interim nell’attesa che arrivino i rimpiazzi dagli Usa.

La possibilità di inviare carri armati di fabbricazione occidentale è da escludere, così come quella riguardante ogni altro tipo di armamento complesso che non sia già presente negli arsenali ucraini: occorre tempo per addestrare il personale al suo utilizzo, un tempo quantificabile in settimane, non in pochi giorni.

Uno scenario diverso si aprirebbe se si decidesse di inviare i carri di fabbricazione sovietica presenti ancora negli arsenali di quei Paesi dell’ex Patto di Varsavia che ora fanno parte della NATO: la sola Polonia, ad esempio, possiede ancora circa 328 MBT (Main Battle Tank) tipo T-72, 230 dei quali sono stati aggiornati con una serie di nuovi sistemi elettronici e radio per prolungarne la vita operativa. Anche Bulgaria e Slovacchia hanno questi MBT in servizio, ma con numeri molto diversi rispetto alla Polonia: rispettivamente meno di cento e una ventina. Inviare i carri armati in Ucraina però non è affatto semplice: non si tratta di qualcosa di facilmente trasportabile senza dare troppo nell’occhio, e Mosca potrebbe leggere questa mossa come un coinvolgimento attivo della NATO nel conflitto, in quanto non si tratterebbe più di armi puramente difensive come gli ATGM e i MANPADS, e agire di conseguenza.

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