La tensione tra il Cremlino e il leader ceceno Ramzan Kadyrov è ormai sempre più evidente. La guerra in Ucraina ha scalfito profondamente i rapporti tra il suo clan e Mosca: per il leader ceceno, la gestione dell’invasione è stata pessima, al punto che negli ultimi giorni, in un crescendo di attacchi pubblici, ha non solo evocato l’utilizzo dell’atomica ma ha anche attaccato i vertici delle forze armate accusando direttamente il comandante del Distretto Militare Occidentale, Alexander Lapin, colpevole di avere perso la città di Lyman, e tutti i generali legati, a suo dire, a logiche “nepotiste”. Il Cremlino, attraverso il portavoce Dmitry Peskov, ha dato una risposta che trasuda tensione. “In questo momento così carico di tensione i leader delle regioni hanno l’autorità per esprimere le loro opinioni e per fare valutazioni. Sono dopo tutto i leader di intere regioni russe” ha detto Peskov, che si è addirittura lanciato in dichiarazioni positive nei confronti di Kadyrov ricordando come “sin dall’inizio dell’operazione militare speciale ha contribuito molto alla campagna e continua a farlo”, sottolineando però come “anche nei momenti difficili, le emozioni devono essere escluse dalle valutazioni”.

Le parole del portavoce della presidenza russa racchiudono quello che in questo momento è lo stato dell’arte della leadership di Vladimir Putin. Un presidente che ha scommesso tutto sulla guerra all’Ucraina e che adesso, nel momento peggiore del conflitto per le sue forze armate, sente la terra tremare sotto i piedi. È il destino di qualsiasi leader che decide di puntare tutto su un solo obiettivo: la vittoria equivale al trionfo, la sconfitta equivale alla fine del suo potere, resa ancora più complessa dalla stessa idea di Putin di incarnare sostanzialmente la Federazione Russa per come l’abbiamo conosciuta. Il destino dell’invasione è direttamente collegato al destino della sua leadership. Una diretta proporzionalità che comporta quindi una conseguenza molto naturale: se la guerra va male, il potere del presidente russo non può che fare la stessa fine.

In questo momento, Putin è un leader visibilmente indebolito. Dal punto di vista internazionale, il credito ottenuto nella sua lunga stagione di potere si è via via dissolto con la decisione di scatenare la guerra a Kiev. E in questo senso sia il vertice di Samarcanda della Sco che le fiamme nel Caucaso e in Asia centrale hanno rappresentato un impero che rischia di sgretolarsi sotto i suoi occhi. Dal punto di vista interno, le immagini della fuga di migliaia di persone dopo la mobilitazione delle truppe, le prime manifestazioni e soprattutto le continue critiche dei suoi “siloviki” confermano un sentimento di sfiducia rispetto al presidente russo che fino a qualche mese sembrava quasi impossibile. Le parole di Kadyrov in questo senso sono esemplari: pensare che un presidente ceceno potesse dare “lezioni” alle forze armate russe mettendo pubblicamente in discussione le decisioni del leader del Cremlino sarebbe stata un’ipotesi molto remota fino a febbraio. Poteva accadere che si lanciasse in qualche dichiarazione vista come una sfida alla leadership russa, ma il richiamo di rientrare nei ranghi sarebbe stato decisamente più esplicito e duro da parte delle autorità di Mosca.

Kadyrov è solo una delle punte dell’iceberg: una delle tante. In questi giorni sono arrivate le pesanti critiche di un altro elemento centrale della politica di Putin, il fondatore di Wagner, Evgeny Prigozhin, che di punto in bianco è uscito allo scoperto prima ammettendo di avere fondato la compagnia di contractors, definiti “dei veri patrioti”, e poi ha lanciato accuse pubbliche nei confronti dei generali russi che hanno gestito la guerra. Anche in questo caso, risulta sorprendente che uno come “lo chef di Putin” sia uscito dall’ombra prima rivelando la sua identità (nota a tutti, ma non ufficializzata) e poi insultando i vertici delle forze armate con ampio rilancio da parte di gruppi Telegram profondamente militaristi. Finora la Wagner era sempre stata dipinta come un esercito ombra fedele a Putin: mai una parola fuori posto da parte della cerchia più vicina allo “zar”, mai una dichiarazione che potesse far trasparire malcontento verso l’operato di questi contractors apparsi proprio con la prima guerra del Donbass e la conquista della Crimea. Ora invece, forse anche per chiedere una posizione di forza all’interno dell’esercito russo, Prigozhin esce allo scoperto.

Non è un caso che sia lui che Kadyrov siano apparsi in questo momento. Non è solo un sintomo della leadership indebolita di Putin, ma anche un segnale di una pericolosa guerra intestina agli apparati di sicurezza russi. Le forze armate stanno ottenendo dei risultati pessimi: la controffensiva ucraina ha colpito nel profondo la blocca di certezze intorno alla guerra e sembra che in questa fase del conflitto anche l’opinione pubblica si stia rendendo conto che la cosiddetta “operazione militare speciale” si è rivelata una guerra a tutti gli effetti, sanguinaria e logorante. In questa situazione, gli unici reparti che in questo momento sembrano resistere di fronte alle mosse di Kiev e alle armi Nato sono appunti i mercenari di Wagner e le forze cecene. Una questione che non è solo operativa, ma anche politica: la guerra sta rovesciando molte certezze e molte gerarchie intermedie della Difesa russa. Ed è chiaro che ora sia Kadyrov che Prigozhin possono iniziare a pretendere di più, presentando a un presidente russo in affanno e a un’opinione pubblica preoccupata dagli eventi delle soluzioni diverse, estreme e – come nel caso del ceceno – anche inquietanti per il mondo. Putin, attraverso Peskov, ha parlato di risposte “emotive”: ma di fronte all’ipotesi dello sganciamento di una bomba nucleare a bassa intensità, parlare di emotività risulta decisamente riduttivo, se non addirittura giustificativo di una presa di posizione che può rappresentare una tragica rivoluzione non solo della guerra ma della sicurezza mondiale.

Le accuse di Kadyrov, Prigozhin, ex vertici militari, politici, analisti, testate giornalistiche, gruppi Telegram ampiamente diffusi a sostegno della guerra non sono semplici esercizi di democrazia, ma sintomi di un conflitto interno in cui è difficile anche dividere il partito dei “falchi” da quello delle “colombe”. Il sistema di potere che vedeva come collante proprio il presidente russo, unico a poter gestire i riottosi oligarchi, risulta ora sempre più minacciato da un’invasione evidentemente molto più difficile del previsto e da fazioni di “boiardi” che tornano come un incubo per chiunque è al potere in Russia e si mostra debole. Stefano Cingolani, su Il Foglio, già a inizio conflitto aveva segnalato delle analogie tra la situazione attuale e quella che portò all’affermazione di Ivan IV “il Terribile”, zar che nella sua seconda fase di potere iniziò a falcidiare proprio quelle autorità locali che apparivano violente e contrarie al benessere del popolo diventando una sorta di paladino del popolo contro forti e influenti poteri locali (così almeno narrano alcune fiabe in contrasto con la sua immagine lasciata dagli storici). La guerra interna al Cremlino e nei cerchi di potere della Russia putiniana appare ormai evidente: bisognerà adesso capire se e quanto la guerra risucchierà nel suo vortice anche la figura del presidente russo, o se questi sopravviverà al fianco o contro i nuovi “boiardi” della Russia.

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